MATRIOSKla

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giovedì 6 febbraio 2014

Please - Pet Shop Boys

Un disco sottovalutato. Per anni, persino da me. Poi giorni fa, l'ho ripreso virtualmente in mano e ho pensato che tutto quello che si è sempre detto di brutto sulla musica pop anni 80, questo disco lo contraddice.
Innanzi tutto è un disco 'sopravvissuto'. Sopravvissuto al tempo. La sua pubblicazione risale al 1986. Dopo 28 anni, canzoni come 'West End Girls', 'Suburbia' e 'Opportunities' sono diventati dei classiconi e quando passano in radio li si riascolta con la oliata malinconia dei tempi andati. Ma oltre a questi brani, proprio di recente ascoltando, molto più attentamente di un tempo, anche le altre canzoni dell'album ho avuto la piacevole sensazione di riscoprire il sound anni 80, la stupenda dote lirica dei Boys e soprattutto il loro crederci. Credere di essere davvero destinati a diventare giganti del pop, ad entrare nel mito. In realtà, 'Please', di cui oggi mediamente chiunque si befferebbe, contiene già tutto il talento di una band giudicata in modo superficiale, perchè molto al passo con i tempi di allora, opulenti e consumisti. 
Dance, ragionato, rap, romantico, loquace e sempre, ovviamente molto londinese, 'Please' è un disco seminale. Ricco di premesse così interessanti che canzoni come 'Tonight is forever', 'Violence' e 'Later tonight' sono tutti brani ancora da scoprire e indagare, dopo quasi trentanni di dimenticata abitazione dei neri solchi del vinile.
Insomma, talvolta riprendere in mano vecchi dischi vuol dire andare a recuperare un po' di ricordi, ma anche qualche piacevole dettaglio, trascurato o perso lungo la strada, che oggi, percepito con animo diverso, può regalarci belle sorprese.
Una particolarità sul titolo....I Pet Shop Boys decisero di chiamare l'album 'Please', immaginando i ragazzi che sarebbero entrati in un negozio a comprare il loro disco e che al commesso avrebbero chiesto:' Pet Shop Boys, please?'. Da allora, questo disco d'esordio, sarebbe stato solo il primo di una lunga serie di successivi, il cui titolo, come una sorta di vezzo, sarebbe stato costituito sempre e solo da un'unica parola.

venerdì 13 settembre 2013

La donna bionica e Jimmy Fontana

Nonostante gli anni 60 non siano stati i miei anni (per ovvi motivi anagrafici), penso che la musica italiana di quel decennio abbia, in ogni caso, influenzato la cultura musicale di tutte le generazioni a venire.
Per esempio, prendete me...anno 76, mia madre che mi prende per mano in un pomeriggio di agosto del 1983 e durante un temporale tropicale sull'isola caraibica di Saint Lucia, mi canta 'Il mondo' di Jimmy Fontana...Ecco, anche se avevo solo 7 anni...alle mie orecchie, quella canzone spaccava già. Bellissima.
Ora, con la scomparsa dell'ennesimo mito di quel decennio d'oro della musica italiana, Jimmy Fontana, mi torna alla mente un ricordo ancora più vivo. Il ricordo di una serie televisiva, che negli degli anni 80, conquistò completamente il mio cuore: 'La donna bionica'. 
Ma perchè mi piaceva così tanto quel telefilm, come si chiamavano allora?
Be'...c'è da chiederselo? Siamo in piena Guerra Fredda, gli anni 80 sembravano gli anni in cui anche l'impossibile sarebbe potuto diventare possibile. Dunque si poteva credere che Jamie Sommers, una giovane e affascinante donna, tutta acqua e sapone, potesse avere un orecchio, il bracco destro e un gran bel paio di gambe tutto rigorosamente bionico! Eh, sì, complici la sbruffonaggine e la propaganda antisovietica del tempo, gli Stati Uniti d'America avrebbero, in un giorno poco lontano, potuto costruire l'uomo e la donna perfetta.
Poi...se a questo aggiungiamo che Jamie Sommers era una ex giocatrice di tennis professionista, che facendo paracadutismo, aveva subito un terribile incidente e che i servizi segreti americani di lei ne avevano fatto il primo esemplare bionico, sotto mentite spoglie di un'insegnate del liceo...be'...allora qui c'era già scritta metà della mia vita futura...E dunque come poteva non piacermi un telefilm così?! 
Ora...se a tutto questo, come ad ogni sublime ricordo dell'infanzia che si rispetti, affianchiamo una musica malinconica e dei versi d'amore surreali e struggenti, ne viene fuori una sigla del telefilm, che riascoltata dopo quasi trent'anni, ti fa ancora venire i brividi e le lacrime agli occhi... Soprattutto dopo che quella voce che cantava la canzone se n'è andata insieme a quei tempi pieni di dolci fantasie e speranze...
'Bambola bambina' di Jimmy Fontana, fu la sigla iniziale della prima stagione del telefilm.

mercoledì 17 luglio 2013

Le domande di Brian - D. Nicholls

Letto in due giorni, che condensando il tempo effettivo, si potrebbe ridurre a sei ore. Talvolta leggo libri a caso e ringrazio che esistano ancora le biblioteche pubbliche, dove si possono prendere a prestito i volumi dei quali non se ne desidera il possesso o si è scettici a riguardo. Perchè 'Le domande di Brian', scritto frettolosamente, letto come la sceneggiatura di un filmetto da adolescenti e di una inspiegabile pretenziositá, non mi ha detto proprio niente.
La quarta di copertina invocava rimandi al 'Giovane Holden' e ad 'Alta fedeltà'. Niente, assolutamente niente di tutto quello, soprattutto le profondità. Brian, il protagonista, rimane un mostriciattolo, brufoloso e bidimensionale. Non esiste un'introspezione psicologica, né l'afflato poetico che di solito aleggia sulla malinconica disperazione adolescenziale. Non esiste una buona collocazione geografica. Dovremmo essere in Inghilterra più o meno nei pressi di Manchester, ma da quel che traspare potrebbe anche essere Sidney o Vancouver o Seattle. E dove sarebbe l'atmosfera degli anni 80, che era la principale motivazione per aver preso a prestito il libro? Qualche accenno a canzoni trite e ritrite e un'ossessione inspiegata per Kate Bush, che di certo non è la prima star che mi viene in mente quando penso agli anni 80. No, no, non ci siamo come romanzo di debutto. Di solito un debutto su questi temi dovrebbe l'impatto di uno schianto contro un muro e invece a mala pena mi si muoveva lo stiff upper lip, per abbozzare un sardonico sorriso all'inglese. Bocciato, David. Pecchi di superficialità.

domenica 20 gennaio 2013

Big Miracle - Qualcosa di straordinario

Sono finalmente riuscita a vedere questo film uscito nel 2012 diretto da Ken Kwapis e interpretato, tra gli altri, da una ispirata Drew Barrymore. Per chi ama le balene come me, è un sollievo sapere che questa storia sia ispirata ad un fatto realmente accadauto e che effettivamente non solo gli attivisti di Greenpeace, ma anche la gente comune provi simpatia nei confronti di questo enorme e pacifico animale marino. La storia di Fred, Wilma e Bam Bam, secondo quello che ci mostra il film, sollevò l'interesse dell'opinione pubblica, da quella dei bambini, a quella politica, fino a quella delle allora due 'super potenze' che erano Usa e Urss.  
La vicenda si svolge nel 1988, quando Reagan e Gorbaciov erano i principali protagonisti del disgelo politico  tra i due paesi dopo anni di Guerra Fredda. Proprio grazie alla politica di riavvicinamento e alla cosiddetta 'glasnost', il salvataggio di tre balene imprigionate tra i ghiacci dell'Alaska nel Mare di Beaufort, costituisce un'opportunità per i due governi per collaborare ad un nobile scopo comune. Un film commovente e nostalgico, semplice e rassicurante come sembravano essere gli anni 80, che questo film rievoca così bene. Nonostante il finale sia dolce-amaro, rimane un film da lieto fine e molto godibile.

venerdì 14 dicembre 2012

Shining ovvero la 'luccicanza'

Quando nevica di giorno così intensamente come oggi, mi viene sempre una strana voglia. Guardare 'Shining'. Il thriller o horror movie del grande maestro Stanley Kubrick. Nonostante sia un film da guardare di sera, esso mi turba al punto, da non avere più il coraggio di farlo quando calano le tenebre. Ma, d'altronde, l'immensa distesa di neve che si adagia di giorno su prati, ringhiere e alberelli qui fuori dalla mia finestra molto si addice a quel clima presago di terrore e tragedia che ben presto avvinghia l'intera storia. Tutti la conoscono e quindi non starò qui a riassumerla o nemmeno a svelarne i dettagli per quelli che ancora non abbiano visto il capolavoro. 
Che cosa rende geniale e indimenticabile questo grande film? Per quanto mi riguarda, in primis, la regia di Stanley Kubrick. Nonostante il film non nasca da un'idea originale del registra, ma sia un sublime adattamento in pellicola tratto dal romanzo di un altro grandissimo come Stephen King, il tocco dell'interpretazione della telecamera di Kubrick si vede sempre. Innanzi tutto l'atmosfera di terrore sta tutta nell'attesa di qualcosa di annunciato. Quest'attesa monta quando entrando nell'Overlook Hotel si percepisce il senso di estremo isolamento. La famiglia Torrence rimarrà per tutti i più rigidi mesi invernali a sorvegliare il grande albergo, completamente estranea a qualsiasi contatto con la realtà esterna. Kubrick si avvale di quel senso di dimensione iperbolica e storpiata che sempre caratterizza i suoi film. Tutto, nell'hotel, sembra essere immenso ed esagerato, fuori dalla portata dell'uomo. Ci si sente  'ospiti' dell'hotel, data l'ampiezza e veridicità di camere, cucine, sale e corridoi e al contempo sopraffatti dalla loro stranezza. Quella 'stranezza', seppure rivestita di lussuosi tessuti e mobilio, ha un nome sinistro tanto quanto una qualche sconosciuta sindrome detta Shining o anche 'luccicanza'. 
Danny, il figlio di Jack Torrence - guardiano d'inverno dell'hotel, pare esserne afflitto. Danny è la chiave di tutto, è l'occhio attraverso il quale vediamo e la mente attraverso cui percepiamo e allo stesso tempo, come fossimo dei bambini, non ci spieghiamo, tutto ciò che accade e travolge i protagonisti, investendoli di una ineluttabile e contagiosa follia. Il personaggio di Danny rende il film agghiacciante. Impossibile dimenticare il rumore del triciclo sul quale il bambino attraversa le stanze dell'hotel, impossibile separare la grandezza dell'occhio kubrickiano, che ci racconta cosa accade, dal senso claustrofobico che accompagna le scene della cucina: attrezzi, utensili, mobili, provviste affastellati ovunque e inutili, abbandonati ovunque come privi di vita. Insieme a quello, l'inquietante sensazione di 'cromofobia' che quel tappeto, sul quale rullano le ruote del triciclo, sia parte della paura. I colori di Kubrick si ripetono di film in film, ne costituiscono sovente un filo conduttore: il rosso, l'arancione, il marrone. Colori dominanti. La geometria, le forme, il senso dell'eleganza in tutto ciò che costituisce la scenografia torreggiano e arricchiscono la storia.
Spesso mi ritrovo a sentire la mancanza, come oggi, dei film di Kubrick, non tanto per godere della storia che mi racconteranno, ma quanto per le sensazioni che avrò nel guardare ogni singolo dettaglio e oggetto che inevitabilmente diventano simulacri dell'estetica cinematografica del registra e ne sanciscono una firma. 'Shining' è un film del 1980. Ovviamente i segni della moda di quel tempo amplificano lo stridore tra ciò che significa oggi un thriller e quello che significava allora. Ma in un certo senso, come sempre accade quando un film diventa un classico, guardiamo un film vecchio di 20 o 30 anni anche per ricordare quello che è rimasto archiviato nella memoria attraverso le immagini. Ancora una volta Danny, con i suoi maglioncini di lana spessa, in particolare quello con il disegno dell'Apollo 11 sul petto e la sua pettinatura tardo anni 70 sono piccole reliquie della nostra mente, sulle quali indugiamo come su una vecchia fotografia. Un film che non si può, davvero, non aver mai visto.

mercoledì 25 aprile 2012

La casa di Magnum P.I.

Tempo fa ho ricevuto un commento ad un post che scrissi sul mito delle Hawaii e di Magnum P.I.
Il ragazzo che mi scriveva voleva sapere dove fosse situata la famosa residenza di Robin Masters, costantemente nominata dal maggiordomo Higgins.
Innanzi tutto la casa esiste veramente ed è una proprietà privata, ad oggi posseduta da Eve Glover Anderson.
La villa si trova sull'isola di Ohau ed è raggiungibile attraverso la Kalanianaole Highway. La località si chiama Lanakai. Poichè si tratta di una proprietà privata, la tenuta non è visitabile, ma si può accedere liberamente alla spiaggia dove il mitico Magnum era solito farsi la sua mezzora quotidiana di nuoto nella incantevole laguna d'acqua azzurra e sabbia bianca, proprio adiacente alla villa. Le spiagge dell'isola di Ohau sono tutte pubbliche e, dunque, ci si può avvicinare molto alla casa, ma a quanto mi dicono fonti amiche, è pressochè impossibile vedere l'intera tenuta dalla spiaggia, perchè quasi completamente coperta da fitta vegetazione e dal muro di lava che delimita il perimetro della casa.
Sebbene, attraverso il telefilm, si abbia un'idea di una proprietà immensa e dotata di ogni sorta di amenità come il campo da tennis, la guesthouse dove vive Magnum, la serra, le stalle e la relativa spiaggia privata, nella realtà le cose sono un po' diverse. La proprietà non è così grande, si tratta di un territorio di tre ettari, nel quale si erge una casa in stile coloniale spagnolo degli anni 30. Molte strutture come il la guesthouse e il campo da tennis esistono, ma gli interni in cui svolgevano le scene della serie sono stati quasi tutti girati agli Hawaii Film Studios. Il chè è quasi deludente se si pensa che non possiamo scindere le avventure del mitico investigatore dalla sua casetta dove era solito guardare la tv in accappatoio o bersi i suoi bicchieri di latte alla sera. Si pensa che sia sempre stato lì, proprio dove la meravigliosa proprietà stava. Soltanto tre scene in totale sono state interamente girate nella casa. 
La ragione per cui fu scelta questa tenuta, per le riprese del telefilm, fu quella per cui essa era collocata in una zona dove si trovava dello spazio anche per ospitare la troupe televisiva e tutto il materiale necessario.
Inoltre, le meraviglie della laguna blu proprio di fronte alla casa erano il posto ideale per pubblicizzare le Hawaii come il paradiso terrestre di proprietà americana negli anni 80.
La laguna viene anche chiamata Pahonu Pond, dove il termine 'pahonu' significa tartaruga e il luogo fu nel passato deputato ad essere una sorta di enorme vasca naturale nella quale ospitare le tartarughe, la cui carne era molto gradita ad un alto capo hawaiiano della storia.
In seguito, fortunatamente, l''uccisione e lo sfruttamento delle tartarughe fu proibito, ma ancora oggi in ricordo di questa caratteristica la proprietà Anderson riporta sul fronte della tenuta una placca con il nome di  Pahonu.

venerdì 20 aprile 2012

America - una band d'altri tempi e d'altri luoghi

Questa volta non scrivo di una band che conosco. Diciamo che conosco solo un disco, un Greatest Hits, avuto in regalo in seguito ad una promozione, il cui ascolto mi è sembrato immediatamente piacevole. Parlo degli America, una band anglo-americana che si è costituita nel 1970 e che è attiva ancora oggi essendo stata per 40 anni molto prolifica e rinvigorita da cambiamenti di formazione e introduzione di nuovi membri.
Incredibile come una band che vanta straordinari successi abbia resistito così tanto tempo senza aver mai avuto l'appoggio di una casa discografica importante. Il primo disco con una major label, infatti, è arrivato soltanto nel 2007 con la realizzazione di 'Here&Now'.
Il Greatest Hits che sto ascoltando in questi giorni è un disco che definirei rievocativo. Le sonorità della loro musica folk-rock americana mi sembrano, infatti, un concentrato di rock leggero con tocchi di primordiale disco dance anni 70. L'immediatezza e le atmosfere da musica americana della West Coast, ad un primo ascolto, sembrano collegarsi alle felici liriche dei Beach Boys più commerciali. Quello che mi fa strano è pensare che i membri originali della band fossero nati tutti da madri inglesi e padri americani e che siano riusciti, tuttavia, a far trasparire proprio soltanto l'elemento folk americano, trascurando la loro parte britannica. D'altronde non si può che sentire lo spirito americano in canzoni super famose come 'Ventura Highway', 'One in a million' o 'You can do magic', 'A horse with no name' e 'All my life'. Tutti successi che magicamente riportano indietro nel loro decennio di massimo fulgore, cioè quello 70-80 e poco oltre.
Nonostante la loro americanità così esuberante, sono riusciti a produrre piacevole musica ottima per il buon umore.

mercoledì 18 aprile 2012

Pet Shop Boys e il pop vecchio stile

Quando penso a loro, penso a due cose: la copertina del disco 'Introspective' e a Londra. Cos'hanno in comune le due cose? Niente. Sono solo ricordi della mia pre-adolescenza. In particolare, ricordo, che la hit di successo di 'Introspective' era 'Domino dancing' e che diventai matta per quella canzone, tanto da comprarmi a 12 anni tutto il disco. Era impensabile non averlo, tanto più che alle feste di compleanno alcuni miei compagni di scuola media lo facevano sempre suonare in vinile sul giradischi. Insomma, proprio un piccolo cammeo d'anni 80, perchè stiamo parlando dell'era pre-mp3 e del 1988, per la precisione il disco fu pubblicato l'11 ottobre di quell'anno.
All'epoca, la loro musica era l'epitome della musica pop europea. Il gruppo composto da Neil Tennant e Chris Lowe chiamato, 'Pet Shop Boys', era nato dopo un classico incontro in un negozio di dischi di musica elettronica a Londra. Il nome, che alcuni amici proprietari di un negozio di animali, avevano dato loro era l'unica cosa difficile da pronunciare e ricordare. Chi riusciva a dirlo a 12 anni era davvero bravo e chi ne conosceva anche il significato ancora di più. Per il resto, ogni canzone che producevano era un successo strepitoso.
Non comprai più alcun disco di questa band perchè, come tutti, mi arrangiavo con le cassette doppiate dai dischi originali, prestate da amici qui e là. A distanza di tempo, ho comprato, qualche anno fa, un doppio cd 'PopArt', che raccoglie tutte le loro hit più belle ed è proprio il caso di dire che è difficile trovare una canzone che non abbia suonato centinaia di volte alla radio, nei loro momenti di gloria. 
In questi giorni di pioggia primaverile, che tanto ricordano i cieli e le atmosfere londinesi, sto riascoltando questo disco. Mentre ascoltavo 'Always on my mind','Heart' ma soprattutto la potentissima 'It's a sin', ho pensato a quanto diversa fosse la concezione di musica pop per questo gruppo negli anni 80. Nonostante le melodie e la musica fossero sempre molto immediate, i testi erano comunque ragionati e intelligenti, improntati sempre a raccontare una storia, una situazione e non solo a cercare di far rimare due frasi insieme senza connessione, come molto altro pop di quegli anni faceva.
Se penso a quanto erano famosi, mi sento tutto sommato contenta di aver vissuto una 'fase pop' a 12 anni, che poco ha a vedere con i gruppi pop propinati oggi ai ragazzini di quella stessa fascia d'età. Insomma, ancora un po' di senno la musica degli anni 80 ce l'aveva. 
Non starò a tessere le lodi di questo gruppo, ancora attivo e infinitamente prolifico, mi limito a seguirlo e ad ascoltare quello che ancora in maniera decorosa e molto inglese, la buffa faccia da 'gentleman' di Neil Tennant mi propone.

giovedì 29 marzo 2012

Peter Gabriel - Live in Buenos Aires

Comprare un disco originale, aprirlo e trovare la storia del disco, le fotografie dei cantanti e dei musicisti, ancor meglio se si possono leggere i testi delle canzoni. Poi mettere il disco nel lettore cd e che tu sia seduto su un divano, ad una scrivania, su un aereo o in una macchina, sentire le urla di un pubblico in uno stadio, magari un grande stadio come il River Plate, e sentirsi a Buenos Aires...laddove Peter Gabriel ha suonato 8 strepitose e famosissime canzoni dal vivo il 15 ottobre del 1988. Parlo di canzoni come 'Red rain', 'Games without frontier' e 'Shock the monkey', parlo della carica anni 80 di 'Sledghammer'.
Ma soprattutto parlo del brivido di quando alla traccia cinque, al minuto e cinquantuno secondi ti entra nel petto la profonda voce dal vivo di una Tracy Chapman giovanissima, con il volto e le corde vocali ancora pulitissimi, forse all'apice della sua popolarità e la ruvida voce di Gabriel la accompagna. Ti senti laggiù, in un paese lontano, dove sta per iniziare l'estate mentre da noi è inverno e senti il calore del sud del mondo.
Ecco cosa mi suscita l'ascolto di questo disco, che quasi sembra essere diventato una rarità.
A chiudere questo concerto memorabile, una canzone che sembra una preghiera o forse un inno 'Biko'. Le parole recitate in spagnolo da Gabriel prima della canzone, le urla che sembrano uscire da una foresta tropicale, che sembrano arrivare via oceano dal Sud Africa, mi ricordano le gesta coraggiose e simboliche di un mito degli anni 80 e 90 come Nelson Mandela, mi evocano nella mente i cieli immensi del continente nero, dove l'effetto live della voce pare l'unica cosa che possa spezzare, nel bene e nel male, quell'immobile realtà degli oppressi e le vastità della natura.

sabato 24 marzo 2012

Le buffe camicie hawaiiane

Certamente il più famoso testimonial delle camicie hawaiiane, qui da noi, è stato l'affascinante Tom Selleck nella serie Magnum P.I. Dopo aver visto la sua vera camicia, donata al museo dell'arte pop a Washington, mi sono documentata sulle origini di questa esilarante moda dei fiorelloni. Ovviamente c'è tutta a storia da scoprire. Le prime camicie hawaiiane furono ideate dai nativi hawaiiani all'inizio dello scorso secolo, quando dipingevano a mano, su materiali importati da lavoratori cinesi, motivi e disegni che riproducevano elementi delle loro isole. Nel 1931 però, un sarto hawaiiano di nome Ellery Chun cominciò a mettere insieme questi motivi tipici su camicie di seta. Cinque anni più tardi un'azienda di Honolulu, il Kamehameha Garment, portò sul mercato quest'indumento per la prima volta e lo chiamò 'aloha shirt'. Diventò immediatamente un capo di moda estremamente fashion, qualcosa che gli americani del continente dovevano per forza avere. I disegni più popolari furono le famose ballerine di hula, le palme, i surfisti, i fiori, le ananas, pesci tropicali, le collane di fiori e l'ukulele.
Molte celebrità aiutarono a rendere sempre più popolare la camicia e il suo stile, tra cui Elvis Presley, Bing Cosby, Frank Sinatra e persino il presidente Harry Truman negli anni 50. Infine, anche i surfisti californiani prima di della seconda guerra mondiale erano entusiasti di portare la famosa camicia e desiderosi di esportare nel continente un po' della nativa cultura hawaiiana. Il declino delle camicie si ebbe quando alla metà degli anni 50, il materiale utilizzato fu essenzialmente il poliestere. Negli anni 60 e 70 la camicia fu destinata a rimanere chiusa negli armadi degli americani, poichè giudicata terribilmente fuori moda e dunque si poteva trovare soltanto ai mercati dell'usato. Finchè negli anni 80 e 90 tornò ad essere un oggetto di moda e si trasformò oggetto di culto. Sorsero nuovamente negozi specializzati nell'indumento e si scrissero libri sulla moda della camicia a fiori. Il governatore delle Hawaii Ben Cayean dichiarò il 2000, l'anno della camicia 'aloha' in onore del sarto Ellery Chun che morì proprio quell'anno all'età di 91 anni.
Per noi europei la camicia hawaiiana è sempre stata un simbolo di quelle isole, in primis, e del tipico americano in vacanza fuori dal continente. A memoria, ricordo che gli anni 80 sono stati gli anni in cui, qui da noi, esplose la mania e ricordo non solo le camicie, ma anche i pantaloni e gli abiti da donna che si rifacevano a quel design così sgargiante e così caratteristico, di cui tutto si può dire meno che non abbia segnato un'epoca e forse anche più di una.

giovedì 8 marzo 2012

Headphonesmania

 Tra le mie varie fissazioni, di sicuro, ci metterei quelle per le cuffie per ascoltare la musica.
Ricordo che, già ai tempi in cui andavo in giro ascoltando il Sony Walkman e tutti i suoi derivati, mi piaceva isolarmi con le cuffie nelle orecchie. Anche la radio per ascoltare e doppiare le cassette stereo, che tanto andavano di moda, mi piaceva perchè aveva un jack nel quale infilare le cuffie e sentire la musica, senza che gli altri potessero sapere che cosa ascoltassi. Ma soprattutto mi davano una sensazione di libertà perchè si poteva alzare il volume a proprio piacimento senza disturbare nessuno. 
Nella mia lunga 'carriera' di ascoltatrice di musica, le prime cuffie sono state un paio di Aiwa, che non credo esista più in giro. Erano grigie con i padiglioni di spugnetta arancione e si potevano piegare in due. Penso che se il mio gatto non si fosse rosicchiato i padiglioni di spugna, adesso sarebbero davvero un bel pezzo d'oggetto anni 80. Anche se nella foto qui a fianco sono nere, erano più o meno così. 

Nella mia collezione di cuffie, ho comprato innumerevoli auricolari di marca e non, che a seconda del prezzo si sono rotti o hanno avuto una loro decorosa vita. Quasi sempre, quelli di marca erano le immancabili Aiwa o Sony.
Ma la vera mania mi è scoppiata qualche anno, quando in occasione del mio viaggio in Giappone, in uno dei tanti megastore di Osaka trovai delle cuffie davvero spaziali. Si trattava, ancora una volta, di un paio di Sony che dentro la scatola sembravano quasi un paio di occhiali. La particolarità di questo modello è che hanno i  ganci per rimanere appese dietro le orecchie, la spugna nera da appoggiare al padiglione auricolare e soprattutto che attraverso dei bottoncini si può regolare la lunghezza del filo tra i due padiglioni e anche tra loro e l'ipod o qualsiasi cosa siano attaccate. Finito l'ascolto si possono riavvolgere tutti i fili e non averli in giro o attorcigliati dappertutto. Sono ottime nella qualità del suono e super comode per la compattezza. Ne ho comprate due paia: blu e rosse. 
Sempre in Giappone, ho comprato un altro modello Sony molto particolare. Si tratta di un paio di padiglioni il cui colore si può cambiare perchè esistono delle mascherine che si montano e rimontano a seconda di quale colore si voglia. Si agganciano dietro le orecchie e hanno il filo del jack particolarmente corto, così che si possa maneggiare l'ipod, o altro, molto agevolmente e che si possa infilarlo nella prima tasca più vicina a noi. Anche in questo caso la qualità è ottima. Inoltre il filo che tiene insieme le cuffie è anatomico e ha già la forma adattata a passare dietro al collo.
Ma c'è un altro paio di cuffie, questa volta AKG, del quale sono entrata in possesso casualmente, poichè mi è stato regalato, che ha anche qualcosa in più. Il modello è il classico della cuffia con cerchietto e design simile a quello degli anni 80, ma è decisamente leggero, i padiglioni sono rivestiti in soffice plastica, che hanno il controllo del volume sul filo. Dunque sono comode da maneggiare e molto più qualitative di altre, perchè il volume può essere potenziato con il volume controller.
Ovviamente, non possono mancare i classici auricolari bianchi della Apple, che sono arrivati insieme all'Ipod. Rimangono le migliori per correre, anche se a lungo andare purtroppo il sudore rovina i gommini da infilare nelle orecchie. 
Da poco, alla mia collezione si è aggiunto un nuovo pezzo. Acquistato direttamente dall'America, si tratta di un modello di cuffie Wesc, anche nota come marca di vestiti, il cui acronimo significa WeAretheSuperlativeCospiracy. Arrivano dal design di concezione svedese e sono più un oggetto fashion che un vero e proprio paio di cuffie. Non raggiungono qualità eccezionali, come può fare una marca di settore specializzata e professionista come la AKG, ma hanno comunque una buona resa di suono. Della Wesc esistono svariati modelli, uno più bello dell'altro da un punto di vista estetico. Io ho scelto il Bongo perchè mi piaceva molto il design. Ottime per il prossimo volo in aereo, per un totale isolamento da scocciatori e urla isteriche da viaggiatore.
La collezione è appena cominciata, dovrò solo trattenermi fino al prossimo acquisto.

mercoledì 7 marzo 2012

Duran Duran - Big Thing e le Bahamas

Bisogna sfatare questo mito che la musica degli anni 80 sia stata solo spazzatura. Bisogna smettere di credere che i Duran Duran e compagnia bella fossero solo dei pupazzi persi nei fasti della musica New Wave e nel tripudio fluorescente dei loro capelli, vestiti e unghie e che non siano mai stati capaci di mettere insieme delle note per comporre dischi di qualità.
Proibisco a chiunque di storcere il naso, se dico che questo disco è davvero un piccolo capolavoro.
E' vero, è arrivato sulla fase calante dell'era duraniana del decennio 1980. Il suo anno di pubblicazione, infatti, risale al 1988. Gli sprazzi più glamour del loro bruciante successo erano già esplosi e sopiti da tempo, gli eccessi dell'opulenza di quegli anni cominciavano a farsi sentire sui volti sia di Simon Le Bon, che di John e Nick.
La band non era più al completo da tempo, altri musicisti si erano aggiunti per la realizzazione del disco, tra cui anche il chitarrista Warren Cuccurullo.
Come sempre, quando cala l'interesse verso una band o in un cantante, è lì che viene fuori il massimo. 

Sono affettivamente legata a questo disco e, quindi, può darsi che il fatto che mi ricordi uno dei viaggi più belli della mia vita, possa costituirne un motivo di sopravvalutazione, ma sono certa che se ascolterete questo disco privi di ogni pregiudizio, alla fine sarete d'accordo con me. Ma, fatto strano di quel periodo è che, forse i Duran Duran sapevano che stavo per compiere il mio primo viaggio negli Stati Uniti proprio mentre alle radio suonavano questo disco. Non solo, sapevano anche che avrei avuto bisogno, per il mio inseparabile walkman, di una musica adatta all'entusiasmo che una ragazzina di 13 anni poteva portarsi dietro all'idea di mettere piede nella tanto sognata e decantata Florida di Disneyworld e delle sue spiagge assolate 12 mesi all'anno.
La prima parte del disco, infatti, sembra celebrare la musica e la gioia con pezzi come 'Big Thing', 'I don't want your love', 'All she wants is' e 'Drug (is just a state of mind)'. Tutte canzoni che per i loro ritmi frenetici per l'epoca, diventano delle canzoni molto dance e finiscono quasi tutte remixate, dritte in discoteca.
Erano ancora i tempi del lato A e B. Sul lato A, si trovavano canzoni movimentate, ma anche una delle più belle ballate dei Duran Duran 'Too late Marlene', che inutile dire, avrò ascoltato 5 o 6 milioni di volte. La voce di Simon si struggeva d'amore per questa sconosciuta Marlene e io mi struggevo d'amore per lui, da fan sfegatata che ero.
Il lato B cambiava decisamente tutti i presupposti e, per decidermi ad ascoltarlo, mi ci vollero sostanzialmente due condizioni. Una era l'aver ascoltato il lato A talmente tante volte da non poterne più e  l'altra era osservare, dal retro di una Suzuki jeep azzurra, il meraviglioso panorama delle isole Bahamas, che costituivano la seconda parte del mio viaggio americano.
Per via di strane alchimie della comunicazione telepatica, anche in questo caso, Simon Le Bon sapeva che prima o poi mi sarei diretta alle Bahamas, perchè, fatto è, che aveva scritto e cantato, sempre e solo per me, delle straordinarie canzoni come 'Do you believe in shame?', 'Palomino', 'Land' e dulcis in fundo 'The edge of America', che perfettamente si adattavano ai colori, i sapori e le atmosfere di quell'isola.
Mi ricordo di aver cantato a squarciagola 'The edge of America' nel mio personale inglese di ragazzina - quello cantato per i suoni della lingua e non per le parole vere e proprie - e di aver pensato che Simon era uno che vedeva davvero lungo, perchè aveva azzeccato che mi sarei trovata in quel caldo dicembre del 1989 proprio sull'orlo dell'America...  
Va bene, questa era una versione un po' romanzata della mia critica riguardo a questo disco. Ma, a distanza di 20 e più anni ho comprato, qualche tempo fa, il disco originale, poichè all'epoca avevo la classica cassetta registrata da una compagna di scuola. Il disco regge davvero il tempo, le canzoni sono ancora piacevoli, soprattutto quelle di quel paradisiaco lato B e non solo il tempo lo regge, ma lo rievoca nel mio caso, riportandomi ricordi lontani lontani e tropicali profumi...

mercoledì 15 febbraio 2012

Dire Straits - Brothers in arms

Il disco più venduto degli anni 80 in tutta la Gran Bretagna. Ben 9 milioni di dischi e 35 milioni di copie vendute in tutto il mondo. Registrato dall'84 all'85, tra Londra, gli Stati Uniti e Montserrat.
Era il 1985 e mi ricordo ancora, sebbene avessi solo 9 anni, che mio padre portò a casa da un viaggio in Inghilterra il vinile dei Dire Straits 'Brothers in arms'.
Ovviamente erano ancora i tempi in cui si comprava musica e la musica vera, sana, geniale esisteva e sarebbe esistita ancora per un bel po'. Mi ricordo che non riuscivo a capire che cosa potesse significare una chitarrona di metallo gigante sospesa in un cielo azzurro, contornato da bianche nuvole.
Naturalmente la chitarra rappresentava l'oggetto della personale abnegazione di Mark Knopfler per la chitarra. La chitarra riprodotta qui era detta resofonica, un modello Gibson che Knopfler suonava.
'Brothers in arms' è uno di quei dischi che bisogna avere. Bisogna soprattutto avere ascoltato almeno una volta dall'inizio alla fine. E' un disco che ha scalato classifiche e che ha sfornato delle super hit degli anni 80 come 'Money for nothing', 'Walk of life', 'So far away'. 'Your latest trick' e ci metterei anche 'Why worry'.
Insomma, un disco che è un successo strepitoso dietro l'altro e che mette insieme generi e atmosfere eterogenee e sofisticate. Ma soprattutto un disco che risente, in maniera positiva, del background culturale di Mark Knopfler, che si è laureato in letteratura inglese e ha anche insegnato per un certo periodo della sua vita. I testi, infatti, sono sempre molto intensi, verbosi, il linguaggio è piuttosto forbito e nello stesso tempo adatto alle tematiche edonistiche, contestate sarcasticamente da pezzi come 'Money for nothing', tipiche degli anni 80. Anche il sound è estremamente anni 80. Credo che, insieme alla voce di Phil Collins, il sassofono, suonato in quella stupenda canzone che è 'Your latest trick', sia una delle certezze di ritrovare nella memoria quel bellissimo decennio. 
'Brothers in arms' è un punto fermo nelle classifiche assolute, nella discografia del gruppo e nella collezione di qualsiasi amante di una buona musica, fatta principalmente di chitarre dal suono pulito e dal ritmo swing, dall'eleganza di questo professore del rock che è Knopfler e dal bizzarro influsso country-folk di cui il disco è pregno. Ho trovato solo un paio di difetti in questa bella opera musicale; il fatto che abbia solo 9 canzoni e che la traccia omonima, che chiude il tutto, sia davvero quasi troppo commovente.


lunedì 23 gennaio 2012

Due vite in gioco

Ho di recente parlato delle canzoni d'amore di Phil Collins e, proprio per amore della canzone 'Against all odds', ho deciso di vedere il film del 1984, che porta lo stesso titolo della canzone nella versione originale, ma che in italiano si chiama 'Due vite in gioco'.
Diretto da Taylor Hackford e interpretato da un fisicato Jeff Bridges e da una languida Rachel Ward, il film è il remake di un'altra pellicola chiamata 'Out of the past'.
Jeff Bridge, che nel film si chiama Terry, è un giocatore di football che sta per essere scaricato dalla sua squadra. Quando viene incaricato da Jake di ritrovare la sua fidanzata Jesse, sparita da qualche parte in Messico, Terry rimane colpito dalla bellezza della donna e i due si innamorano.
Tipica trama da anni 80, costellata di tradimenti, scene d'amore molto sensuali ed esplicite, scenari tropicali dai colori sgargianti, corruzione, malavita e infine sparatorie, il film si chiude su una scena piuttosto triste. Ma soprattutto si chiude con la canzone colonna sonora, appositamente scritta per il film di Phil Collins 'Against all odds'. Gli sguardi affranti dei due innamorati, che non possono più stare insieme e sono costretti a separarsi, l'impotenza ad agire di Terry e la mesta rassegnazione di Jesse costituiscono il fermo immagine sul quale scorrono i titoli di coda e si dipana la melodia della canzone. Le parole di quest'ultima, che come dice la biografia di Phil Collins, furono scritte per esprimere lo stato d'animo del cantante lasciato dalla ex moglie, si adeguano bene all'amore impossibile dei due protagonisti e all'atmosfera di continua tensione che finalmente si scioglie sulla musica, seppure non in un finale a lieto fine.
Per chi vuole rivivere un po' di atmosfere di quei tempi, aspettare per quasi due ore la canzone di Phil Collins e rimuginare sul fatto che gli anni 80 siano stati davvero belli e dannatamente finiti, anche da un punto di vista economico e sociale e non solo dal punto di vista della moda e del folclore, questo film è davvero molto rievocativo. 

giovedì 19 gennaio 2012

Phil Collins mi ha spezzato il cuore...

Non riesco a pensare a Phil Collins e a non pensare alla sua decisione di ritirarsi dalle scene di qualche tempo fa.
Nonostante sia stato un artista molto prolifico e quindi ci si possa consolare con moltissima sua musica, per me non è mai abbastanza. Così come non è mai stato abbastanza ascoltare centinaia di volte gli stessi suoi dischi, le stesse sue meravigliose, intramontabili, interplanetarie canzoni.
L'essenza di Phil Collins come cantante solista, dopo l'avventura con i Genesis, si ritrova in un grandissimo disco come '...But seriously'. A detta di tutta la critica questo è il suo capolavoro.
'...But seriously', del 1989, nel quale hanno collaborato anche Eric Clapton e Stephen Bishop, ci ha regalato delle hit indimenticabili come 'Do you remember?', 'Something happened on the way to heaven' (che fu addirittura suonata durante un episodio della serie 7 di Magnum P.I.), 'I wish it would rain down' e soprattutto la famosissima 'Another day in paradise', che nonostante il titolo ingannevole, parlava dei senzatetto e della nostra indifferenza ad essi.
Phil Collins ha raggiunto l'apice del suo successo nel decennio degli anni 80, ne è diventato un simbolo e la sua voce ha il potere di rievocare quei tempi, così come i suoi assoli di batteria, dove in canzoni come 'In the air tonight' facevano tutta la bellezza e l'andatura del pezzo e gli assoli di tromba, che tanto andavano e che hanno davvero spopolato, in canzoni come 'Sussudio' e 'Saturday night and Sunday Morning'. 

Ma c'è un disco doppio, che più precisamente è una raccolta, che per me personalmente rappresenta l'essenza di questo immenso, poliedrico, eclettico, instancabile artista, si tratta di 'Phil Collins love songs'.
Nonostante io non ami più molto, con lo stesso entusiasmo di un teenager, le canzoni d'amore, esse hanno segnato alcuni momenti romantici e non della mia adolescenza. Quelle di Phil in particolare ne sono state proprio un'intera colonna sonora, che io allora pensavo scritte soltanto per me!
La prima esplosione di dolore, mista a quella sofferenza che da giovani si tende quasi ad autoinfliggersi, è legata a 'A groovy kind of love'. Non dimenticherò mai con quale compassione e compartecipazione vidi per la prima volta il video. Phil era seduto in una sorta di scantinato buio, aveva accesso il proiettore e si era messo a riguardare, fumando una sigaretta, le immagini di 'Buster', il film di cui la canzone era colonna sonora e lui stesso protagonista. Una canzone struggente, impossibile non amarla. Durante un viaggio in Florida proprio del 1989 avevo fatto una cassetta con il lato A pieno solo di quella canzone e l'ascoltavo in uno scintillante walkman Sony nel retro della macchina. Mi sentivo già di aver oltrepassato l'apice dei dolori del giovane Werther!
Allo stesso modo è impossibile non passare attraverso la 'fase adorazione' di 'Against all odds', anch'essa canzone del film 'Due vite in gioco', cantata, urlata e pianta da schiere di adolescenti in piena fase puberale a partire da quel fatidico anno 1984 in cui fu realizzata.

Penso a quanto possa essere sensibile quest'uomo, che ha cantato il dispiacere della sua separazione dalla moglie in molte canzoni come 'Separate lives' e che nel 1981 cantò a Top of the Pops 'In the air tonight' con un secchio e un pennello sul pianoforte, perchè aveva saputo che sua moglie si era appena messa insieme ad un decoratore d'interni. Dopo 3 minuti e 42 secondi di preparazione, la sua rabbia per il tradimento della donna a suo discapito, ancora scoppia in quella canzone. 
Insomma, quest'uomo ha il potere di farti rivivere il tuo primo amore o almeno le sensazioni dell'amore. E' come un profumo, togli il tappo e insieme alla fragranza ne esce il passato. Mi capita in particolare con 'One more night', che avrò ascoltato due milioni di volte e ogni singola volta, già dalla prima nota, ho i brividi.
Poi mi ricordo come era vestito nel video e sorrido per le sue giacche con le spalline, le cravatte strette e i capelli lunghi, nonostante la sua già evidente stempiatura. Una canzone che racconta, secondo me, un momento che ogni essere vivente ha almeno una volta vissuto e per questo tocca delle profondità abissali.

Il disco comprende altre innumerevoli magnifiche canzoni. Di ognuna si potrebbero scrivere fiumi di parole, ma ho citato solo quelle che mi sono state particolarmente a cuore. Non dimentico, anche in questo caso, di ricordare come sia stato gradito questo CD ricevuto in regalo circa un anno fa, che poichè in formato originale, mi ha dato la possibilità di godere anche della bellezza del packaging.
La copertina ricorda la busta di una lettera, di quelle che proprio negli anni 80 ancora si scrivevano su carta e con l'inchiostro e che poi venivano spedite dall'altra parte dell'oceano, magari proprio per raggiungere un amore impossibile e sulle quali si lasciavano le impronte delle labbra colorate da un rossetto e si scriveva all'esterno 'By air mail'.
Non so..ma non credo che ci potesse essere una copertina più azzeccata per queste canzoni così straordinarie e per un cantautore del cuore come Phil.

        

mercoledì 18 gennaio 2012

E.T. un mito degli anni 80

Credo di essere stata l'ultima persona al mondo nata negli anni settanta ad essere arrivata al 2012 senza aver visto mai una volta il film, ormai cult, di Steven Spielberg E.T. Confesso che tutte le volte che mi chiedevano se l'avessi visto, mi vergognavo un po' nel rispondere che non ne avevo ancor avuto modo.
Ma le vacanze di Natale scorse sono servite anche a questo, a dedicarmi a cose che si lasciano sempre indietro perchè non si ha mai abbastanza tempo per dedicarvisi.
Finalmente non avevo più scuse, qualche settimana fa mi sono seduta sul divano e mi sono gustata questo intramontabile film per ragazzi e adulti, che ha letteralmente segnato un'epoca.
Sì, perchè ormai è sempre più raro trovare dei film in cui ritrovi anche i miti della tua infanzia. Al di là della tenerissima e commovente storia dell'alieno abbandonato sulla terra, nostalgico di casa, che tutti ormai da trentanni conoscono, mi ero dimenticata di come fossero pregni di 'americanità' i nostri sogni di ragazzini. Per esempio, mi ricordo lo sbavare davanti a quelle case americane a due piani, con le camere dei ragazzi con i letti a castello o sopraelevati e il guardaroba grande la metà della stanza, nel quale nascondersi. I muri erano sempre tappezzati di poster di film famosi e sportivi e, soprattutto, le porte si aprivano e chiudevano senza indugio, come quelle delle camere degli hotel.
Ecco da dove mi era arrivato il desiderio di avere una bicicletta Bmx! Gli amici di Elliott cavalcano delle fiammanti e supereroiche Bmx che riuscivano a volare fino in cielo e scorrazzavano per le strade di una Los Angeles da cartolina. Anche la città era già un mito, specie per la mia generazione, che ha vissuto i fasti degli anni 80 e ha emulato e osannato le icone americane che si facevano largo in quel decennio. C'era il mito del frigorifero d'acciaio gigante e dei cartoni del latte formato famiglia, dei telefoni appesi al muro della cucina con il filo che arrivava fino in soggiorno e la vestaglia da camera a quadri, che lo stesso E.T. buffo e ubriaco indossa. Ma c'era anche quella festa, per noi allora sconosciuta, come Halloween durante al quale ci si travestiva come a carnevale e il pallone da football americano, il guantone da baseball. Insomma, si guardavano i film per ragazzi anche per vedere tutti questi begli ammennicoli che da noi arrivavano a stento. Solo molto tempo dopo, l'America ha in iniziato a esportare talmente tanta porcheria da non poterne più e abbiamo cominciato a snobbarla.
Ma almeno il cinema americano alla Spielberg qualche bel ricordo ce l'ha pure lasciato, così come l'infanzia ci lascia tenera e idealizzata ogni immagine solo perchè lontana, solo perchè riposta in quel pertugio ovattato e resistente agli urti, che era la nostra innocenza. 
Anche E.T. era ed è un film innocente. Per questo, ha superato il suo tempo e lo ha lasciato immobile e intoccabile, per questo, è impossibile non commuoversi davanti a quel 'Hooooomee....Phooooneee', che il povero 'nanupede' E.T. impara a dire in una lingua a lui sconosciuta per esprimere la sua nostalgia.
Chissà se poi E.T. è arrivato sano e salvo a casa...

lunedì 11 luglio 2011

Hawaii, Hawaii....Magnum P.I. e il Vietnam

Mi ricordo che negli anni 80 la parola Hawaii evocava l'ideale di luogo di vacanza esotica per eccellenza.
Gli anni 80 erano anche i tempi in cui tutto ciò che era americano era 'necessariamente' bello, giusto e buono.
Spero di non essere l'unica a conservare questo tipo d'impressione e a ricordare che, tutto sommato, l'ombra della Guerra Fredda e del mondo diviso in due parti nettamente distinte, cioè l'est europeo e l'Occcidente, era davvero incombente.
Dunque la sottile propaganda filo-americana di cui era costantemente vittima il nostro paese, faceva sembrare magnifico ed esemplare tutto ciò che avesse una provenienza statunitense. Il mito delle Hawaii ha 'campato' per almeno tutto quel decennio grazie alla spinta ideologica che le sorreggeva.

Oggi, a distanza di anni, forse si può avere un'idea leggermente più neutrale di questo arcipelago, nonchè cinquantesimo stato degli Usa. Ma credo che nell'immaginario collettivo, ancora si pensi alle Hawaii come al posto di vacanza da sogno.
Forse ciò era dovuto anche all'influenza che lo show televisivo Magnum P.I. aveva avuto nell'immaginario collettivo.
Magnum P.I. è stato un mito, il suo protagonista Tom Selleck è stato un sex-symbol degli anni 80, la Ferrari rossa 308 GTS un oggetto di desiderio nella mente di tanti.
Di recente ho letto un libro intitolato 'Aloha Magnum', scritto da Larry Manetti, che era il 'Rick', amico di Magnum nello show. E' un libro di ricordi e aneddoti relativi agli anni in cui gli attori e la troupe televesiva hanno girato lo show e grazie a questo libro si possono scoprire i veri volti degli attori, le loro personalità, manie e si può continuare a sognare ancora un po' quel mito, anche se ad oggi, ormai, rimane piuttosto lontano.

Su un canale televisivo che ripropone repliche di diversi show, più e meno recenti, stanno trasmettendo, proprio Magnum P.I. e lo sto riguardando. Ovviamente con occhi diversi, con un'attenzione del tutto nuova rispetto a quella che avevo quando ero appena adolescente.
Risultato: le Hawaii su di me hanno ancora fascino. Certamente ora è un fascino diverso, l'interesse è cambiato. Sono più attenta ai particolari.
Ora riconosco i nomi delle diverse isole: Oahu, The Big Island, Maui, probabilmente le più famose e poi Kauai, Molokai e Lanai meno conosciute. La capitale è Honolulu, ma si cita spesso anche Waikiki, che insieme alla capitale è stata un'icona simbolo come località turistica hawaiana e subito ricorda la spiaggia affollata, l'ombrellino nel cocktail  e la barca con la vela colorata.
Le Hawaii sono isole vulcaniche e quindi hanno scenari mozzafiato, una vegetazione rigogliosa, scogliere impervie e lussureggianti, tutti panorami che durante le puntate di Magnum P.I. si possono beatamente ammirare e sognare. E' tipica l'immagine della Ferrari rossa che scorrazza sulle strade asfaltate dell'isola di Oahu, quasi a precipizio sulle scogliere o ai bordi di spiagge paradisiache riprese dall'alto, non lontane dalla meravigliosa villa del quale l'investigatore privato più famoso d'America è ospite.
Lo scrittore Robin Masters infatti l'ha assunto per occuparsi, insieme al meticolosissimo maggiordomo britannico Johnathan Higgins, della sicurezza della sua villa; abitazione in riva al mare che oggi si può ancora trovare e visitare sull'isola.
I particolari che osservo oggi sono soprattutto quelli che riguardano le mode, l'abbigliamento, l'oggettistica del decennio anni 80, quando ad esempio, indossare la Lacoste in spiaggia e le polo Ralph Lauren per fare a pugni era, qui da noi, quasi sacrilego.
Così come avere una Nikon reflex con teleobiettivo era davvero un lusso e Magnum P.I. se ne serviva nel telefilm (come si chiamavano all'epoca) durante i suoi appostamenti, al limite del rischio. Allo stesso modo, il Rolex Gmt acciaio con la ghiera rossa e blu che indossava, era un orologio super chic e ad oggi è diventato un oggetto di culto. Lo si poteva osservare fin nei minimi particolari in una precisa puntata - la mia preferita in assoluto - che portava il titolo di 'Ritorno a casa', durante la quale Magnum rimane naufrago in mezzo al mare dopo essere caduto dalla sua canoa e lontano da tutti si ritrova ad affrontare un'intera giornata e una notte nelle pericolose acque del Molokai Express (una zona interessata da una forte corrente marittima così chiamata) e addirittura l'avvicinamento di uno squalo.
Mancano forse soltanto le mie amate balene a questo show, le quali costituiscono in realtà un'attrazione esilarante per chi si reca su queste isole d'inverno. E' qui che i più mastodontici mammiferi dell'oceano vengono a svernare, a giocare, a nutrirsi e anche a salutare le centinaia di passeggeri a bordo delle navi turistiche, che si spostano a largo per osservare questi amichevoli cetacei. Si dice che non sia raro riuscire ad avvistare loro e il loro spruzzo o respiro d'acqua quando riemergono dalle profondità, persino da riva.
Alle Hawaii non è raro dover affrontare la forza del mare, per questo motivo oggi più di allora mi attira questo posto, perchè è qui che si fa il vero surf.

Jaws, North Shore e Pipeline sono tutte località che hanno assunto un significato speciale per i surfisti e gli appassionati di surf come me; è qui che si tengono durante gli inverni Hawaiani le più grandi sfide e gare di surf. 
Lo sport in Magnum P.I. ha un ruolo davvero dominante. D'altronde si conosce bene quanta importanza diano gli Stati Uniti d'America a tante discipline sportive. Per questo, forse, uno dei più noti simboli d'America di quel tempo - appunto Tom Selleck/Magnum P.I. - doveva avere un fisico spettacolare ed eccellere in tante discipline, tra cui, surf, canoa, basket, pallavolo e softball. In questo modo l'uomo americano risultava più forte, più allenato e più atletico di chiunque altro agli occhi del mondo occidentale.

C'è un altro leit motiv, probabilmente il più serio tra tutti, che si ritrova davvero spesso nelle puntate di questo show e che non posso non citare, nonostante non c'entri molto con le Hawaii. Ma forse in certo senso c'entra, perchè le Hawaii sono state il posto in cui i giapponesi attaccarono la flotta statunitense a Pearl Harbor nel Pacifico, causando così l'ingresso degli Usa nella seconda guerra mondiale. Magnum e i suoi amici Rick e TC sono tutti reduci di una guerra più recente, quella del Vietnam. Forse dovrei tenere il conto, ma sono certa che quasi tutte le puntate abbiano un rimando a questo tragico evento storico. I protagonisti, ex marines, portano ad esempio tutti un anello che li accomuna, che riproduce la croce di Lorena (un simbolo che fa parte della trazione militare), Magnum stesso indossa un cappellino da baseball, anch'esso tratto caratteristico del personaggio, con la scritta 'Da nang', città vietnamita sede di una base aerea americana e i ricordi di quella turpe esperienza di guerra attanagliano violentemente le loro coscienze. Devo dire che, al contrario di quello che ricordavo, una volta tanto il governo degli Stati Uniti viene spesso ridicolizzato e condannato dai protagonisti per come ha condotto quella guerra. Non c'è sempre vittimismo, piuttosto amarezza e disincanto. Questi reduci sono uomini duri.
Certo è difficile dirlo quando si vede Magnum mangiare i pop corn e bere la sua birra davanti alla tv nella casa degli ospiti della villa del Signor Masters, oppure quando lo si vede indossare la famosa camicia hawaiana rossa con i fiorelloni, seguita da analoghe varianti. Eppure a distanza di anni, si dice che addirittura dietro quella camicia hawaiana si nascondesse una bella mossa di marketing proprio a favore delle isole Hawaii.
Essa non era altro che un modo per creare pubblicità e glamour a favore di queste isole meravigliose.
Di recente ho potuto vedere di persona, esposta al museo di arte pop di Washington, proprio la più famosa delle camicie hawaiane di Magnum donate dall'attore stesso dopo la conclusione di questo, che ormai è diventato uno show di culto per gli amanti degli anni 80.

Prima o poi spero di visitare le Hawaii, per vedere che effetto fa di persona calpestare le isole del surf, dei vulcani, dei fiori di Ibiscus e del cibo di influenza giapponese data la vicinanza geografica e scoprire se, come diceva il baffuto investigatore Magnum P.I. in una puntata, se questo sia davvero 'un posto ideale per dimenticare i propri guai'....

giovedì 2 giugno 2011

TRACY CHAPMAN - Tracy Chapman

Uno dei dieci dischi della mia vita ha un nome e cognome: Tracy Chapman.
Si tratta dell'omonimo esordio di Tracy Chapman del 1988. Ormai in molti conosceranno Baby can I hold you, che è sicuramente il brano più famoso, cantato e ricantato da tanti e ormai entrato nell'olimpo dei grandi classici.
Ma oltre a quello, nel disco, si concentrano quasi tutte canzoni di altissima qualità e di estrema delicatezza. La presenza scenica non ha molto a che vedere con questa cantante, che preferisce lasciar parlare, e in questo caso direi, cantare la sua voce: possente, profonda, assertiva, ma sempre estremamente delicata. Una voce 'nera', sofisticata e virtuosa.
Le canzoni d'amore, struggenti e intimistiche, come For my lover, For you, If not now, sembrano sussurrate al buio di una stanza, ma muovono emozioni in modo totalmente dirompente. Impossibile smettere di ascoltare For my lover e non credere di avere appena visto l'uomo che racconta di essere arrivato fino a rinchiudersi in una prigione per amore. Impossibile non immaginare la scena di una violenza familiare e non provare dolore o sofferenza dopo aver ascoltato il brano a cappella Behind the wall. La Chapman racconta storie di vite ai margini della sopravvivenza, come nella magnifica Fast car, la voglia del riscatto di una vita migliore e incita con parole di pietra alla ribellione, scuote le coscienze in Talking about revolution, Across the lines e in Why. Questo disco sembra una completa weltanschauung della Chapman, una confessione al ritmo di una musica blues e folk che sembra voglia raccogliere attorno a sè pochi intimi, farli sedere in cerchio attorno a lei, ricordare loro che il dolore può dare estrema forza, una voce può far vibrare un palazzo intero, una semplice chitarra può recuperare un'esitenza e donarle un po' di pace.
Il sound si avvale di melodie e ritmi molto orecchiabili e cantabili, nonostante la dizione quasi impossibile di questa cantante americana di Cleveland (Ohio). Un folk anni '80 intenso e scuro, per niente noioso e alquanto vivace nonostante la serietà dei temi trattati.
Non è un concept album  ma nella mia visione d'insieme di questo piccolo capolavoro ritrovo un unico, espanso, gioioso e sofferto tema: quello dell'amore per gli altri in tutte le sue sfaccettature.