MATRIOSKla

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giovedì 21 novembre 2013

Wiped out

'Ripulito, eliminato, annientato, distrutto'. Sono questi solo alcuni degli aggettivi che in italiano descrivono quello che in inglese si dice 'wiped out'. Ed è questa l'espressione che in gergo surfistico si usa per indicare chi viene accidentalmente travolto, risucchiato e inghiottito da un'onda.
A tempi alterni capita a qualcuno, come se la statistica dovesse inesorabilmente continuare a mietere le sue vittime. Che tu sia californiano, australiano, sudafricano o altro, non importa. Prima o poi un'onda ti farà suo. Quello che verrà dopo, dipende da te. 
Chissà che cosa pensava Kirk Passmore quando scrutava l'oceano dalle vette del vulcanico paesaggio hawaiano. Forse pensava che un'onda non è una vera onda, se non ti travolge stravolgendoti, che un surfista non è un vero surfista se non ha provato almeno una volta che cosa significhi essere 'ripulito'. E forse pensava che la sfida con la forza della natura più feroce del pianeta, come quella dell'acqua, non avrebbe avuto lo stesso valore e lo stesso sapore, se non fosse stata leale. E dunque per questo motivo Kirk, quel 15 novembre in cui ha trovato la sua onda e in essa avvolta ha trovato anche la sua morte, aveva deciso di non indossare il giubbotto di salvataggio. Ma, accidenti quanto gli è costato. Quell'ultima onda gli è costata tutta una vita, gli è costata tutte le lacrime degli occhi di suo padre che lo guardavano dalla spiaggia nel famoso spot di North Shore sull'isola di Oahu, Hawaii. Se ne va un altro esperto surfista che frequentava le Hawaii da quando aveva 14 anni. Se ne va, quasi celebrando la potenza delle tenebre oceaniche che lo hanno 'eliminato' e dopo averlo 'annientato' e 'distrutto', lo hanno restituito alla riva, privo di ogni speranza. Un'onda di 30 metri, in cambio di un uomo di 32 anni.

giovedì 3 maggio 2012

Surf photography

La surf photography è stata fin dalla metà degli anni 60 piuttosto una versione fantastica dello sport del surf che non un mezzo documentaristico. 'Le immagini creano dei desideri', scrisse il giornalista californiano di surf Steve Barilotti nel 1997, 'sono il carburante per i nostri viaggi, ci ispirano, ci solleticano e ci trasportano mentalmente e spiritualmente fuori dalla nostra esistenza diligente e terrena'.
Infatti, dico io, forse è stato proprio grazie alle spettacolari immagini che vidi sulle varie riviste di surf qualche anno fa che mi sentii affascinata dall'esotica spettacolarità degli uomini 'con la tavola'.
La surf photography è un'arte e una pratica che si perdono nel lontano 19esimo secolo, quando per la prima volta fotografie e surf divennero una sola cosa, nella famosa spiaggia di Waikiki alle Hawaii. 
Ma tale genere fotografico fu ufficialmente inventato durante la depressione americana da John 'Doc' Ball. Black, surfista e costruttore di tavole da surf del Wisconsin, passò la sua giovinezza alle Hawaii e costruì la sua prima scatola di legno pesante quasi venti chili per la sua macchina fotografica Graflex nel 1929. Da allora cominciò a scattare foto direttamente dall'acqua. Ad oggi, il progresso della surf photography consiste nel riuscire ad avvicinarsi quanto più possibile all'azione del surfista. Alcuni grandi fotografi di questo genere, a partire dalla metà degli anni '70 si sono inventati modi e mezzi per poter piazzare i loro occhi meccanici all'ingresso dei tubi creati dalle onde o addirittura mentre loro stessi si trovano dentro il tubo, o la cosiddetta camera verde. Non solo questo tipo di fotografia è arte, ma per certi versi la si può considerare anche uno sport, poichè occorrono un'ottima forma atletica, un gran senso del tempo nello stare in mezzo alle onde, molta pazienza e 'senso del surf'. Ovviamente, tale pratica comporta anche un certo pericolo, dato che mentre i fotografi scattano devono prestare attenzione anche al surfista in arrivo, al tubo d'acqua che li sovrasterà alla tavola da surf che passerà quasi sopra la loro testa e in molti casi anche al basso fondale corallino sotto di loro. 
Le foto talvolta vengono scattate dall'elicottero, da sott'acqua o da macchine fotografiche collocate sulla tavola. 
I soggetti tipici degli scatti sono il perfetto profilo illuminato dall'onda, di solito tropicale, il più delle volte vuoto, ma soprattutto decorato dall'azione surf catturata nel momento di maggiore spettacolarità.
Non riesco a concepire il surf senza la fotografia e dunque senza il viaggio. Questa triade è inscindibile e costituisce tutta l'aurea di esotismo, esoterismo e estremismo che tutti gli elementi combinati insieme producono.
Il mio fotografo preferito di surf è sicuramente uno dei grandi miti di quest'arte: Jeff Divine, di cui ho postato alcune foto per dare un'idea della meraviglia di cui il surf si decora.

domenica 22 aprile 2012

Duke Kahanamoku - il re del surf

Chi ha inventato il surf? Probabilmente qualche antica popolazione polinesiana, di sicuro qualcuno che annoiato dalla monotona vita su di un'isola deserta schiaffeggiata dalle onde dell'oceano, ha pensato di farci qualcosa con quelle onde.
Però il surf moderno, quello che possiamo far risalire ad inizio secolo scorso, ha un padre.
Si chiama Duke Kahanamoku, nato nel 1890 e cresciuto a Honolulu, un hawaiiano purosangue nato con una particolare predisposizione per tutte le attività acquatiche, in special modo il nuoto e il surf.
La sua abilità di nuotatore gli fruttò record e medaglie d'oro olimpiche da Stoccolma nel 1912, in Belgio nel 1920 e medaglia d'oro d'argento a Parigi nel 1924. Un fenomeno, insomma, che fu chiamato non a caso 'human fish' o 'Duke di bronzo'. Questa incredibile dote di nuotatore lo portò a sviluppare anche quella per il surf, quando negli anni 10 sulle spiagge di Waikiki - dove la maggior parte dei surfisti cavalcava tavole da surf lunghe al massimo 2 metri e 10 cm - cominciò a domare le alte onde della costa di Ohau con tavole lunghe fino a 3 metri. Negli anni successi del decennio, portò il surf sulla costa est degli Stati Uniti e fu lui a esportare questo sport in Australia e in Nuova Zelanda nel 1915, mentre negli anni 30 contribuì a rendere popolare il surf in tutta la California del Sud. Nonostante fu lui il padrino di questo sport, non ne fece mai un lavoro, nè una fonte di ricchezza personale o guadagno e continuò a svolgere tra i lavori più infimi, anche perchè soggetto alle discriminazioni razziali in quanto hawaiiano dalla pelle scura. 
La sua statuaria fisicità gli fruttò ammirazione da parte del pubblico femminile e qualche piccolo ruolo cinematografico a Hollywood, sebbene sempre come figura di secondo piano. Negli anni 60, quando Duke aveva ormai toccato la vetta dei settantanni e aver continuato a fare surf per puro scopo ricreativo, il disc jockey Kimo Wilder McKay diventò il manager di un Duke Kahanamoku, che aveva solo bisogno di conferire una degna iconografia allo sport che era stato la sua intera vita. Per questo motivo diventò il frontman di un piccolo impero commerciale che incluse catene di ristorante, campionati di surf e del merchandise tutto intitolato a suo nome. La sua popolarità aumentò quando apparve sulle copertine di Surfer e Surfing Magazine, quando fu introdotto nella Hall of Fame del surf nel 1966 e nella United States Olympic Hall of Fame nel 1984. Nel 1999 fu insignito del titolo di miglior surfista del secolo dalle riviste specializzate Surfer e Surfing.
Sulla spiaggi di Kuhio Beach di Waikiki, ancora oggi campeggia una statua di bronzo di oltre 5 mentri in piedi vicino ad una tavola da surf, eretta nel 1990.
La figura di questo immenso e fenomenale sportivo fu significativa e congeniale agli gli Stati Uniti per promuovere il surf e gli splendori tropicali di Waikiki nel mondo, ma anche perchè la sua filosofia del surf fu permeata sempre da una straordinaria vena di grazia, humor e generosità. Le sue parole, nel lontano 1965 furono ' Sapete, ci sono così tante onde in arrivo nel tempo, che non dovete preoccuparvi. Lasciate che il vostro compagno le prenda e voi prenderete quelle dopo.'
Davvero quel che si dice uno spirito di sportività. Peccato che le conseguenze della popolarità di questo sport abbiano portato al fallimento dell'ideale di Duke Kahanamoku.

sabato 31 marzo 2012

Maverick's - l'incubo

Quando ho cominciato ad appassionarmi al surf, ho scoperto attraverso documentari e film, tutti i principali break e spot della terra. Sono tre i punti focali attorno ai quali ruotano i grandi contest di surfers professionisti: Hawaii, California e Tahiti. Altri godono di altrettanta ottima fama come luoghi da sogno per ogni surfista, come Bali, Australia e varie isole dell'Indonesia.
Se soltanto i nomi di questi posti evocano il paradiso, ce n'è uno che invece è l'inferno del surf: Maverick. Si tratta di una località situata nella baia di Half Moon a 25 km da San Francisco. Questo break è diventato famoso negli anni 90, anche se la storia dice che un gruppo di surfisti del posto iniziò a surfare in questa zona nel 1961. Si dice anche che il nome Maverick era quello di un cane pastore tedesco dal pelo bianco che seguì il gruppo in acqua. Ma in realtà fu il dicottenne Jeff Clark, che nel 1975 cominciò a cavalcare le gigante onde di Maverick. Con temperature dell'acqua che, in inverno scendono fino ai dieci gradi e onde che arrivano fino a dodici metri, un anno sì e uno no, Clark imparò a fare surf nell'inferno delle gelide e pericolosissime acque scure di questa parte della California del nord. Fu proprio negli anni 90 che Clark fece conoscere a tutti i surfisti di Santa Cruz e di San Francisco questo spot e sebbene lui fosse un 'goofy-foot', cioè una sorta di nostro mancino di piede, imparò a domare le onde diventando un regular-foot, cioè un destrorso, per poter dominare il break di Maverick. Fu così che per la prima volta nel 1992 la rivista 'Surfer' dedicò un servizio a questo spot. 
Purtroppo, molte altre testate giornalistiche come il 'New York Times', 'Rolling Stone', 'Spin' dedicarono interi articoli ad un evento che vide la morte del poco più che trentenne surfista hawaiiano Mark Foo.
Foo, aveva accettato l'invito di Clark ad entrare nelle acque di Maverick. Quel giorno però le onde furono particolarmente impietose e tutto andò storto. Clark dichiarò che Maverick stava a significare che, per quanto si fosse preparati a surfare nelle condizioni più estreme, bisogna sempre ricordare che ci si trovava nel territorio del grande dio Nettuno.
La pericolosità di Maverick e la sua fama di inferno del surf stanno nelle estreme condizioni in cui i surfisti si ritrovano. Per prima cosa, data la violenza esplosiva delle onde, è pressocchè impossibile riuscire a rimanere in acqua per più di 50 secondi mettendo insieme tutte le varie sessioni effettuate con il tow-in, cioè con il traino del surfista attraverso le moto ad acqua. In secondo luogo la natura di questo spot è tristemente nota per le sue acque infestate dal grande squalo bianco, cioè lo squalo più aggressivo che possa capitare di incontrare e, infine, le acque gelide e scure nascondono un reef insidioso costituito da giganteschi banchi di scogli dalle punte taglienti, come se si trattasse di un labirinto sotterraneo dal quale sarebbe difficile uscire vivi, nella sfortuna di rimanervi incastrati. Si pensa che proprio questo sia la causa principale degli incidenti mrotali avvenuti in questo inferno. 
Certo, l'adrenalina e la sfida alla potenza del mare muovono nel surfista estremo il senso di sfida, ma Maverick rimane un luogo destinato davvero a pochissimi surfisti. Per quanto mi riguarda, solo l'idea di mettere piede in quell'acqua scura e infestata di squali mi terrorizza, sarebbe molto bello ammirare le gesta di questi folli surfisti attratti dall'inferno.

venerdì 30 marzo 2012

Billabong

Il marchio Billabong mi piace da anni, ormai. Mi hanno regalato e mi sono comprata di tutto: magliette, camicie, cappellini, borse, portafogli. Se esistesse una macchina Billabong me la comprerei...
Mi piace lo stile di questa etichetta perchè mi fa tornare alla mente il surf e anche perchè il nome che hanno scelto di darle, ha un legame strettissimo con il suo paese d'origine, cioè l'Australia.
Infatti la parola significa, secondo antichissime origini scozzesi importate dagli immigrati, 'piccolo laghetto'. Di solito si tratta di un meandro di un fiume deviato dal corso principale e nascosto in una zona palustre, colma di acqua stagnata. Il billabong è dunque un piccolo specchio d'acqua dimenticata, tipica del suolo australiano.
L'azienda Billabong nasce nel 1973 per volontà di un ex costruttore di tavole da surf di nome Gordon Merchant, che ha trasformato in poco più di trentanni questo divertente e colorato marchio, originario del Queensland, in uno dei più conosciuti e prestigiosi nell'ambiente dell'abbigliamento sportivo. Billabong produce capi di vestiario per surf, skate e snowboard ed è diventata un'alternativa un po' più hip, rispetto ad aziende apparentemente più serie e tecniche come Quicksilver o Burton. Non che queste ultime non mi piacciano, ma Billabong ha qualcosa di più scanzonato e giovanile. I suoi testimonial di eccellenza sono stati e sono ad oggi grandi campioni dello sport e in particolare del surf come Mark Occhilupo, Shane Dorian, Keala Kennely, Joel Parkinson e Taj Burrow. Billabong , negli anni, è diventata anche un grande nome che ha sponsorizzato competizioni nel circuito professionistico di surf soprattutto il Billabong Pro alle Hawaii e ha prodotto vari film sul surf. Nel 1999 Billabong ha fatto discutere i media quando il presidente californiano Bob Harley ha dato le dimissioni e ha creato la sua propria label di abbigliamento sportivo, ora acquistata dalla Nike e che, da tempo ormai, è una delle accanite concorrenti del settore.
Alla fine di quell'anno Billabong ha ceduto quasi la metà delle sue azioni alla compagnia aerea australiana Qantas e ha nel 2000 ha strabiliato tutti per le sue vendite duplicate, ma anche per i prezzi notevolmente rincarati.
Quello che mi piace di Billabong non è solo il suo stile e la sua moda, ma anche la sua filosofia di vendita, che non ha mai permesso l'entrata dei suoi prodotti nei comuni centri commerciali, ma ha mantenuto una costante originale di concezione per cui il marchio si debba vendere in zone o aree che mantengano la sua credibilità di prodotto 'da spiaggia'. Nonostante abbia questa sua interna legge di mercato, molti prodotti, anche se in piccole quantità, si trovano in vari negozi sparsi per oltre 60 paesi nel mondo.

mercoledì 29 febbraio 2012

Surfing magazine

Ho già parlato di una rivista di surf qualche post fa. Ma la mia curiosità e il mio interesse per questo stravagante sport non si sono fermati lì. Dopo aver scoperto Surfer, è stata la volta di Surfing Magazine. Lanciato nel dicembre del 1964 nella California del Sud, (precisamente a San Clemente) come concorrente della ormai affermata 'bibbia del surf' che era Surfer, a quei tempi si chiamava ancora 'International Surfing'. La sua particolarità, negli anni 60, era quella di cercare di mantenere una linea di contro tendenza nei confronti delle mode lanciate e controllate da Surfer. Sul finire degli anni 60 attraversò una sorta di 'fase psichedelica', grazie alla fotografia di un grande come Leroy Grannis e gli articoli di Tom Yasuda. La rivista, però, ebbe particolari difficoltà di gestione e di uscita dal 1964 al 1973, subendo anche vari traslochi tra Hermosa Beach in California e New York City, per poi tornare a San Clemente.
Negli anni 80, grazie ad una grafica e un look particolarmente brillanti e innovativi, riuscì a tenere sempre maggior testa a Surfer e diventò il suo acerrimo rivale. Il seguito di Surfing Magazine aveva sempre avuto, fin dagli esordi, un'età media più vicina a quella degli adolescenti, che non quella più adulta di Surfer. Negli anni 90 e negli anni zero, questa media si è ulteriormente abbassata. E' famosa la frase che nel 1996, l'allora capo redattore della rivista, Peter Townend pronunciò in occasione della sua nuova carica: 'Surfing is Teen Beat, Surfer is National Geographic', per sottolineare come fossero evidenti le differenze di linguaggio e di orientamento delle due riviste.
Personalmente, trovo assai difficile dire quale delle due riviste mi piaccia di più. Sono entrambe stupende, hanno entrambe elementi comuni, tra cui la pubblicità a frotte, le rubriche relative ai campionati di surf e le parti dedicate al materiale tecnico. Quello che mi attira leggermente di più verso Surfing Magazine è il suo essere riuscito a mantenere, a suo modo e al passo coi tempi, una veste ancora leggermente psichedelica. La grafica, il look, le frasi di copertina così introspettive ed ermetiche mi catapultano ogni volta almeno a qualche metro sott'acqua e sono un volo di fantasia ogni volta che leggo i lunghi, criptici articoli. Le frasi gettate qui e là sulle pagine, la fotografia alterata dai trucchi di photoshop, l'impaginazione talvolta disconnessa e accattivante e la parte riservata alla musica e a varie 'extra-vaganze', mi danno emozioni che soltanto i fraseggi musicali dei Beach Boys e dei Pink Floyd della prima ora, mi comunicavano. Sicuramente insieme a Surfer è un punto di riferimento per il mondo del surf e davvero...ormai, non esiste l'uno senza l'altro. Bellissimi tutti e due.

lunedì 27 febbraio 2012

Un mercoledì da leoni

Un mercoledì da leoni è uno di quei film che non si può non aver mai visto. Come si definiscono i film così? Classici, immortali, evergreen, imperdibili, universali. Ecco 5 aggettivi con i quali potrei definire la natura di questo capolavoro di John Milius del 1978, con una fantastica colonna sonora di Basil Poledouris.
Questo non è solo un film sul surf e sulle vacanze estive, ma un film sul disagio giovanile, sull'amicizia, sulla guerra in Vietnam e sugli anni 60.
Quando Matt Johnson, il più intrepido surfista dei tre amici, si accorge che le mareggiate si stanno susseguendo e che gli anni stanno passando, che la vita lo sta chiamando ai suoi doveri di uomo adulto, che presto lo chiameranno per andare in Vietnam, che amoreggiare con la sua fidanzata voleva dire rischiare di diventare padre e che non era più possibile sbronzarsi e fare a pugni ad ogni festa, per poi finire con una canna in mano, capisce che non è pronto per tutto questo.
Da qui iniziano i suoi guai esistenziali. Quando, dopo essere stato scacciato malamente dalla spiaggia dall'amico Jack, si ritrova a guardare le tavole da surf del negozio dell'amico Bear, è proprio quell'amico a capirlo e a rincuorarlo che 'per tutti il passaggio da un'età all'altra è stato difficile'. Allora si chiarisce tutto. Matt, il matto, è sopraffatto da una crisi d'età e da una sindrome di Peter Pan ormai ingestibili.

Alla stessa stregua del difficile momento che aveva vissuto Banjamin Braddock nel laureato, Matt vive in una maniera più bohemienne - circondato da belle ragazze, steso al sole delle spiagge di Malibù - il triste e malinconico saluto della sua prima giovinezza per entrare nell'età adulta. Solo il surf lo distrae dalle sue angosce e dai suoi dubbi, solo al fianco degli inseparabili Jack e Leroy riesce a sorridere e a divertirsi.
La vita sembrava lunga e l'adolescenza infinita. Le feste sembravano non potessero mai finire e le uscite per mare all'alba sembravano eterne. Invece in un momento ci si ritrova 'grandi', o meglio, il mondo ti chiama a certi doveri. Vigliacca maturità, ti tira per il collo e mentre le tue gambe continuano a girare e a correre in avanti senza guardare da nessuna parte, sei invece costretto a fermarti prima o poi ad un semaforo rosso e a rispettare le precedenze.
Ecco, se guardi questo film a 18 anni pensi: 'ho ancora un sacco di tempo per pensarci'. Se lo guardi a 30, invece dici: 'ecco, mi sono già fottuto i migliori anni della mia vita'. Proprio come Matt. Ma la vita va avanti comunque e bisogna solo gustarsi al massimo il momento. Peccato che da una certa età in avanti, il retrogusto amaro è proprio realizzare di essere cosciente del tempo che passa.

sabato 4 febbraio 2012

Gli stivali Ugg, il surf e il football americano

La prima volta li ho visti su una rivista di surf. Il ragazzo che li portava era beatamente seduto con tanto di jeans a maglietta a maniche lunghe su una spiaggia deserta e leggermente in ombra. Poi le amiche hanno cominciato a comprarli e Milano, in un attimo, ne era invasa. Ma il massimo è stato quando ho visto uno dei miei miti sportivi, il quarterback dei New England Patriots Tom Brady, diventare 'testimonial' pubblicitario di una marca di stivali così tanto modaiola da aver catturato tutti, alla fine, anche me. Sì, li ho comprati anch'io gli Ugg. Marroni, a mezza gamba e di camoscio con il pelo all'interno. Quando li ho calzati ho capito tutto. Come infilare un piede in un gatto, povero gatto. Il tepore che conservano e la comodità di una calzatura, prevalentemente 'casual', valgono davvero la cifra che costano. Certo, i soliti commercianti furbacchioni che se ne approfittano esagerano anche. Ormai siamo sopra i duecento euro. Ma ormai non riesco a separarmene, potrei paragonare il comfort a quello di una pantofola da casa cicciona e pelosa. Anche l'estetica ne è stata conservata molto finemente, sebbene il primo impatto sembri quello di avere i piedi di un orsacchiotto con il profilo di una papera.  
La Ugg ha una storia molto particolare. Come brand nasce originariamente in Australia e Nuova  Zelanda negli anni 70, ma è soltanto con l'esportazione dei suoi materiali e modelli di stivali più pregiati che diventa un vero e proprio fenomeno di costume in California nei primi anni 80.
Cercando informazioni online, ho capito come mai quel ragazzo con gli stivali sulla spiaggia era finito su una delle riviste di surf che di solito compro.
Pare infatti, che proprio negli anni 60 i surfisti, che passavano mesi interi sulla costa nord orientale dell'Australia ad aspettare le onde, usassero tenere i piedi al caldo e all'asciutto nei comodi stivali di 'sheepskin', cioè di pelle di pecora. Si può dire, dunque, che paradossalmente degli stivali con il pelo e apparentemente invernali siano nati proprio sulla spiaggia, quella di Byron Bay e nelle zone più rinomate di surf vicino, 'The Pass', 'Wategos' e 'Cosy corner', si fanno risalire le più antiche origini del marchio Hugg.
Nel 1978, poi, un surfista di nome Brian Smith arrivò in California carico di borse di pelle di pecora e stivali, sperando che il clima rilassato e sportivo della California del sud avrebbe apprezzato quello stile di stivale. Così fu, da San Diego a Santa Cruz, tutte località di surf gli stivali Ugg diventarono un simbolo della cultura surfista americana. La moda e la mania si spostò, poi, anche nelle grandi città e diventò un trademark, così come Brian Smith lo aveva immaginato. Come si sa, poichè è storia più recente, gli stivali Ugg sono diventati un simbolo estremamente fashion e sono stati esportati in tutto il mondo a partire dagli anni 2000.

Insomma, la Hugg mania ha contagiato tutti.
...Anche il più attraente quarterback dell'NFL Tom Brady, che tra l'altro domani gioca la sua 4 finale del superbowl contro i Giants di Eli Manning di New York, in una grandissima finale tra New York e Boston.
Magari Brady tirerà fuori i suoi Ugg a un certo punto.. 

mercoledì 25 gennaio 2012

Surfer Magazine

La mia prima rivista di surf specializzata l'ho letta nel maggio del 2009. Si trattava di Surfer, che viene considerata una sorta di bibbia del surf. E' davvero una pacchia sfogliare le pagine di Surfer. Di solito si comincia con un bel po' di pubblicità, che all'inizio mi infastidiva, perchè mi pareva che un terzo del volume fosse già stato sprecato. Poi, ho cominciato a prestare attenzione ai prodotti pubblicizzati e mi sono appassionata alla moda 'urban-surf': camicie di flanella a scacchi Billabong, infradito colorate da spiaggia e da città, sneakers della Vans, felpe della Roxy, orologi Nixon e cuffie per ascoltare la musica della Skullcandy. Insomma uno sciame di merchandise che gira intorno ad uno sport da sogno. Ma la rivista assume la sua veste più tecnica nei lunghi articoli e nelle interviste ai grandi campioni, sulle loro imprese, vittorie e viaggi. Sì, perchè il surf mi ha attirato, soprattutto, per questa meravigliosa attitudine che i surfisti hanno nello scoprire posti incontaminati e remoti, dei quali si sente raramente parlare, almeno qui in Europa. Il viaggio, per un surfista, è parte della disciplina sportiva di cui si occupa. Trovare il giusto 'spot', conoscerne le condizioni climatiche ed atmosferiche, scovare un posto dove sistemarsi per la breve notte che lo separerà dall'uscita all'alba, la cosiddetta 'dawn patrol' e infine godere delle meraviglie della natura che circondano un oceano il più possibile infuriato. Attraverso questa rivista ho scoperto la fotografia estrema e mi sono appassionata, sempre di più, allo scatto del gesto acrobatico dell'atleta, sullo sfondo celestiale di colori e luci immortalati per rendere la bellezza dei luoghi. Dunque, leggere Surfer è un po' come farsi una cultura di geografia e arte grafica allo stesso tempo. Non solo le stupende fotografie corredano la rivista, ma si nota un'estrema cura nella grafica, una costante e innovativa ricerca nell'impaginazione e nella fruizione della lettura.
Qui e là si trovano alcune rubriche d'obbligo per una rivista: l'angolo della posta, qualche pettegolezzo e notizie delle varie competizioni nel mondo.
Quando mi immergo nelle pagine di Surfer, mi immergo in un oceano caldo e allo stesso tempo burrascoso.  Viaggio mentalmente, con trasporto e oblio, verso mete lontanissime. Di certo, un modo per fuggire, per un momento, il grigiore della vita cittadina e lo squallore di paesaggi dove la natura è completamente schiava dell'urbanizzazione.

domenica 22 gennaio 2012

The wave - Susan Casey


Un nuovo anno di letture è già iniziato. Tra i primi libri che ho già letto questo mese, ce n'è uno, in particolare, che ha catturato la mia attenzione. Si tratta di 'The wave' di Susan Casey. 
Il titolo è in inglese e non so se sia mai stato pubblicato in Italia finora; nelle mie ricerche non ne ho trovato traccia. Comunque, se vi capita di leggerlo in lingua originale, tanto meglio. Di certo, vi servirà per imparare nuovi aggettivi della lingua inglese per descrivere le onde. Seppur ispirato dalle gesta straordinarie dei più grandi surfisti estremi del mondo, questo libro parla di onde. Anomale, gigantesche, infuriate, spaventose, assassine, imperscrutabili, imprevedibili, sconosciute.
Già, perchè nonostante si pensi che le onde siano generate dal vento, rimangono ancora molti interrogativi riguardo alla vera causa scientifica per cui le onde si formino negli oceani. Si parla di energia, ma non si sa da dove arrivi quest'energia, nè da cosa sia generata, nè dove vada realmente a finire.
Dunque, questo libro non parla solo di surf, di imprese al limite delle capacità umane e di sopravvivenza, ma anche di quanto poco si conosca a tuttora delle tempeste marine, degli tsunami e delle semplici onde, che imperversano negli oceani a largo di isole e coste dei vari continenti. Centinaia di navi cargo vengono travolte con una media annua impressionante, di alcune, spesso, non si trovano più nemmeno superstiti o non si hanno notizie a distanza di pochi minuti dal lancio dei primi SOS. Insomma, in questa lettura, travolgente coome le onde stesse, trovate racconti di luoghi e genti che hanno conosciuto la furia dell'oceano. Dalle Hawaii, alla Polinesia, da Mavericks, al Messico e l'Alaska, l'anello di fuoco continua a tenere il mondo segretamente prigioniero tra le sue acque minacciose. Una lettura quasi avventurosa...

venerdì 13 gennaio 2012

Soul surfer e l'elogio ai messaggi positivi

Io sarei morta. Ma più che morta davvero, sarei morta di paura.
Non posso nemmeno pensare di essere alle Hawaii, più precisamente sull'isola di Kawai, uscire una mattina per fare surf insieme a tre amici su una spiaggia da sogno e finire in ospedale più di là che di qua, senza un braccio.
Eppure può succedere, anzi è successo davvero, ma non a me.
'Soul surfer' è un film puro e semplice. Uscito nel 2011, racconta la vera storia di Bethany Hamilton una giovane promessa del surf che a tredici anni viene attaccata da uno squalo. Nonostante la drammatica menomazione che la riduce ad avere un solo arto, Bethany ritorna in acqua poco tempo dopo l'incidente e continua a fare surf.
Il film è tratto dall'omonimo libro biografico della protagonista e vede la partecipazione di due volti noti come Dannis Quaid e Helen Hunt. Le interpretazioni di questi attori sono, in realtà, messi volutamente in secondo piano dalla vicenda stessa. Questo non è un film da oscar o da ricordare tra i migliori della vita, ma è un film che racconta una storia personale vera, in maniera molto positiva e ottimistica senza rischiare di diventare smielata e inverosimile o, peggio ancora, lacrimevole.
E' la protagonista per prima a non piangersi addosso. E' sconvolgente anche solo pensare di come si possa uscire da uno shock tale, come quello di essere attaccati da uno squalo enorme e riuscire a ri-immergere anche un solo piede nell'acqua. Ci vuole coraggio, ci vuole passione, fiducia nelle proprie capacità e ci vuole anche un forte senso di rassegnazione. Quando Bethany riesce a salire sulla tavola da surf con un solo braccio e la famiglia è felice per lei, ci si trova davvero davanti alla grandezza della forza di volontà che l'essere umano può possedere. Come diceva una mia amica russa, l'uomo è davvero un essere che si abitua a tutto.
Si finisce di vedere questo film con una certa sensazione di levità, con un sorriso, con l'idea che grazie al sostegno psicologico e all'amore che può dare una famiglia, si possano superare barriere fisiche ed emozionali a prima vista invalicabili.
Nonostante sia un'estimatrice di film 'cervellotici', questa storia a lieto fine mi ha regalato un paio d'ore di ottimismo e di positività, per cui mi sento di elogiarne gli intenti.

mercoledì 31 agosto 2011

Capo Mannu: uno spot per veri surfisti

Nonostante i 159 chilometri che separano San Teodoro (OT) e la località di Potzu Idu in provincia di Oristano, per un totale di 2 ore di macchina, durante le vacanze di mare in Sardegna ho trovato una giornata per andare a vedere il famoso spot surfistico più bello di tutto il mediterraneo.
Capo Mannu è quel lembo di terra del centro-ovest della Sardegna che si inoltra nel mare aperto e che viene schiaffeggiato da onde che arrivano fino a 5 metri nei giorni di maestrale.


Di solito infatti è così ...









Purtroppo, come vedrete dalle fotografie, la mattina del 25 agosto scorso era una delle giornate più calde e limpide delle ultime due settimane. L'alta pressione ha favorito una calma piatta proprio come una tavola. Nessun surfista nei dintorni, ma molti segni. Ad esempio alcuni cartelli indicavano Capo Mannu come una High Surf Area, anche se non indicavano esattamente dove fosse lo spot. Dopo qualche giretto panoramico finalmente si capisce dove andare. Giunti a Potzu Idu si prosegue finchè la stra principale non svolta a sinistra e l'asfalto lascia il posto alla strada sterrata, che guida fino al Capo.  Più avanti ci si trova davanti ad un bivio. Il sentiero di destra porta verso il il punto di osservazione del faro e quello di sisnistra verso una scogliera molto suggestiva, davanti alla quale si apre il Mar Mediterraneo.  Le rocce sono erose e friabili proprio sullo strapiombo e io per il momento posso solo immaginare quale magnifico spettacolo i surfisti provenienti da tutto il mondo siano qui in grado di dare.

Nonostante la calma piatta mi ha fatto piacere mettere piede in questo posto sacro almeno per noi mediterranei amanti del surf. Di certo non avrei potuto provare a farmi la mia lezione da autodidatta come avevo fatto l'anno scorso a Isola Rossa vicino Sassari ( altro bello spot). Temo che per quest'estate dovrò risparmiarmi quell'enorme sforzo fisico che è stato tentare di salire in piedi su una tavola. 
La gita si è conclusa con una sorta di caccia al tesoro per trovare un ristorante consigliato d aun ragazzo del posto che si chiama 'Lo scivolo'.

Ambiente spartano e atmosfera da surf, cibo buono soprattutto la frittura di pesce e ovviamente immancabile la vista sul mare.

giovedì 14 luglio 2011

Banzai e surf

Mi sono spesso chiesta che cosa significasse il termine Banzai. L'ho sempre associato a quelle trasmissioni buffe e demenziali tipo 'Giochi senza frontiere' in versione giapponese. In effetti la parola in giapponese significa 'Diecimila anni' ed è usata in questa lingua per esprimere incoraggiamento, entusiasmo e gioia.

Senz'altro avrete sentito usare questa parola in altre situazioni. Io, per esempio, conosco un posto che si chiama in questo modo. Si tratta di un ristorante di cucina italiana a base di pesce, situato in una graziosa località di mare che si chiama Santa Marinella e si trova in provincia di Roma.
Il ristorante è sulla spiaggia; una spiaggia solo sassolini e arbusti che ricordano il fondo del mare che forse un tempo arrivava oltre la riva ad oggi conosciuta. Poco oltre il ristorante la spiaggia diventa privata, ma è proprio lì che mi piace andare. In realtà nessuno viene a reclamare niente, quasi sempre non c'è nessuno e si può camminare per chilometri e arrivare fino a vedere il Castello di Santa Severa a picco sul mare. Nonostante non mi piaccia l'Italia, questo è uno dei pochi posti ai quali sono particolarmente legata.
Dopo un bel bagno e un sano isolamento, di solito vado a mangiare al ristorante.
Ho visto delle recensioni spiacevoli su questo locale e me ne dolgo perchè è vero che è abbastanza costoso, ma si mangia prevalentemente pesce fresco. La specialità è la frittura di paranza. Provate a mangiare la stessa quantità di pesce a Milano o dintorni e poi ne riparliamo del prezzo.
Certamente è un posto dove è meglio andare con le infradito e i bermuda che non vestiti da sera, d'altronde siamo sulla spiaggia con una vista spettacolare sul mare e soprattutto un enorme senso di libertà.

Dicevo che per me è un posto magico, un gateaway estivo per una mini vacanza relax che di solito mi concedo la prima settimana di luglio.
Un giorno ho scoperto una cosa fantastica, ho scoperto che questo ristorante aveva preso il nome da un Surf Club che si chiamava Banzai, appunto; e questo voleva dire che nei dintorni c'era qualcuno che faceva surf.

Nell'estate del 2008 li ho trovati. Ho trovato i surfisti proprio alla spiaggia di fronte al ristorante Banzai e alcuni ragazzi mi hanno raccontato di come quello sia uno dei Point Break più conosciuti d'Italia e conosciuto anche nel mondo.
Non potevo credere a quante e quali combinazioni di elementi ci fossero a comporre una magica pozione come quella di questo posto: mare, buon cibo, gente semplice, libertà e surf. I miei elementi.
Forse non dovevo svelare questo spot segreto, proprio come fanno i surfisti più accaniti, che non rivelano mai doveva vanno a surfare.
Ma quest'anno sono stata fortunata ancora una volta e nella prima settimana di luglio ho trovato il mare agitato e un gruppo di surfisti che mi hanno intrattenuto tutto il pomeriggio con le loro performaces.
Mi ero portata dietro la Holga fotocamera con tanto di set di filtri colorati e ho cercato di immortalare qualcosa. Non riesco a resistere dal postare alcuni scatti e dunque ecco che tutto è rivelato...