MATRIOSKla

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domenica 24 novembre 2013

Norwegian Wood - il film

Finalmente sono riuscita a vedere un film che ho rincorso per anni. Finalmente l'ho trovato e me lo sono gustato in giapponese con sottotitoli in italiano. La mia lettura di Norwegian Wood risale a molti anni fa. Era il 2001. E' stato il secondo romanzo che ho letto di Murakami e francamente non ricordavo benissimo la storia, quando ho cominciato a guardare il film. Ma soprattutto non ricordavo affatto che la storia dei due giovani protagonisti Watanabe e Naoko fosse così triste. Ero molto più giovane anch'io quando lessi il romanzo ed era forse un periodo della vita in cui si vive in maniera più totalizzante l'amore, specie quello infelice. Dunque tutta quella tristezza, presumo mi sia pesata meno di quella che mi ha preso guardando il film.
Avere poco più di ventanni e pensare di poter restare fedeli ad un amore contrastato e quasi impossibile sono un connubio perfetto. Forse anche questo è quello che succede a Watanabe che in una Tokyo degli anni 60 si innamora di Naoko, una ragazza tormentata dai sensi di colpa e dalla sua stessa infelicità. Il senso di responsabilità, che comincia ad affiorare quando la vita ti mette il cuore di qualcuno nelle tue stesse mani tormenta Watanabe tanto da fargli credere che quell'amore sia davvero il suo destino. Ma la vita ha in serbo per lui ancora molto, la vita che davvero lui sente scorrere in sè lo libera da ogni afflizione e lo trasforma in un uomo che dovrà continuare per la sua strada nonostante Naoko. 
Una storia che mi ha sempre lasciato perplessa, sia nel romanzo che, ora, dopo aver visto il film. Di certo un film che porta a riflettere, che rispecchia la classica vena cinematografica dei bei film giapponesi, che spesso non sono scindibili dal turbamento dell'animo umano. Film profondo e crudo.

sabato 16 novembre 2013

Breaking Bad

Scettica. Parecchio. Ecco com'ero quando ho cominciato questa mia personale ricerca dell'ennesimo perchè ci siano in giro prodotti commerciali, che piacciono sempre al grande pubblico. L'inizio è stato deludente, lento, poco interessante. Ma quando il Dottor Walter White ha iniziato a tirar fuori le sue palline, allora il gioco ha cominciato a farsi interessante. La prima stagione di Breaking Bad l'ho guardata tutta in una settimana scarsa. La seconda l'avrò divorata in cinque giorni e la terza in poco meno di quattro. Sono alla quarta. I giochi sono cambiati, il Dottor White, anche detto Heisenberg, è diventato un duro. La trama è una farraginosa vertigine di eventi, oculatamente tenuti insieme da una sceneggiatura geniale (Vince Gilligan, anche sceneggiatore di X-Files). I dettagli si sono fatti via via sempre più accurati, proprio come un esperimento di chimica, la dipendenza dalla visione convulsa e irrinunciabile si è fatta dura come un cristallo di meth e la fotografia, la regia e le performances degli attori sono quasi da cult.
Anche se non sono ancora arrivata alla fine della grande avventura di un chimico malato di cancro, che diventa miliardario cercando il bene, laddove opera il male, devo dire che questa serie tv merita davvero tutto il successo che ha avuto. Un'ennesima introspezione psicologica dell'animo umano, della società occidentale e del senso dei veri valori divisi tra il bene e il male, la corruzione e gli eccessi. Un viaggio al centro della propria coscienza.

mercoledì 11 settembre 2013

I film di Woody Allen


Perchè mi piacciono i film di Woody Allen? Semplice. Perchè parlano alla mia mente. Niente azione, niente avventura, nè erotismo. Ma parole. Pensieri. Manie e spesso anche paranoie. 
Di recente ho visto due film interpretati da Woody Allen. Il primo 'Provaci ancora Sam' del 1972 e il secondo da lui anche diretto 'Misterioso omicidio a Manhattan' del 1993. Godibili da diventar matti, punzecchiati della tipica ironia di Allen e soprattutto sigillati dalla straordinaria alchimia che lega Woody Allen a Diane Keaton. Insicindibili, fobici e in preda alla più assurda paranoia. Sia in 'Provaci ancora Sam' , che in 'Misterioso omicidio a Manhattan' la maestria dialettica dell'intreccio narrativo e la giustapposizione delle scene e dei dialoghi sono impreziositi dalla bravura degli attori nel mettere in bella mostra le loro manie. Impossibile non ritrovare almeno un pizzico di se stessi nei monologhi, nelle ossessioni e nelle debolezze così sottilmente e, nello stesso tempo, ridicolamente raccontate dalla mente dei protagonisti.
Due storie da divano comodo e popcorn, in una serata di pioggia, sognando due grandi città come San Francisco e New York, nelle quali sono ambientate. Guardare questi film a là Allen è come trascorrere una piacevole serata in salotto, circondati da intimi amici.

martedì 5 febbraio 2013

La ragazza che saltava nel tempo

Bello questo film d'animazione giapponese. Mi ha lasciato addosso un po' di malinconia, mi ha tenuto incollata e mi ha commosso e non ultima cosa è stupendamente realizzato. Il tempo è sempre un argomento complicato da affrontare e gestire, e quest'anime ne tratta con particolare originalità e delicatezza.  Makoto, la protagonista, si ritrova con una sorta di 'telecomando' del tempo, che le permette di manipolarlo, averne il controllo e decidere che cosa far succedere e quando. Finchè lei stessa perde l'orientamento e comincia a confondersi. Seguire la trama non è particolarmente complicato, però richiede un minimo di attenzione, per nulla difficile da raccogliere davanti ad una storia così ben orchestrata. Il finale è davvero strappalacrime e lascia in sospeso. Può piacere o meno. Io vi ho trovato una certa ragion d'essere. Nonostante sia un film classificato come 'fantascienza', non lo è affatto, ma di certo non ci si può non aspettare che un'anime non abbia una componente fantastica o surreale. 
Il film è del 2006 e in Italia lo hanno trasmesso nel 2009. Ha ricevuto sei premi al Tokyo International Anime Fair nel 2007. Direi tutti meritati. I personaggi sono tutti piacevoli e ovviamente ho un debole per Chiaki.

lunedì 4 febbraio 2013

Vero come la finzione

Più che vero, direi strano. Ancora una volta il titolo originale di un film ha più senso che la sua traduzione in altra lingua. Infatti in inglese sarebbe 'Stranger than fiction', film del 2006, ambientato a Chicago.
Se un giorno, lavandosi i denti, qualcuno scoprisse che nella sua testa ci fosse una voce, penserebbe subito di essere pazzo o schizofrenico. Invece Harold Crick (Will Ferreli), dopo aver consultato un esperto di letteratura, - che nella fattispecie è un bizzarro ed eccentrico Dustin Hoffman - scopre di essere il personaggio di un romanzo non ancora concluso. A questo punto, voi cosa fareste se, per di più scopriste che quella voce narrante non è d'altri che dell'autrice del libro di cui siete protagonisti e che da lei avete sentito che la vostra fine è vicina? Probabilmente, cerchereste disperatamente la persona che si nasconde dietro quella voce  (Emma Thompson) per dissuaderla dall'ammazzarvi. E questo è proprio quello che Harold tenterà di fare per salvare la sua vita. 
All'inizio stramba e bizzarra, verso la fine la storia mi ha davvero convinto. Soprattutto se dietro questa surreale storia si nascondesse un'altra delle tante metafore della vita stessa, che a me è parso di vedere. 
Un piccolo cammeo che ho apprezzato, in quanto amante dell'articolo, è la scena in cui Harold si trova in un negozio di chitarre, intenzionato a comprarne una e la voce si profonde in romanzate descrizioni dei generi di chitarra più famosi.

domenica 20 gennaio 2013

Big Miracle - Qualcosa di straordinario

Sono finalmente riuscita a vedere questo film uscito nel 2012 diretto da Ken Kwapis e interpretato, tra gli altri, da una ispirata Drew Barrymore. Per chi ama le balene come me, è un sollievo sapere che questa storia sia ispirata ad un fatto realmente accadauto e che effettivamente non solo gli attivisti di Greenpeace, ma anche la gente comune provi simpatia nei confronti di questo enorme e pacifico animale marino. La storia di Fred, Wilma e Bam Bam, secondo quello che ci mostra il film, sollevò l'interesse dell'opinione pubblica, da quella dei bambini, a quella politica, fino a quella delle allora due 'super potenze' che erano Usa e Urss.  
La vicenda si svolge nel 1988, quando Reagan e Gorbaciov erano i principali protagonisti del disgelo politico  tra i due paesi dopo anni di Guerra Fredda. Proprio grazie alla politica di riavvicinamento e alla cosiddetta 'glasnost', il salvataggio di tre balene imprigionate tra i ghiacci dell'Alaska nel Mare di Beaufort, costituisce un'opportunità per i due governi per collaborare ad un nobile scopo comune. Un film commovente e nostalgico, semplice e rassicurante come sembravano essere gli anni 80, che questo film rievoca così bene. Nonostante il finale sia dolce-amaro, rimane un film da lieto fine e molto godibile.

venerdì 11 gennaio 2013

Il buio oltre la siepe - Harper Lee

Avevo 15 anni quando lessi questo libro e ancora mi emoziona il ricordo di quell'estate. Era il 1991. La professoressa di letteratura italiana ci diede la solita lista di libri da leggere come compito delle vacanze estive. Dunque sarà stato per quello o perchè la storia si svolge nel sud degli Stati Uniti e precisamente nello stato dell'Alabama che associo questo libro al caldo, alla polvere che quello sparo esploso dal fucile di Atticus Finch solleva dalla strada non asfaltata della sua casa, dalla quale Scout osserva il coraggio e la bravura di suo padre mentre uccide un cane randagio. 

Per il resto, forse a tutti è nota questa storia, di recente riportata all'attenzione da Barack Obama, che ha definito questo romanzo come uno dei più importanti capolavori della letteratura americana che abbia contribuito a dar voce all'anti razzismo.
Atticus Finch è un avvocato incaricato di difendere un uomo di colore accusato di violenza carnale. Egli riuscirà a dimostrarne l'innocenza, ma l'uomo sarà comunque condannato. Le scene del processo sono state poi immortalate per sempre anche dallo splendido film del 1962, ancora in bianco e nero, interpretato da un algido e adamantino Gregory Peck. Ma il libro trova il suo punto di forza nella narrazione dei fatti da parte di Scout, una sorta di Huckleberry in gonnella, che si comporta come un maschiaccio e scandalizza i suoi vicini ben pensanti. Una narrazione a metà tra la purezza dell'infanzia e lo stupore dell'occhio ancora bambino che testimoniano fatti di atrocità e violenza senza esserne mai sopraffatti. Un libro immortale. Un pezzo della storia del mondo e anche della mia. 

giovedì 10 gennaio 2013

Laurel Canyon

Una città senza cuore, sempre la stessa: Los Angeles. Una manciata di personaggi stralunati che sembrano appena usciti da un romanzo  alla Bret Easton Ellis, una storia che ha un inizio, ma non una fine e procede in circolo. Vizi, stravizi, trasgressione e infine una lotta senza posa contro i demoni della tentazione. Su tutto questo, come tocco finale, una grandiosa colonna sonora dove 'In a funny way' dei Mercury Rev, si giustappone al clima del film vaporoso ed evanescente, grazie alle atmosfere della loro musica dream pop. Un film altamente sconsigliato a tutti quelli che non amano il genere, cioè sostanzialmente, quei film che non hanno una vera storia, un'azione, un compimento, ma che si concentrano sulle emozioni interiori dei personaggi, sulle loro espressioni e su quello che non riescono ad esprimere, ma soltanto a sentire. Un film che parla di passioni e di fantasie proibite, dove l'unica pecca, forse,  è soltanto la scialba - volutamente o meno - interpretazione degli attori. Tra tutti spicca un Christian Bale , nel personaggio di Sam, sballottato qui e là nella storia, ma senza granchè da dirne a proposito. Nonostante il film mi sia piaciuto perchè mi ha ricordato le atmosfere di 'Less than zero' del maestro Ellis, purtroppo nulla del personaggio di Sam lascia trasparire il fascino della mente di Clay.

venerdì 21 dicembre 2012

Stand by me - il film

'Stand by me' è una di quelle canzoni tipo 'Imagine'. L'hanno cantata, usata e abusata davvero in troppi. Ma quando ascolto l'originale, suona sempre meglio di tutte le altre. E' stata una delle prime canzoni che ho imparato a suonare con la chitarra ed è una sorta di passaggio obbligato, così come talvolta lo è guardare un film ad un certo punto della propria vita. 'Stand by me', il film, mi è capitato tra le mani soltanto qualche mese fa, sebbene l'avessi già intravisto  in tv varie volte e così mi sono decisa a vederlo.
Devo dire che mi sono davvero pentita di aver snobbato per tanto tempo un film con un'idea così semplice e profonda allo stesso tempo. Un film fatto di umane emozioni e vicende, fatto proprio di quei passaggi obbligati come il senso dell'amicizia, la voglia di vivere e la morbosa curiosità nei confronti della morte. 
Questo film mi ha ricordato 'Un mercoledì da leoni'. Sarà che il gruppo di ragazzini amici, ognuno con una natura, una provenienza e una destinazione diversa è un modulo che si ripete nei film, che scoprono i nervi dell'essere umano e lo scuotono, ne vogliono sondare l'animo fino in fondo. 
Ci sono molte scene significative di questo film. Quando i ragazzi riescono finalmente a vedere il cadavere del quale sono alla ricerca, la loro reazione è forte e personale. Ognuno reagisce in modo diverso e sembra che in un istante lo sgomento di qualcosa - che è l'antitesi della vita che scorre loro nelle vene - come l'aver visto la morte in volto, li trasforma per sempre rendendoli estranei l'uno all'altro. La morte li separa, li mette alla prova. L'entusiasmo per qualcosa di mai visto diventa la tristezza di qualcosa di ormai raggiunto e che ha lasciato loro un senso più alto della percezione della vita. La morte li ha resi grandi in un giorno.

 'Il treno gli aveva fatto volare via le scarpe e la vita'. Gordi, il protagonista e voce narrante del film, così esprime la visione di quel cadavere. Esso doveva essere il simbolo di una bravata e di un atto goliardico e invece li annichilisce, lascia loro l'idea per la prima volta, che lì davanti a loro c'è qualcosa che un giorno non li renderà più invincibili come si sentono ora. Gordi, inoltre rivive la tragedia del fratello morto e ne prende finalmente coscienza, temendo di non essere amato dai suoi genitori, ancora scossi dalla grave perdita. Allora è l'amico Chris (un giovanissimo River Phoenix) a rincuorarlo e a dirgli 'Un giorno sarai un grande scrittore'. Così grazie a lui conosciamo, a distanza di anni, la storia di questa piccola grande avventura. 
Ricorda 'Un mercoledì da leoni' anche per quel senso di  ricordo di un'estate. 'Non ho mai avuto amici come quelli di quando avevo dodici anni.Gesù, ma chi li ha'. Malinconico e prezioso racconto, da un soggetto di Stephen King.

venerdì 14 dicembre 2012

Shining ovvero la 'luccicanza'

Quando nevica di giorno così intensamente come oggi, mi viene sempre una strana voglia. Guardare 'Shining'. Il thriller o horror movie del grande maestro Stanley Kubrick. Nonostante sia un film da guardare di sera, esso mi turba al punto, da non avere più il coraggio di farlo quando calano le tenebre. Ma, d'altronde, l'immensa distesa di neve che si adagia di giorno su prati, ringhiere e alberelli qui fuori dalla mia finestra molto si addice a quel clima presago di terrore e tragedia che ben presto avvinghia l'intera storia. Tutti la conoscono e quindi non starò qui a riassumerla o nemmeno a svelarne i dettagli per quelli che ancora non abbiano visto il capolavoro. 
Che cosa rende geniale e indimenticabile questo grande film? Per quanto mi riguarda, in primis, la regia di Stanley Kubrick. Nonostante il film non nasca da un'idea originale del registra, ma sia un sublime adattamento in pellicola tratto dal romanzo di un altro grandissimo come Stephen King, il tocco dell'interpretazione della telecamera di Kubrick si vede sempre. Innanzi tutto l'atmosfera di terrore sta tutta nell'attesa di qualcosa di annunciato. Quest'attesa monta quando entrando nell'Overlook Hotel si percepisce il senso di estremo isolamento. La famiglia Torrence rimarrà per tutti i più rigidi mesi invernali a sorvegliare il grande albergo, completamente estranea a qualsiasi contatto con la realtà esterna. Kubrick si avvale di quel senso di dimensione iperbolica e storpiata che sempre caratterizza i suoi film. Tutto, nell'hotel, sembra essere immenso ed esagerato, fuori dalla portata dell'uomo. Ci si sente  'ospiti' dell'hotel, data l'ampiezza e veridicità di camere, cucine, sale e corridoi e al contempo sopraffatti dalla loro stranezza. Quella 'stranezza', seppure rivestita di lussuosi tessuti e mobilio, ha un nome sinistro tanto quanto una qualche sconosciuta sindrome detta Shining o anche 'luccicanza'. 
Danny, il figlio di Jack Torrence - guardiano d'inverno dell'hotel, pare esserne afflitto. Danny è la chiave di tutto, è l'occhio attraverso il quale vediamo e la mente attraverso cui percepiamo e allo stesso tempo, come fossimo dei bambini, non ci spieghiamo, tutto ciò che accade e travolge i protagonisti, investendoli di una ineluttabile e contagiosa follia. Il personaggio di Danny rende il film agghiacciante. Impossibile dimenticare il rumore del triciclo sul quale il bambino attraversa le stanze dell'hotel, impossibile separare la grandezza dell'occhio kubrickiano, che ci racconta cosa accade, dal senso claustrofobico che accompagna le scene della cucina: attrezzi, utensili, mobili, provviste affastellati ovunque e inutili, abbandonati ovunque come privi di vita. Insieme a quello, l'inquietante sensazione di 'cromofobia' che quel tappeto, sul quale rullano le ruote del triciclo, sia parte della paura. I colori di Kubrick si ripetono di film in film, ne costituiscono sovente un filo conduttore: il rosso, l'arancione, il marrone. Colori dominanti. La geometria, le forme, il senso dell'eleganza in tutto ciò che costituisce la scenografia torreggiano e arricchiscono la storia.
Spesso mi ritrovo a sentire la mancanza, come oggi, dei film di Kubrick, non tanto per godere della storia che mi racconteranno, ma quanto per le sensazioni che avrò nel guardare ogni singolo dettaglio e oggetto che inevitabilmente diventano simulacri dell'estetica cinematografica del registra e ne sanciscono una firma. 'Shining' è un film del 1980. Ovviamente i segni della moda di quel tempo amplificano lo stridore tra ciò che significa oggi un thriller e quello che significava allora. Ma in un certo senso, come sempre accade quando un film diventa un classico, guardiamo un film vecchio di 20 o 30 anni anche per ricordare quello che è rimasto archiviato nella memoria attraverso le immagini. Ancora una volta Danny, con i suoi maglioncini di lana spessa, in particolare quello con il disegno dell'Apollo 11 sul petto e la sua pettinatura tardo anni 70 sono piccole reliquie della nostra mente, sulle quali indugiamo come su una vecchia fotografia. Un film che non si può, davvero, non aver mai visto.

mercoledì 18 aprile 2012

Burn after reading - A prova di spia

Un ottimo cast, in panni decisamente inusuali per un film che tocca vette di assurdo parossismo. Ma proprio l'esagerazione rende questa storia eccezionale e fuori dall'ordinario. Sebbene i temi siano alle basi della caducità umana come il tradimento, il culto della bellezza a tutti i costi e la corruzione, essi sono esplorati in una chiave così esasperata da parere ancora più veri.
John Malcovich interpreta Osbourne Cox, un ex agente della CIA, licenziato per motivi fasulli, ma ovviamente strategici. Un giorno decide di scrivere le sue memorie. Ma accidentalmente il cd che contiene dati segreti cade nelle mani di una coppia di personal trainer, Chad e Linda, che credono di poter ricattare Osbourne, sopravvalutando il contenuto del cd. Nel frattempo Harry Pfarrer, interpretato da uno stralunato e paranoico George Clooney, intrattiene una relazione con la moglie di Osbourne e la stessa Linda, in un groviglio di casualità ed equivoci che costituisco il farraginoso intreccio della storia. Proprio l'intersecarsi di situazioni apparentemente così distanti e, tuttavia pericolosamente collegate, costituisce il collante dello svolgimento del film. 
La regia dei grandissimi fratelli Coen fa di questo film un'enorme parodia delle ossessioni umane, pone una impietosa lente d'ingrandimento sui pruriti e le manie di personaggi 'tipo' della nostra società e conferisce un'atmosfera di tragicomica ironia, che mi ha ricordato, a tratti, una sorta di moderna versione di 'Il Dottor Stranamore'. Il film è datato 2008, in una perfetta ambientazione 'asettica' come quella che circonda i panorami di una torva e misteriosa Washington D.C. Mi cruccio solo di aver lasciato sedimentare fin troppo  questo piccolo capolavoro, prima di vederlo.

martedì 10 aprile 2012

Non è un paese per vecchi

Giuro che quando ho visto il film non ho capito niente e che l'avevo guardato soltanto perchè se era parlato molto e perchè in generale mi piacciono i film dei fratelli Coen. Poi ho saputo che era stato, tra l'altro, un film super premiato a Hollywood e Co. e dunque mi sono sentita spinta da tutto questo per affrontare la visone di questo film che veniva definito pieno di scellerata violenza.
Ho fatto un'altra eccezione. Ho guardato prima il film e poi ho letto il libro di Cormac McCarthy.
Ho letto il libro per due motivi. Uno per dare al film una seconda possibilità e per capire meglio la storia e due perchè il mio mito Aldo Rock ne ha consigliato la lettura.
Risultato: miglior libro del primo quadrimestre di quest'anno. Una storia semplice e dura, uno spaccato di vita raccontato con il tono asciutto della rassegnazione, un'atmosfera arida come quella del luogo in cui si svolgono i fatti, cioè il confine tra Texas e Messico. La caccia all'uomo è soffocante, claustrofobica e violenta. La fortuna diventa disgrazia nel momento in cui cade tra le mani di Llwelyn Moss, un reduce del Vietnam, che mentre è caccia di antilopi sul Rio Grande si trova sul luogo dove è appena avvenuta una sparatoria di narcotrafficanti. Nel frattempo lo sceriffo Bell e Anton Chigurh, un folle assassino psicopatico si mettono alla ricerca della 'felicità' di Moss e solo la violenza più efferata avrà la meglio. La rassegnazione dello sceriffo Bell, del quale ascoltiamo e leggiamo una voce fuori campo, racconta come la realtà di quei luoghi siano ormai al di fuori di ogni principio e valore. 
Dopo quest'ennesima riprova, sono sempre più convinta che il potere della parola scritta sia molto più rilevante di ogni rappresentazione visiva. Nonostante il senso della vista coroni sempre le velleità della nostra fantasia, le parole raccolgono il silente mistero dell'immaginazione.

Paradiso Amaro o The Descendants

Di solito si consiglia di leggere un libro sul quale è stato basato un film, prima di vedere il film. Questo per una serie di motivi, primo fra tutti perchè ormai si conosce già la storia e poi perchè la nostra fantasia ne risentirebbe.
Ma, nel caso di questo libro ho sentito il bisogno di fare un'eccezione. Non perchè il film non fosse abbastanza ricco di particolari, ma perchè volevo riviverne le atmosfere. In effetti la descrizione del rapporto padre figlia minore è più approfondito, mentre il rapporto padre figlia maggiore è addirittura qualitativamente diverso.
Mentre leggevo il libro, mi era impossibile non pensare alle goffe espressioni di George Clooney, alias Matt, che caratterizzano il film, e questo ha reso, tutto sommato, ancor più piacevole la lettura. Forse, se il film non avesse scelto di dare un'interpretazione velatamente ironica di alcune situazioni grottesche, sarebbe stato solo l'ennesimo film strappalacrime. 
La storia, infatti, è triste e malinconica e la lettura vive un continuo e burrascoso cambiamento di umore che rasenta la tragicomicità. Ancora una volta, penso che tutte le situazioni più particolari siano state ben rappresentate scenicamente nel film e che l'atmosfera dell'isola di Kauai con più cielo grigio, che colori sfolgoranti abbiano aiutato a contribuire al clima di sofferenza e dolore, espresso e vissuto dal protagonista della storia. Difficile dare un giudizio morale alle situazioni che sono accadute tra i protagonisti e che rimangono irreversibili a causa di una tragedia. Forse più umano è capire come il perdono possa arrivare per tutti. Un libro leggero e nello stesso tempo profondo, ma non aspettatevi di trovare la vita scintillante e le atmosfere spensierate delle isole del paradiso; l'amaro in bocca, purtroppo, rimane e per una volta il titolo è stato tradotto in italiano 'Paradiso amaro' dall'inglese 'The Descendants', con una certa cognizione di causa.

mercoledì 14 marzo 2012

Hawaii - A Perfect Gataway

Se volete vedere il paradiso segreto dell'isola più selvaggia delle Hawaii, cioè Kauai, una buona occasione potrebbe essere quella di guardare il film di David Twohy del 2009 'A Perfect Gateway'.
Si tratta di un thriller psicologico, che tiene l'attenzione dato il mistero da scoprire e perchè come tutti i thriller, d'altronde, una volta iniziato si vuole arrivare fino in fondo a vedere chi è l'assassino.
Sì perchè la storia è quella di una coppia di sposi perseguitata da un'altra coppia killer, di cui non si conosce l'identità. Ma qui l'originalità sta nel capire chi veramente stia inseguendo chi. Un buon gioco di specchi e una certa dose di introspezione psicologica salvano la storia, un cast mediocre a parte la presenza dell'algida e affascinante Milla Jovovich, ma soprattutto degli scenari e dei paesaggi mozza fiato, salvano il film. 
Personalmente mi sono concentrata di più sulle bellezze del posto: la giovane e folta vegetazione indomata, i colori iper di un oceano quasi in fiamme, tanta è la forza che si sprigiona dalle inquadrature delle onde, l'interno dell'isola selvaggio e imprevedibile, avvolto da quella nebbiosa atmosfera tropicale di pioggia e arcobaleni, le scogliere dipinte di ogni sfumatura del verde e l'immancabile, maestosa e suggestionante Napali Coast, che ricorda sempre di più un volto segnato dalle lame di un machete.
Un film da vedere per scappare, per un paio d'ore, dalla realtà...un po' come dice il titolo, una perfetta via di fuga.

martedì 28 febbraio 2012

La solitudine secondo Murakami

C'è una raccolta di Haruki Murakami che si chiama 'I salici ciechi e la donna addormentata', che è stato edito in Italia l'anno scorso, che contiene innumerevoli racconti dell'autore giapponese di cui vi ho già varie volte postato.
Tra questi, ne esiste uno che si chiama 'Tony Takitani'. Quando lessi questo racconto pensai alle persone che, per natura, preferiscono la solitudine, la vivono come uno stato naturale e ne traggono, per di più, un gran beneficio, tanto da trovarsi nella condizione in cui non vorrebbero che essere soli. Tuttavia, nonostante essi non facciano nulla per liberarsi dalla propria condizione di isolamento, sentono un giorno, un pulsante e improvviso desiderio di sconfiggere la propria solitudine. Questo è quanto si legge dalla storia della vita del personaggio Tony Takitani inventato da Murakami.
Il concetto di solitudine espresso in questo racconto non ha nulla a che vedere con quello espresso attraverso la storia di 'The year of spaghetti'. Qui si tratta di un tizio al quale la solitudine sembra destinata. Qualsiasi siano le deviazioni temporanee della sua vita, il cerchio si chiude al punto di partenza, cioè di nuovo nell'isolamento. Il rapporto distaccato con il padre, l'unione matrimoniale con una donna assorbita dalla sua ossessione per i vestiti, di cui non riesce a carpirne l'origine e nemmeno si cura di farlo se non allo stremo della sopportazione, imprigionano Tony Takitani dentro la sua stessa gabbia di misantropo.
Tipico delle persone sole è il suo attaccamento materiale alle cose e, allo stesso tempo, la frustrazione che prova a possederle senza avere la minima idea di che farsene. I vestiti della moglie sono troppi e troppo legati alla sua figura, i dischi di vecchio jazz della collezione di suo padre sono l'unica eredità davvero personale che lo legano al ricordo del defunto. Eppure alla fine questi oggetti diventano talmente ingombranti nella sua mente, da volersene frettolosamente disfare. Essi sono un rumoroso elemento di disturbo per la sua solitudine, l'ultima cima da slegare per salpare in solitaria verso un definitivo mare di solitudine.
Una visione inusuale è quella che Murakami ha di essa. D'altronde è risaputo che lo stesso autore sia un personaggio piuttosto schivo e che lo sia stato fin dalla sua giovinezza. Forse in questo racconto c'era una volontà di raccontare non un disagio, ma un bisogno, una condizione, una predestinazione.
Un racconto malinconico, un'eco affondata nel cuore del protagonista, una smorfia di laconica rassegnazione.
Tony Takitani è diventato nel 2004 un film pluripremiato del regista giapponese Ichikawa Jun con musiche di Ryuchi Sakamoto.

lunedì 27 febbraio 2012

Un mercoledì da leoni

Un mercoledì da leoni è uno di quei film che non si può non aver mai visto. Come si definiscono i film così? Classici, immortali, evergreen, imperdibili, universali. Ecco 5 aggettivi con i quali potrei definire la natura di questo capolavoro di John Milius del 1978, con una fantastica colonna sonora di Basil Poledouris.
Questo non è solo un film sul surf e sulle vacanze estive, ma un film sul disagio giovanile, sull'amicizia, sulla guerra in Vietnam e sugli anni 60.
Quando Matt Johnson, il più intrepido surfista dei tre amici, si accorge che le mareggiate si stanno susseguendo e che gli anni stanno passando, che la vita lo sta chiamando ai suoi doveri di uomo adulto, che presto lo chiameranno per andare in Vietnam, che amoreggiare con la sua fidanzata voleva dire rischiare di diventare padre e che non era più possibile sbronzarsi e fare a pugni ad ogni festa, per poi finire con una canna in mano, capisce che non è pronto per tutto questo.
Da qui iniziano i suoi guai esistenziali. Quando, dopo essere stato scacciato malamente dalla spiaggia dall'amico Jack, si ritrova a guardare le tavole da surf del negozio dell'amico Bear, è proprio quell'amico a capirlo e a rincuorarlo che 'per tutti il passaggio da un'età all'altra è stato difficile'. Allora si chiarisce tutto. Matt, il matto, è sopraffatto da una crisi d'età e da una sindrome di Peter Pan ormai ingestibili.

Alla stessa stregua del difficile momento che aveva vissuto Banjamin Braddock nel laureato, Matt vive in una maniera più bohemienne - circondato da belle ragazze, steso al sole delle spiagge di Malibù - il triste e malinconico saluto della sua prima giovinezza per entrare nell'età adulta. Solo il surf lo distrae dalle sue angosce e dai suoi dubbi, solo al fianco degli inseparabili Jack e Leroy riesce a sorridere e a divertirsi.
La vita sembrava lunga e l'adolescenza infinita. Le feste sembravano non potessero mai finire e le uscite per mare all'alba sembravano eterne. Invece in un momento ci si ritrova 'grandi', o meglio, il mondo ti chiama a certi doveri. Vigliacca maturità, ti tira per il collo e mentre le tue gambe continuano a girare e a correre in avanti senza guardare da nessuna parte, sei invece costretto a fermarti prima o poi ad un semaforo rosso e a rispettare le precedenze.
Ecco, se guardi questo film a 18 anni pensi: 'ho ancora un sacco di tempo per pensarci'. Se lo guardi a 30, invece dici: 'ecco, mi sono già fottuto i migliori anni della mia vita'. Proprio come Matt. Ma la vita va avanti comunque e bisogna solo gustarsi al massimo il momento. Peccato che da una certa età in avanti, il retrogusto amaro è proprio realizzare di essere cosciente del tempo che passa.

lunedì 23 gennaio 2012

Due vite in gioco

Ho di recente parlato delle canzoni d'amore di Phil Collins e, proprio per amore della canzone 'Against all odds', ho deciso di vedere il film del 1984, che porta lo stesso titolo della canzone nella versione originale, ma che in italiano si chiama 'Due vite in gioco'.
Diretto da Taylor Hackford e interpretato da un fisicato Jeff Bridges e da una languida Rachel Ward, il film è il remake di un'altra pellicola chiamata 'Out of the past'.
Jeff Bridge, che nel film si chiama Terry, è un giocatore di football che sta per essere scaricato dalla sua squadra. Quando viene incaricato da Jake di ritrovare la sua fidanzata Jesse, sparita da qualche parte in Messico, Terry rimane colpito dalla bellezza della donna e i due si innamorano.
Tipica trama da anni 80, costellata di tradimenti, scene d'amore molto sensuali ed esplicite, scenari tropicali dai colori sgargianti, corruzione, malavita e infine sparatorie, il film si chiude su una scena piuttosto triste. Ma soprattutto si chiude con la canzone colonna sonora, appositamente scritta per il film di Phil Collins 'Against all odds'. Gli sguardi affranti dei due innamorati, che non possono più stare insieme e sono costretti a separarsi, l'impotenza ad agire di Terry e la mesta rassegnazione di Jesse costituiscono il fermo immagine sul quale scorrono i titoli di coda e si dipana la melodia della canzone. Le parole di quest'ultima, che come dice la biografia di Phil Collins, furono scritte per esprimere lo stato d'animo del cantante lasciato dalla ex moglie, si adeguano bene all'amore impossibile dei due protagonisti e all'atmosfera di continua tensione che finalmente si scioglie sulla musica, seppure non in un finale a lieto fine.
Per chi vuole rivivere un po' di atmosfere di quei tempi, aspettare per quasi due ore la canzone di Phil Collins e rimuginare sul fatto che gli anni 80 siano stati davvero belli e dannatamente finiti, anche da un punto di vista economico e sociale e non solo dal punto di vista della moda e del folclore, questo film è davvero molto rievocativo. 

venerdì 20 gennaio 2012

Donnie Darko e l'eccellenza

Uno dei film più geniali della storia del cinema. Un film che è un insieme un'opera psichedelica, onirica e un rompicapo che non ha mai fine, un labirinto di sensazioni e di possibili soluzioni. Pochi altri film mi hanno così completamente catturato.
Parlo, o vorrei parlare, di Donnie Darko, anche se trovo estremamente difficile poterlo fare, senza cadere in una sorta di spirale senza fine. Nonostante sia uscito ormai più di dieci anni fa, nel 2001, è un film senza tempo.
Diretto da Richard Kelly e ambientato in pieni anni 80, Donnie Darko è la storia di un ragazzo con disturbi della personalità che si trova a vivere una strana vicenda al limite tra il reale e il surreale e a metà tra la fantascienza e l'esoterismo.
Il film inizia con la scena dello schianto del motore di un aereo sconosciuto, che piomba sul tetto della casa di Donnie Darko mentre lui si trova nella sua camera in soffitta. La logica conseguenza di ciò è che egli rimanga vittima e muoia in seguito a questa tragica fatalità.
Diementicavo...Jake Gyllenhall è davvero magnifico in questa interpretazione e la musica è semplicemente struggente. Al solito, un ottimo connubio di arti.
Ma da qui in avanti il film si muove in un labirinto 'spacca cervello' tra ciò che può essere successo e quando tutto ciò che vediamo davvero succede.
Darko è perseguitato da Frank, un gigante coniglio vestito d'argento che diventa una sorta di amico-nemico immaginario e che gli comanda le azioni più insulse, fino allo svelamento dell'uccisione di Frank stesso. MA chi è Frank? E perchè è nel passato di Darko, se in effetti egli compare solo nel futuro? Questa è la domanda che tra le tante, che credo di essere riuscita almeno ad interpretare, tuttora mi è rimasta inspiegata.
Da qualsiasi parte si entri nella trama di questo fitta intessitura narrativa, la coperta sembra coprire un lembo del ragionamento e lasciarne sempre scoperto un altro.
Certo, non si può discutere questo film se non si è disposti ad avere almeno un minimo di propensione a credere che esistano i viaggi nel tempo, che la fisica quantistica sia ancora un enigma da svelare e che la scienza potrebbe portare alla nostra conoscenza mondi sconosciuti. 
Ma al di là di tutto, di questa miscela esoterico-scientifica è davvero potente il modo in cui la storia fonde in maniera umana il modo in cui Donnie cerca di ricomporre a suo modo la storia sacrificando se stesso e salvando tutti gli altri.
Se i viaggi nel tempo sono possibili, allora Darko ha potuto salvare il futuro, ha scelto di svanire nell'occhio del tempo e di lasciare in vita tutti gli altri. Ma come fa? Come fa Darko a sapere che il tempo ha un tunnel segreto dal quale si può tornare indietro? Ecco qual è il plus valore di questo personaggio. Egli come un 'folle di dio', come un ingenuo 'idiota' - nel senso dostoevskiano del termine- è il mezzo, il messia di questa scoperta. La psiche di Darko è 'altra', ecco perchè comprende.
E' meraviglioso come questo film sembri un'anticipazione di quello che scienza tenta di spiegare in termini matematici. E' meraviglioso come la forma di questo frame cinematografico sembri curva, tanto quanto la presupposizione che l'universo stesso lo sia, come perpetrato dalla famose teorie delle stringhe.
Come sempre l'arte si avvicina in modo assai pericoloso alla verità e poi ne è così trafitta da non riuscire più a chiudere la bocca spalancata dello stupore, per poterlo spiegare in termini conoscibili.

Non starò a spiegare come ho capito questo film o se penso di averlo fatto. In verità, ogni volta che tento di farlo devo rivedere il film perchè è difficile tenere a mente la conclusione in maniera logica. Dunque non lo farò. Piuttosto, quando crederò che ci sia ancora qualcosa da capire di questo, a parte la sua genialità, semplicemente mi preparerò ad un altro viaggio nel tempo, accenderò il lettore dvd e ripercorrerò quella distanza a ritroso, quella distanza che divide la pseudo-divinità di Darko dalla profanità della mente comune.
Più che un film è un ologramma, un'esperienza della percezione, un'entrata in uno spazio-tempo distorto, disturbato e un possibile approdo in un mondo tangente e parallelo.

mercoledì 18 gennaio 2012

E.T. un mito degli anni 80

Credo di essere stata l'ultima persona al mondo nata negli anni settanta ad essere arrivata al 2012 senza aver visto mai una volta il film, ormai cult, di Steven Spielberg E.T. Confesso che tutte le volte che mi chiedevano se l'avessi visto, mi vergognavo un po' nel rispondere che non ne avevo ancor avuto modo.
Ma le vacanze di Natale scorse sono servite anche a questo, a dedicarmi a cose che si lasciano sempre indietro perchè non si ha mai abbastanza tempo per dedicarvisi.
Finalmente non avevo più scuse, qualche settimana fa mi sono seduta sul divano e mi sono gustata questo intramontabile film per ragazzi e adulti, che ha letteralmente segnato un'epoca.
Sì, perchè ormai è sempre più raro trovare dei film in cui ritrovi anche i miti della tua infanzia. Al di là della tenerissima e commovente storia dell'alieno abbandonato sulla terra, nostalgico di casa, che tutti ormai da trentanni conoscono, mi ero dimenticata di come fossero pregni di 'americanità' i nostri sogni di ragazzini. Per esempio, mi ricordo lo sbavare davanti a quelle case americane a due piani, con le camere dei ragazzi con i letti a castello o sopraelevati e il guardaroba grande la metà della stanza, nel quale nascondersi. I muri erano sempre tappezzati di poster di film famosi e sportivi e, soprattutto, le porte si aprivano e chiudevano senza indugio, come quelle delle camere degli hotel.
Ecco da dove mi era arrivato il desiderio di avere una bicicletta Bmx! Gli amici di Elliott cavalcano delle fiammanti e supereroiche Bmx che riuscivano a volare fino in cielo e scorrazzavano per le strade di una Los Angeles da cartolina. Anche la città era già un mito, specie per la mia generazione, che ha vissuto i fasti degli anni 80 e ha emulato e osannato le icone americane che si facevano largo in quel decennio. C'era il mito del frigorifero d'acciaio gigante e dei cartoni del latte formato famiglia, dei telefoni appesi al muro della cucina con il filo che arrivava fino in soggiorno e la vestaglia da camera a quadri, che lo stesso E.T. buffo e ubriaco indossa. Ma c'era anche quella festa, per noi allora sconosciuta, come Halloween durante al quale ci si travestiva come a carnevale e il pallone da football americano, il guantone da baseball. Insomma, si guardavano i film per ragazzi anche per vedere tutti questi begli ammennicoli che da noi arrivavano a stento. Solo molto tempo dopo, l'America ha in iniziato a esportare talmente tanta porcheria da non poterne più e abbiamo cominciato a snobbarla.
Ma almeno il cinema americano alla Spielberg qualche bel ricordo ce l'ha pure lasciato, così come l'infanzia ci lascia tenera e idealizzata ogni immagine solo perchè lontana, solo perchè riposta in quel pertugio ovattato e resistente agli urti, che era la nostra innocenza. 
Anche E.T. era ed è un film innocente. Per questo, ha superato il suo tempo e lo ha lasciato immobile e intoccabile, per questo, è impossibile non commuoversi davanti a quel 'Hooooomee....Phooooneee', che il povero 'nanupede' E.T. impara a dire in una lingua a lui sconosciuta per esprimere la sua nostalgia.
Chissà se poi E.T. è arrivato sano e salvo a casa...

domenica 15 gennaio 2012

Collateral e una Los Angeles fatale

Ho visto questo film almeno 5 volte e quando mi chiedono perchè mi piaccia così tanto, rispondo che è tutta colpa di Los Angeles. Quella Los Angeles che tutti immaginano soleggiata e gioviale, dove il giorno dell'occidente idealizzato si spegne per ultimo e quando la notte inizia  la vita - quella notturna - continua ancora più palpitante e frenetica. Quella Los Angeles che invece io ho, nella mia unica visita del lontano agosto 1993, percepito come deserta, sinistra, sospettosa, immensa, ricolma di oscurità non solo di notte, umida e per niente festosa, talvolta agghiacciante, schiva, losca e quasi caduta nell'oceano. Insomma, una Los Angeles che meglio di tutti, nel 2004, uno dei più grandi registi di Holliwood, Michael Mann, ha concepito nel suo grandioso film Collateral. Nonostante la trama sia l'eterno scontro tra il bene e il male e Vincent (Tom Cruise) sia l'emblema dell'uomo malvagio e privo di sentimenti, mentre Max (Jamie Foxx) sia l'autista nero, buono e sfigato, Mann è riuscito a regalare allo spettatore un protagonista insolito: la città.
Turbato ritratto di una LA pericolosa, spietata, alienante e come dice Vincent stesso 'disconnessa', proprio come un'enorme ragnatela a brandelli, la storia si svolge tutta in una notte. Una di quelle notti al neon, dove il cielo schiarito del tramonto lascia presagire un'insonne avventura, dove l'angoscia della solitudine ti attanaglia già quando Vincent, nuovamente dice: '17 milioni di abitanti...eppure ho letto che un uomo è morto sulla metropolitana e ci sono volute sei ore prima che qualcuno si accorgesse del cadavere'. Con queste parole, il feroce sicario, in 'missione di uccidere' sentenzia già la sua fine.
La scena della morte di Vincent infatti, seppure procrastinata, è tuttavia scontata. Nonostante l'ovvietà, è toccante quell'attimo in cui si percepisce il senso dell'inevitabile. In una città dove pure le forze dell'ordine sono più deboli del male, anche Vincent finisce dentro l'enorme frullatore della violenza e le sue ultime parole 'famose' sono: 'un uomo sale sulla metropolitana qui a Los Angeles e muore, pensi che se ne accorgerà qualcuno?'
Come spesso accade per i grandi film, anche la colonna sonora fa la sua parte. Ma il mito della Los Angeles sempre in cerca di guai, questa volta, sovrasta ogni struttura cinematografica. Ottima fotografia protagonista.