MATRIOSKla

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giovedì 6 febbraio 2014

Please - Pet Shop Boys

Un disco sottovalutato. Per anni, persino da me. Poi giorni fa, l'ho ripreso virtualmente in mano e ho pensato che tutto quello che si è sempre detto di brutto sulla musica pop anni 80, questo disco lo contraddice.
Innanzi tutto è un disco 'sopravvissuto'. Sopravvissuto al tempo. La sua pubblicazione risale al 1986. Dopo 28 anni, canzoni come 'West End Girls', 'Suburbia' e 'Opportunities' sono diventati dei classiconi e quando passano in radio li si riascolta con la oliata malinconia dei tempi andati. Ma oltre a questi brani, proprio di recente ascoltando, molto più attentamente di un tempo, anche le altre canzoni dell'album ho avuto la piacevole sensazione di riscoprire il sound anni 80, la stupenda dote lirica dei Boys e soprattutto il loro crederci. Credere di essere davvero destinati a diventare giganti del pop, ad entrare nel mito. In realtà, 'Please', di cui oggi mediamente chiunque si befferebbe, contiene già tutto il talento di una band giudicata in modo superficiale, perchè molto al passo con i tempi di allora, opulenti e consumisti. 
Dance, ragionato, rap, romantico, loquace e sempre, ovviamente molto londinese, 'Please' è un disco seminale. Ricco di premesse così interessanti che canzoni come 'Tonight is forever', 'Violence' e 'Later tonight' sono tutti brani ancora da scoprire e indagare, dopo quasi trentanni di dimenticata abitazione dei neri solchi del vinile.
Insomma, talvolta riprendere in mano vecchi dischi vuol dire andare a recuperare un po' di ricordi, ma anche qualche piacevole dettaglio, trascurato o perso lungo la strada, che oggi, percepito con animo diverso, può regalarci belle sorprese.
Una particolarità sul titolo....I Pet Shop Boys decisero di chiamare l'album 'Please', immaginando i ragazzi che sarebbero entrati in un negozio a comprare il loro disco e che al commesso avrebbero chiesto:' Pet Shop Boys, please?'. Da allora, questo disco d'esordio, sarebbe stato solo il primo di una lunga serie di successivi, il cui titolo, come una sorta di vezzo, sarebbe stato costituito sempre e solo da un'unica parola.

sabato 30 novembre 2013

The XX - Xx



Gli XX escono con Xx, il loro disco d'esordio, nel 2009. Si fanno notare al 'Reading e Leeds Festival' per la loro vena ambient, per quell'inclinazione alla trance ipnotica, per il gusto di una musica notturna, chiusa a metà tra le corde vocali di una straordinaria, dolcissima vocalist come Romy Madly Croft e le pareti di una stanza di un giovane a metà tra le turbe post adolescenziali e i primi impulsi alla caduta in amore.
Individuare le track migliori è sempre questione di prendersi qualche tempo e qualche ascolto in più. Nella mia mini top list, metto 'Infinityì al primissimo posto e a seguire 'Stars'. 
Gli XX sono usciti con un secondo disco nel luglio del 2012 intitolato 'Coexist', dove a mio modesto parere sono un po' calati, o meglio, dove l'attenzione su specifiche canzoni decresce e diventa più difficile individuare qualcosa che rimanga nelle orecchie se non dopo molti ascolti. Di certo trovo questi nuovi gruppi i primi apripista per nuove ispirazioni, una musica da capire e oltremodo nuova; ottimo segno in un mondo musicale sempre meno foriero di novità.

London Grammar - If you wait

Non so perchè nonostante le mediocri critiche che ho letto di questo disco, a me piaccia così tanto. Certo,  'If you wait' non è il disco dell'anno e non è un disco per tutti. Sicuramente non ci sono picchi d'eccellenza, le canzoni si assomigliano tutte abbastanza, ci vogliono ripetuti ascolti per distinguere quelle migliori. Manca di varietà e, come ho letto sulla mia bibbia musicale inglese 'Any decent music', sta a cavallo tra il tormentoso e il noioso. Ma rimane un disco d'atmosfera, intimo. Uno di quei dischi che si possono continuare ad ascoltare per sempre con la massima disattenzione e quindi tenere in sottofondo per fare altro, oppure uno di quei dischi da assaporare piano piano in tutta tranquillità e con la massima attenzione, per conoscerlo, capirlo. Per esempio mentre si è in viaggio, mentre si guarda fuori dal finestrino di un treno o di un aereo, mentre si sogna di essere altrove. Altra peculiarità: la splendida, algida e profondissima voce della cantante Hannah Reid. 
Direi anche matura, nonostante la giovane età e nonostante 'If you wait' sia solo l'esordio di un trio britannico che si è conosciuto all'univeristà di Nottingham e che ora sta di base a Londra. Tra le mie tracce preferite metterei 'Hey now' e 'Metal&dust' per la loro orecchiabilità e 'Strong' (che mi ricorda in minima parte 'Trouble' dei Coldplay), ma quella che mi ha rapito è 'Nightcall' per la sua capacità di evocare mentalmente eteree scenografie britanniche. Un gruppo da tenere d'occhio.

lunedì 25 novembre 2013

Paul McCartney - NEW

Uomo di talento e inarrestabile. Ispirato. Paulo McCartney. Come si può creare una canzone come 'New' e pensare ancora ai Beatles? Cosa sarebbero stati i Beatles ancora tutti insieme e viventi? Una macchina del pop, una macchina della musica. Di quella vera, però. Come si può chiamare l'ennesimo disco della carriera di un mostro della musica britannica e mondiale 'New'? Eppure si può, eppure si deve, se quando lo ascolti sei interessato, se ancora ti piace sentire quella calda voce un po' blues, se pensi che tra le corde vocali e tra le dita di Paul sono passate centinaia di migliaia, forse milioni di note musicali, ogni volta combinate in maniera originale, diversa, perfetta. Io quest'album lo chiamerei in un altro modo, però. Lo chiamerei 'genio'. 
Ancora, fino in fondo, fino all'ultima canzone, fino all'ultima 'ghost track' Paul mi ha regalato emozioni. Miglior canzone: 'Get me out of here'. E tutte le altre sono eccezionali. Long Live Paul.

venerdì 13 settembre 2013

La donna bionica e Jimmy Fontana

Nonostante gli anni 60 non siano stati i miei anni (per ovvi motivi anagrafici), penso che la musica italiana di quel decennio abbia, in ogni caso, influenzato la cultura musicale di tutte le generazioni a venire.
Per esempio, prendete me...anno 76, mia madre che mi prende per mano in un pomeriggio di agosto del 1983 e durante un temporale tropicale sull'isola caraibica di Saint Lucia, mi canta 'Il mondo' di Jimmy Fontana...Ecco, anche se avevo solo 7 anni...alle mie orecchie, quella canzone spaccava già. Bellissima.
Ora, con la scomparsa dell'ennesimo mito di quel decennio d'oro della musica italiana, Jimmy Fontana, mi torna alla mente un ricordo ancora più vivo. Il ricordo di una serie televisiva, che negli degli anni 80, conquistò completamente il mio cuore: 'La donna bionica'. 
Ma perchè mi piaceva così tanto quel telefilm, come si chiamavano allora?
Be'...c'è da chiederselo? Siamo in piena Guerra Fredda, gli anni 80 sembravano gli anni in cui anche l'impossibile sarebbe potuto diventare possibile. Dunque si poteva credere che Jamie Sommers, una giovane e affascinante donna, tutta acqua e sapone, potesse avere un orecchio, il bracco destro e un gran bel paio di gambe tutto rigorosamente bionico! Eh, sì, complici la sbruffonaggine e la propaganda antisovietica del tempo, gli Stati Uniti d'America avrebbero, in un giorno poco lontano, potuto costruire l'uomo e la donna perfetta.
Poi...se a questo aggiungiamo che Jamie Sommers era una ex giocatrice di tennis professionista, che facendo paracadutismo, aveva subito un terribile incidente e che i servizi segreti americani di lei ne avevano fatto il primo esemplare bionico, sotto mentite spoglie di un'insegnate del liceo...be'...allora qui c'era già scritta metà della mia vita futura...E dunque come poteva non piacermi un telefilm così?! 
Ora...se a tutto questo, come ad ogni sublime ricordo dell'infanzia che si rispetti, affianchiamo una musica malinconica e dei versi d'amore surreali e struggenti, ne viene fuori una sigla del telefilm, che riascoltata dopo quasi trent'anni, ti fa ancora venire i brividi e le lacrime agli occhi... Soprattutto dopo che quella voce che cantava la canzone se n'è andata insieme a quei tempi pieni di dolci fantasie e speranze...
'Bambola bambina' di Jimmy Fontana, fu la sigla iniziale della prima stagione del telefilm.

mercoledì 30 gennaio 2013

New adventures in Hi-Fi - REM e l'oscurità

In questi giorni sto ascoltando i Rem. Di frequente ricompaiono nei miei ascolti. D'altronde sono stati una delle mie band preferite di sempre. Qualche giorno fa ho scorso lo scaffale dei miei dischi originali, ho contato ben 12 cd della band originaria dello stato di Georgia. Una band del sud degli Stati Uniti. Un sud particolare: polveroso, diretto, ma anche oscuro, visionario, obnubilato e distorto come le linee di un immaginario riflesso del deserto. Ho scelto di riascoltare 'New Adventures in Hi-Fi', perchè è uno dei dischi che nel tempo ho ascoltato meno, uno degli ascolti più difficili. Ma ogni volta che ascolto questo disco, trovo sempre lo stesso pregio. Non lo capisco mai fino in fondo, quasi non riesco ad ascoltarlo fino in fondo e tutto ciò che non capisco, mi attrae. La macchina è un buon posto dove ascoltarlo, perchè le distanze, il viaggio, le grosse cilindrate americane, la desolazione, i suoni del folk americano vengono tutti fuori e quale miglior posto che ascoltare tutto ciò guidando. Ho letto una bella recensione del disco su Rolling Stone e ho visto che la prima frase recitava 'il momento più scuro è quello subito prima dell'alba'. Bell'incipit per cominciare un disco che trovo a tratti straziante, prolisso, ma anche verboso, rivelatorio, interessante. Tra le tracce che preferisco ci sono 'How the west was won and where it got us', 'Wake up bomb', 'E-bow letter', 'New test leper' e 'Electrolite'.   
Quest'ultima, tra l'altro, parla di Los Angeles e di alcune strane immagini che quella città evoca. Trovo questo disco davvero presuntuoso a livello teorico. Stipe e company si sono potuti permettere un disco del genere solo perchè si chiamavano già REM e perchè avevano già sfornato due capolavori come 'Out of time' e 'Automatic for the people' e che il terzo sarebbe arrivato subito dopo con 'UP'. Se non avessero avuto un repertorio e un'ispirazione così duraturi, questo disco sarebbe stato un flop e invece in un contesto di imminente rinascita, quell'oscurità prima dell'alba ha avuto nel 1996, quando uscì quest'album, uno splendido senso. Da ascoltare e riascoltare, soprattutto per chi vuole conoscere il folk-pop.

lunedì 28 gennaio 2013

Genesis - We can't dance

Ci sono dei dischi che rimangono per sempre legati ad un momento della nostra vita. Di molti ho già scritto in questo blog. Dischi che hanno fatto non solo la storia della musica, ma anche la mia storia di adolescente. Ultimamente ho fatto caso al fatto che Phil Collins ha riempito pagine e pagine dei miei pensieri e dei miei ricordi. Però, non adoro soltanto il Phil Collins solista. Ci sono almeno due o tre album dei Genesis con Phil Collins come cantante, che stanno nel mio olimpo personale della musica mondiale. Il primo è certamente quell'ultimo capolavoro assoluto che fu 'We can't dance'. Si tratta dell'ultimo disco che ha visto i Genesis e Phil Collins insieme in studio, per creare in studio il quattordicesimo album della band, pubblicato nel 1991. Uscito a cinque anni dall'altro immenso capolavoro che fu 'Invisible Touch' del 1986. 'We can't dance' raggiunse il numero uno in classifica in Europa e quattro in America e fu un album che portò con sè un tour mondiale per tutto il 1992. Amo questo disco per motivi personali, ma penso che a livello oggettivo, la qualità delle canzoni sia dal punto di vista musicale, che di lyrics sia eccezionale. Non solo, quelle canzoni, oltre ad avere uno straordinario potere di orecchiabilità ed essere molto melodiche, non finiscono mai nell'essere pop. Anzi, la grandezza dei pezzi sta proprio nel fatto che ognuno di essi racconti una storia davvero significativa, porti un messaggio, abbia davvero qualcosa da dire. 
Per esempio 'No son of mine' è la storia di un ragazzino che racconta come sia stato costretto a subire suprusi e violenze da parte del padre, che non lo considera neppure suo figlio. 'Jesus he knows me', invece è una sorta di parodia del fenomeno di evangelizzazione che l'America subiva negli anni 80 e 90, da parte di predicatori da strapazzo costantemente in primo piano in televisione. 'Driving the last spike' invece ha una storia vera alle spalle. Racconta la storia delle centinaia di persone che hanno sacrificato la loro vita per costruire la ferrovia inglese. 'Dreaming while you sleep' è la storia di un uomo che non riesce a liberarsi del senso di colpa di aver investito una donna in un incidente stradale. Mentre forse pochi sanno che 'Since I lost you' sembra una canzone d'amore tristissima, ma in realtà è una canzone di cui nacque prima una stupenda musica e poi, quando Eric Clapton perse tragicamente il figlio in un ben noto evento, Phil decise di scrivere delle altrettanto stupende parole dedicandole alla terribile perdita del figlio dell'amico. Ma ci sono altri pezzi indimenticabili come 'Hold on my heart', 'Tell me why', 'Never a time' che sono davvero pura maestria e classici pezzi 'lunghi' e improvvisati tipici della classe dei Genesis, come 'Fading lights' e 'Way of the world'. Insomma, difficile rimanere indifferenti a questo disco, difficile trovarne uno simili ai nostri tempi. Sembrerò vecchia e petulante, ma aspetto da anni un album del genere. Sarà che di Phil Collins al mondo ne è esistito uno solo...

giovedì 13 dicembre 2012

Oceania - The Smashing Pumpkins

Pubblicato il 19 giugno 2012, il nono album degli Smashing Pumpkins, 'Oceania'. Partiamo dal nome...Geniale e già onirico. Passiamo al contenuto.
'Caro Billy, quando la smetterai di essere un poeta triste, che deve cantare la sua malinconia? Quando la smetterai di essere il fratello di quel piccolo 'Spaceboy', che si sentiva diverso da studente e per questo ancora si sente adolescente? Quando la smetterai di avere così tante cose da dire in una canzone? Quando cominceranno a tacere quelle infernali chitarre che hanno sembianze di voci umane, rumori intollerabili di fondo, che rappresentano quel caos dal quale non riesce a uscire la tua mente? Finirai di parlare d'amore? Oceania è insieme un oceano e un continente pieno di quell'amore in cui ancora trovi sollievo? Non è passato il senso di salvezza che ti porti dietro dai tempi di 'Tonight, Tonight', quando scrivi i tuoi testi? Perchè continui a parlare di cavalieri, di armi, di donne e di amori? Le stelle sono ancora quei punti sconosciuti di te, che trovi sulla tua testa quando di notte ti affacci nel buio e speri che qualcuno venga a prenderti e ti porti via? Quando la smetterà la tua voce di ricordarmi la sofferenza dei tuoi controversi anni '90? Lo sai...ogni volta che sento una tua nuova canzone, spero solo di essere tornata indietro nel tempo...Io sono di nuovo un'adolescente piena di rabbia, tu sei il ragazzo di Chicago che parla alle stelle di notte e le nuove generazioni non possono più capirti, eravamo noi e solo noi gli eletti...adesso tu continui a raccontarci le tue meravigliose favole....'
Nonostante il mio amore per Billy Corgan, dico solo un paio di cose riguardo alle tracce di un disco molto ricco e molto verboso, come da tradizione. 'Quasar' e 'Panopticon' sono due supernovae scoppiate nello spazio, 'The Celestials' mi ricorda 'Tonight, Tonight' e ha un'ottima melodia, finalmente di nuovo cantabile e 'Violet Rays' è una canzone d'amore con la musica degli alieni in sottofondo, mentre 'Oceania' è davvero degna di essere la tittle track: progressive, sballata e agonizzante. Un disco alla Smashing Pumpkins dei vecchi tempi, anche se quei tempi sono solo un ricordo.

lunedì 10 dicembre 2012

Muse - The 2nd Law

Ci sono voluti un paio di ascolti, ma poi mi sono arrivati...dritti al petto. Sono sempre pieni di idee e di energia, molti ispirati nei testi, sempre estremamente visionari e il loro sound apocalittico non lascia indifferenti. Hanno un grande pregio, quello di riuscire a esprimere pomposamente qualcosa di semplice. Quando mi metto ad ascoltare i Muse, mi sembra che qualcuno, magari lo stesso Matthew Bellamy, mi dica: ' Adesso accomodati, sdraiati sul tuo letto, apri le finestre nonostante il freddo glaciale, osserva le stelle di questo cielo invernale e ascolta quello che ho da dire'. Da quel momento in avanti si alterneranno, lo so già, surreali immagini di comete che dardeggiano nel firmamento, immaginarie astronavi pronte all'allunaggio e piccoli 'green men' incorniciati da una luce abbagliante che assaporeranno il gusto dell'etere terrestre. Non è musica di questo mondo, non è cosa per tanti, non è rock, forse è space rock,  non è pop, eppure tutto quello che suona in questo ultimo disco della band scozzese 'The 2nd Law', è cantabile, ballabile e sballabile!
Forse tanto quanto lo è il titolo stesso. Ancora una volta il buon segno di un primo ascolto difficile, conferma la mia piccola regola del secondo e terzo ascolto ancor migliore.
In tanta uguaglianza, i Muse sono dopo almeno un decennio, ancora una band molto prolifica e 'disuguale' rispetto al main stream. Non ho mai capito, nè tanto meno sopportato, quelli che hanno, subito dopo la scomparsa dei Queen, visto in loro una sorta di emuli. D'accordo i virtuosismi, d'accordo i brani di musica classica interspersi tra una track e l'altra, ma dove mettiamo l'elettronica dei Muse che non c'entra assolutamente niente con i Queen? Dove mettiamo i testi eterei e ultrattereni dei Muse che si scontrano con la terrea quotidianità dei Queen? Potrei acconsentire solo su alcune sonorità barocche e pompose che mi ricordano Freddy and Co. Per il resto, siamo proprio su mondi diversi e quello dei Muse è di certo il più lontano nella galassia. Tra i miei pezzi preferiti del disco metto 'Survival', davvero una sorta di nuovo inno alla gioia beehetoveniana. A seguire 'Animals', 'Explorers', di certo anche 'Madness' e non mi dispiace nemmeno 'Follow me'. Alcune canzoni mi hanno ricordato i Radiohead, soprattuto 'Animals' e questo davvero, per me, non è poco.

domenica 9 dicembre 2012

Amy MacDonald - This is the life

Non importa quando l'importante é trovarlo...il talento. Amy MacDonald di certo l'ha trovato presto, dato l'enorme successo che ha ottenuto a soli 21 anni nel 2008 quando la sua hit 'This is the life' spopolava in radio e poi quando il suo album omonimo ha raggiunto le vette delle classifiche. Ricordo molto bene questa canzone, anche se é già passato qualche anno, ma lei e tutto il resto della sua musica l'ho scoperti da poco. Nel frattempo, dal 2008, sono già usciti altri due album e mi sto gustando l'ascolto di questa musica country-pop che ha sempre una presa molto catchy alle orecchie. 
Ho sempre un debole per le cantautrici donne, che se ne vanno in giro con la chitarra al collo, si scrivono le loro oneste canzoni, con una gran voce come strumento principale e una gran dose di talento naturale. Invidiosa non sono di certo, anzi sono sempre molto ammirata e felice di scoprire le doti altrui, specialmente quando da queste si ha in cambio della semplice musica libera, genuina e spontanea come i testi di 'Poison Prince', 'Youth of today', 'Let's start a band', 'L.A.', 'A Wish for something more' e ovviamente la title track dell'album di debutto. Si dice che il buongiorno si vede dal mattino e mi sembra che in questo caso, questo modo di dire si addica molto bene all'estro di questa cantante, di cui oltre la voce, adoro soprattutto il suo accento scozzese, che trapela anche nel cantato e che dona un vezzo di originalità in piú all'ascolto.

domenica 2 dicembre 2012

Santana is sexy...

Non lui è sexy...mi correggo, ma la sua musica... Lascio un semplice esempio e un godibile ascolto...




Si tratta di 'Manana', una delle cinque canzoni inedite del suo disco del 2003 intitolato 'Ceremonies-remixes &rarities'...Io non resisto a questa canzone e i pensieri più impuri mi colgono e mi trasportano nella sensualità di ogni singola nota che esce da quella Gibson, che il mago Carlos abbraccia, producendo un afrodisiaco effluvio perchè il mondo cada in amore...









Oh no no
oh no no

Sometimes I wish I knew your name
At times I want to say hello
But you seem so far away
To let my feelings show
And though I don't know what to say
I feel that someday soon one day
Love will place you by my side
And it shall be our guide



And then manana sera se si
Means our love will always be
Something special and also true
Girl I long to be with you
Oh manana sera se si
Means our love will always be
Something special and also true
Girl I long for you

When I have you by my side
You will always be my pride
Love so simple yet so sweet
I do think you're all I need
So I thought I'd let you know
That my heart forever grows
Closer to your warm embrace
Everytime I see your face


And then manana sera se si
Means our love will always be
Something special and also true
Girl I long to be with you
Oh manana sera se si
Means our love will always be
Something special and also true
Girl I long for you

Oh, oh, oh, oh, oh
Oh, oh, oh, oh, oh

And so manana sera se si
Means our love will always be
Something special and also true
Girl I long to be with you
Oh manana sera se si
Means our love will always be
Something special and also true
Girl I long for you

Do you know I don't know you
I wanna show you I do love you
That I do do, do love you
Oh babe, I think about you
Even though I don't know you
I wanna show you I do love you
And that I do do, I think about you
Oh babe, I do love you
Even though I don't know you
I wanna show you I do love you
I think about you
Oh do do, oh do do, oh do do

giovedì 29 novembre 2012

Lana del Rey languida come una diva...

Sono mesi che ho adocchiato questa bellona da copertina...Lana del Rey, americana di NYC. La classica fotomodella tutta gambe, che mi aveva colpito per la sua voce premeditatamente languida e una propensione al sound onirico, nonché a catastrofici temi pseudo-esistenziali trattati nelle sue canzoni. Già con 'Video games' mi aveva colpito. Mi era piaciuto il video un po' retrò e quel ritmo biascicato-ossessivo-rassegnato, insieme a quello sguardo da una che si è appena bevuta una bella birretta prima di cantare. Tra l'altro non sono andata molto lontana, quando ho scoperto che questa bella tipetta ha avuto i suoi problemi con ciò che lei stessa ha definito 'il suo primo amore', cioè l'alcol. Ma proprio nelle profonde molecole alcoliche dello spirito, talvolta, si nascondono portentose ispirazioni, combinazioni esplosive di disinibizione e talento. Oltre a quello, ci vuole spesso un bel po' di coraggio per cantare canzoni apparentemente tristi e malinconiche in un'era come la nostra, che fa di tutto per nascondere i mali dell'anima, che ci ricordano la nostalgia. Infatti definirei nostalgico il sound di Lana del Rey nel disco 'Born to die'. Nel disco uscito come 'Paradise Edition' il 12 novembre scorso, oltre a 'Video games' trovo molto belle 'Born to die', 'Blue Jeans' ma soprattutto 'Summertime sadness'. Un disco da ascolto immediato se si possiede la giusta sensibilità. Spero solo che regga il peso del tempo e che queste belle ispirazioni non sfumino al tentativo successivo.
Scavando nel genere dell'alternative hip-hop e indie pop ogni tanto qualche bella sorpresa ancora si trova, bisogna solo avere molto orecchio e tanta fiducia. Aggiungo un'ultima cosa che poco c'entra con la realtà, ma che appartiene solo alla mia percezione, alcune espressioni ed atteggiamenti del suo modo di cantare mi ricordano Amy Winehouse, anche se con la voce siamo su pianeti opposti.

mercoledì 21 novembre 2012

Paul McCartney - Tripping the live fantastic

Non so perchè, ma mi è sempre piaciuto di più Paul, che John. Parlo dei due John e Paul più famosi della musica...John aveva e ancora ha incollata addosso quell'aurea del mito e leggenda che spesso si acquisiscono post-mortem. A Paul è toccata - fortunatamente per lui e noi tutti - una sorte più  longeva e terrena. John aveva sempre quel ghigno anglosassone e quel paternalismo mascherato da guru, mentre Paul mi è sempre parso molto più sempliciotto e attraente. Un vero puro spirito della musica, accompagnato da un'enorme sapienza. C'è un disco nella mia collezione di Cd reali e non virtuali al quale tengo particolarmente. Oltre che aver avuto e tuttora avere un valore affettivo per me, penso che la musica che contiene abbia un valore ancora più assoluto per la storia della musica moderna, in generale. Si tratta di 'Tripping the live fantastic' di Paul McCartney. Un doppio disco live del 1990 che raccoglie 36 canzoni che appartengono al repertorio dei Beatles e alla carriera solista di Paul. Nonostante le canzoni dei Beatles si sentano ovunque e a qualsiasi età, con questo disco iniziò la mia conoscenza dei loro brani più famosi. Paul McCartney, infatti, reinterpreta e raccoglie in questo doppio disco molte tra le hit dei Beatles più famose. Avevo solo 14 anni quando a Natale, per regalo, ricevetti il disco. Mi ricordo la mia curiosità e impazienza nel leggere i titoli dei brani, già super famosi anche alle mie orecchie di giovane adolescente: 'The long and winding road', 'Let it be', 'Yesterday', 'Get back' e 'Hey Jude'. Insomma una specie di bigino di lusso, quasi due ore di musica e tanta, tanta nostalgia di cui, come la musica dei Beatles, non si può fare a meno.  
Una curiosità...il titolo allude al poema di John Milton 'L'allegro', che significherebbe muoversi e ballare a tempo di musica.

martedì 20 novembre 2012

Dr.Beats Solo HD Limited Edition Red

Ok, la mia natura di fashion victim per quanto riguarda le cuffie, ha colpito di nuovo e ha avuto il sopravvento. L'ultimo acquisto che mi sono concessa dal mio viaggio londinese è stato in uno dei miei negozi preferiti di Heathrow, il Dixon. Appena l'ho adocchiato, mi sono precipitata a vedere se vendessero le cuffie più richieste del momento e quanto costassero. Appurato che il modello che avevano era un modello basic, ma con caratteristiche leggermente avanzate e migliorate rispetto alla prima versione, ho ritenuto che il prezzo proposto, nonostante il passaggio sterlina - euro, fosse davvero ottimo.Il modello di cui parlo è il Dr. Beats Solo Hd Limited Edition Red. Oltre ad essere un godimento per gli occhi, queste cuffie lo sono principalmente per le orecchie. Questo modello, rispetto al precedente  ha un 12% di miglioramento della qualità del suono, soprattutto nei bassi, e un disegno del padiglione auricolare più confortevole. 
Nel complesso sono completamente innamorata del design e soddisfatta della qualità del suono che restituiscono, soprattutto quando si riesce anche a percepire che è la qualità della registrazione della musica che abbiamo nel nostro lettore a farne, innanzi tutto, un buon punto di partenza. Con queste cuffie è infatti possibile apprezzare la minima differenza della dedizione e la cura che i nostri artisti preferiti hanno voluto dimostrare e del prodotto che hanno voluto offrire. Quindi perchè limitarsi nella tecnologia che si può avere a disposizione per gustarsi la purezza dei suoni? L'acquisto di una buona cuffia come Dr. Beats, di cui principalmente apprezzo il senso di isolamento che  produce e dunque una resa totale eccellente, può a volte fare davvero la differenza in una delle cose che ad oggi sembrano così ovvie, come ascoltare la musica. 

martedì 13 novembre 2012

Emeli Sandè - Our version of events

 Trovandomi a Londra, mi sono chiesta quali novità musicali circolassero laddove la musica moderna è nata e continua a mietere nuovi volti. Uno fra tutti mi è parso davvero di scorgerlo un po' ovunque. Sui giornali, alla BBC, nelle riviste specializzate e nel negozio HMV dell'aeroporto di Heathrow dove ho comprato il suo CD originale. Volevo portarmi a casa qualcosa di mai visto, ma sinceramente, mi pare che anche l'Inghilterra stia un po' soffrendo il fenomeno 'Talent Show' (d'altronde anche quello arriva da lì) e che quindi sia abbastanza carente nell'ispirazione musicale. Tutto si somiglia abbastanza. Tutti copiano tutto. Bisogna davvero cercare, avere fortuna e costanza per scovare qualcuno che abbia ancora qualcosa da dire a proprio modo.
Queste due qualità mi pare di averle trovate in Emeli Sandè. Cantante di orgini zambesi con nazionalità scozzese, vive a Glasgow e mentre sperava di diventare una vera cantante studiava medicina all'università della sua città. Pare che cercasse addirittura di studiare come nascono le canzoni a livello neurologico. Davvero curiosa questa tipetta di 25 anni, che mi ha ricordato ai primi ascolti la grazie e la purezza vocale di Alicia Keys. Devo dire che la sua voce tersa e diretta mi è arrivata dritta in volto con canzoni come 'My kind of love', 'Mountains', 'Maybe' e 'Daddy'. Il primo ascolto del disco lasciava promettere male, il che per me è sempre un buon segno. Il primo ascolto di un disco non deve piacermi. Questa è una di quelle variabili che se si verificano lasciano il segno per il resto degli ascolti. Così è stato. Dopo qualche giorno di metabolizzazione non sono più riuscita a staccarmi dal disco.
Ho acquistato la versione 'special edition', dato che il suo disco è già in giro da un po'. Di 19 canzoni totali ce ne sono almeno una decina decisamente notevoli. Unica nota stonata: l'ennesima cover di 'Imagine' di JL di cui non ne posso più per quanto l'ho sentita.
Mi solleva sapere che ogni tanto un po' di musica decente ancora si riesca a scoprire. Meritato il successo di questa giovane cantante e tutti i premi che, soprattutto nel campo del soul e dell'R'n'B, in patria ha meritato.
Me ne sono tornata a casa da Londra con un bel regalo.

lunedì 22 ottobre 2012

Pet Shop Boys - Elysium


Sono davvero troppo di parte. Amo i Pet Shop Boys cosí come si ama la propria giovinezza...malinconicamente. Ho già scritto un post dedicato alla loro gloria degli anni 80 qualche tempo fa. Ma ho deciso di scriverne un altro per parlare del loro ultimo disco uscito il 17 settembre scorso. Si chiama Elysium e da molti critici é stato definito come un disco di atmosfere 'Losangeline' e dunque, oltre che per devozione al gruppo, proprio per questo l'ho atteso e ora lo possiedo. La mia malinconia infatti, oltre che estendersi alla mia giovinezza, é parecchio alimentata dalle cupe sembianze della Los Angeles contemporanea. In effetti, l'unica cosa che restava da sperimentare per il duo londinese era quella soffice e melodiosa musica elettronica che adesso si chiama 'chill out'. Risultato? Quasi non li riconoscevo. Di quel piglio genuino e orecchiabile, che caratterizzava la loro natura dance é rimasto proprio poco e anche un po' debolino. Forse ne ho ritrovato qualche briciola in 'Requiem in Denim and Leopardskin', 'Your early stuff', 'Winner' e 'A face like that'. Tutte le altre canzoni sembrano delle canzoni che hanno 'cambiato sesso'.  Sembrano tutte cadute nel loop sempiterno del beat elettronico.
Insomma, forse é solo un disco che devo ancora ascoltare e riascoltare prima di coglierne il vero intento, o forse capiró solo che i PSB volevano deviare dalla strada maestra, ma quello che proprio non riesco a cogliere é come poter coniugare Los Angeles, cioè una delle città piú americane ancorate al nostro immaginario, ad un gruppo che non solo si è formato a Londra, ma che per me in personifica, trasuda e trasfonde Londra già dai primi secondo d'ascolto di ogni loro singola canzone. Dunque cosa c'entrano i PSB con 'Los Angeles'? Sarò tradizionalista, ma preferisco immaginarmeli con una tazza di tè alle cinque del pomeriggio in una affascinante e languida Londra, piuttosto che alle due del mattino in una straniante e alienata LA.
Lode al coraggio e mi risèrvo ulteriori ascolti, perché il talento non tramonta mai.

domenica 22 aprile 2012

Neil Young - Rust never sleeps

Non so perchè, ma i dischi che hanno fatto la storia della musica, quelli che per esempio entrano nella classifica di Rolling Stone dei 500 album più importanti di tutti i tempi, si riconoscono subito. Il primo ascolto di solito è fatale, ti lascia addosso l'idea di aver appena ascoltato non solo delle canzoni, ma delle vere e proprie confessioni private, di avere aperto il diario personale di qualcuno che voleva dire a se stesso o al mondo qualcosa di speciale.
Ecco qual è stata la mia prima impressione del primo ascolto di 'Rust never sleeps' di Neil Young e dei Crazy Horse del 1979.
Poi, esistono quelle strane alchimie, per cui tu magari scopri casualmente un disco nel momento in cui stai leggendo un libro e ti accorgi che le due cose si fondo senza soluzione di continuità e non capisci se è solo un caso o se una mano invisibile ha unite per sempre questo momento, gettandoti in uno stato di grazia.
Ho ritrovato nel mio lettore mp3, senza ricordarmi da dove arrivasse o perchè, il file di questo disco scaricato da qualche parte. L'ho ascoltato con enigmatica curiosità, così come con lo stesso moto ho letto 'Non è un paese per vecchi' e la miscela è esplosa in una sorta di molotov immaginaria.
Ma, al di là delle mie farneticazioni riconducibili alla mia personale teoria per cui 'tutto è collegato', il disco è un capolavoro di musica folk e rock. 
Tristemente noti sono alcuni versi della canzone che apre l'album 'My My, Hey Hey (Out of the blue)'.
Kurt Cobain, infatti, citò nel biglietto d'addio prima di suicidarsi 'it's better to burn out than to fade away', ovvia citazione di quel brano. Ma non solo, questa è una canzone dedicata alla storia del rock e dei suoi miti all'epoca scomparsi da poco. Elvis Presley e Johnny Rotten dei Sex Pistols. Anche  la seconda canzone 'Thrasher', si trova di nuovo la morte, dove la trebbiatrice ne è una metafora. Neil Young racconta il rapporto suo e dei suoi amici con la popolarità e la facile vita dell'artista perduto nella sua autocelebrazione. 
'Ride my Llama' e 'Pocahontas', invece sono dedicate alla vita e alla storia degli Indiani d'America. Da qui in avanti il disco diventa più rock ed elettrico, meno malinconico, meno disco on the road, ma sempre molto americano. Immaginatevi una macchina scoperta e una giornata limpida e arida nel deserto, i canyon degli Indiani nelle riserve appena lasciati alle spalle, la chitarra diventa un fucile come quello di Anton Chigurh mentre segue la sua prossima vittima, la voce di Neil Young si fa da parte e si acquatta come un cacciatore e sotto l'ombra di un unico albero continua a raccontare quelle storie di confine, di strada, di far west, ma non dalla parte dell'uomo bianco, non come lo farebbero tutti, piuttosto come farebbe qualcuno venuto da Marte.

venerdì 20 aprile 2012

America - una band d'altri tempi e d'altri luoghi

Questa volta non scrivo di una band che conosco. Diciamo che conosco solo un disco, un Greatest Hits, avuto in regalo in seguito ad una promozione, il cui ascolto mi è sembrato immediatamente piacevole. Parlo degli America, una band anglo-americana che si è costituita nel 1970 e che è attiva ancora oggi essendo stata per 40 anni molto prolifica e rinvigorita da cambiamenti di formazione e introduzione di nuovi membri.
Incredibile come una band che vanta straordinari successi abbia resistito così tanto tempo senza aver mai avuto l'appoggio di una casa discografica importante. Il primo disco con una major label, infatti, è arrivato soltanto nel 2007 con la realizzazione di 'Here&Now'.
Il Greatest Hits che sto ascoltando in questi giorni è un disco che definirei rievocativo. Le sonorità della loro musica folk-rock americana mi sembrano, infatti, un concentrato di rock leggero con tocchi di primordiale disco dance anni 70. L'immediatezza e le atmosfere da musica americana della West Coast, ad un primo ascolto, sembrano collegarsi alle felici liriche dei Beach Boys più commerciali. Quello che mi fa strano è pensare che i membri originali della band fossero nati tutti da madri inglesi e padri americani e che siano riusciti, tuttavia, a far trasparire proprio soltanto l'elemento folk americano, trascurando la loro parte britannica. D'altronde non si può che sentire lo spirito americano in canzoni super famose come 'Ventura Highway', 'One in a million' o 'You can do magic', 'A horse with no name' e 'All my life'. Tutti successi che magicamente riportano indietro nel loro decennio di massimo fulgore, cioè quello 70-80 e poco oltre.
Nonostante la loro americanità così esuberante, sono riusciti a produrre piacevole musica ottima per il buon umore.

mercoledì 18 aprile 2012

Pet Shop Boys e il pop vecchio stile

Quando penso a loro, penso a due cose: la copertina del disco 'Introspective' e a Londra. Cos'hanno in comune le due cose? Niente. Sono solo ricordi della mia pre-adolescenza. In particolare, ricordo, che la hit di successo di 'Introspective' era 'Domino dancing' e che diventai matta per quella canzone, tanto da comprarmi a 12 anni tutto il disco. Era impensabile non averlo, tanto più che alle feste di compleanno alcuni miei compagni di scuola media lo facevano sempre suonare in vinile sul giradischi. Insomma, proprio un piccolo cammeo d'anni 80, perchè stiamo parlando dell'era pre-mp3 e del 1988, per la precisione il disco fu pubblicato l'11 ottobre di quell'anno.
All'epoca, la loro musica era l'epitome della musica pop europea. Il gruppo composto da Neil Tennant e Chris Lowe chiamato, 'Pet Shop Boys', era nato dopo un classico incontro in un negozio di dischi di musica elettronica a Londra. Il nome, che alcuni amici proprietari di un negozio di animali, avevano dato loro era l'unica cosa difficile da pronunciare e ricordare. Chi riusciva a dirlo a 12 anni era davvero bravo e chi ne conosceva anche il significato ancora di più. Per il resto, ogni canzone che producevano era un successo strepitoso.
Non comprai più alcun disco di questa band perchè, come tutti, mi arrangiavo con le cassette doppiate dai dischi originali, prestate da amici qui e là. A distanza di tempo, ho comprato, qualche anno fa, un doppio cd 'PopArt', che raccoglie tutte le loro hit più belle ed è proprio il caso di dire che è difficile trovare una canzone che non abbia suonato centinaia di volte alla radio, nei loro momenti di gloria. 
In questi giorni di pioggia primaverile, che tanto ricordano i cieli e le atmosfere londinesi, sto riascoltando questo disco. Mentre ascoltavo 'Always on my mind','Heart' ma soprattutto la potentissima 'It's a sin', ho pensato a quanto diversa fosse la concezione di musica pop per questo gruppo negli anni 80. Nonostante le melodie e la musica fossero sempre molto immediate, i testi erano comunque ragionati e intelligenti, improntati sempre a raccontare una storia, una situazione e non solo a cercare di far rimare due frasi insieme senza connessione, come molto altro pop di quegli anni faceva.
Se penso a quanto erano famosi, mi sento tutto sommato contenta di aver vissuto una 'fase pop' a 12 anni, che poco ha a vedere con i gruppi pop propinati oggi ai ragazzini di quella stessa fascia d'età. Insomma, ancora un po' di senno la musica degli anni 80 ce l'aveva. 
Non starò a tessere le lodi di questo gruppo, ancora attivo e infinitamente prolifico, mi limito a seguirlo e ad ascoltare quello che ancora in maniera decorosa e molto inglese, la buffa faccia da 'gentleman' di Neil Tennant mi propone.

venerdì 30 marzo 2012

The very best of Smooth Jazz Guitar

Per chi ama il suono della chitarra, per chi vuole farsi rasserenare da soffici ritmi jazz e bossa, per chi ama fiammanti chitarre rosse e jumbo come quelle della splendida immagine di copertina, esiste un disco che raccoglie 12 canzoni di Norman Brown, Ronnie Jordan, Larry Carlton, Chuck Loeb e altri grandi maestri del modern e free jazz.
Le canzoni, selezionate da esperti intenditori della casa discografica Shanachie, sono opere di composizione, interpretazione e arrangiamenti di artisti che attirano migliaia di fans nel mondo e che hanno raccolto successi a livello mondiale negli ultimi anni. Ritmi groove, brasiliani, latino americani, ma anche semplicemente jazz adornano questo piccolo gioiello di musica da gustare, ad esempio, in una splendida mattina di sole. Alcuni brani mi hanno ricordato il disco 'Reptile' di Eric Clapton,  a sua volta ricco di influenze bossa e free jazz, oltre che di blues e mi hanno evocato le stesse sensazioni di relax e di libertà. D'altronde il jazz è puro e libero come una bella sessione di corsa per rilassare la mente e il corpo, oppure è pigro e sonnolento come una giornata di vacanza e meglio ancora geniale e improvviso come un giorno di primavera.