Mi ero provvista di una piccola scorta di ramen istantanei tornando da Hong Kong quest'estate. Ecco che l'astinenza, nel pieno dell'inverno, quando si ha voglia di mangiare qualcosa di caldo, gustoso e veloce mi ha colto. Ho scaldato l'acqua, tolto il coperchio, lasciato idratare ed ecco fatto. Una discreta porzione di ramen alla Tokyo, gusto tonkatsu bell'e pronta. Un diversivo per una giornata desolante come quella di oggi. Non mi sono fatta mancare niente...avevo anche Murakami da leggere e buona musica in sottofondo. Il maestro mi sta già contagiando con la febbre del jazz. L'unico elemento assente è un bel gatto sul divano.
MATRIOSKla
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martedì 4 febbraio 2014
venerdì 31 gennaio 2014
Il ristornate dell'amore ritrovato - Ito Ogawa
Ecco...me la immaginavo proprio come in questa fotografia la protagonista del libro in questione. Mi immaginavo Ringo, senza la sua voce, vestita nei tipici indumenti giapponesi, con le mani giunte sul suo cibo e un volto quasi angelico. 'Il ristornate dell'amore ritrovato' è la storia di una ragazza con la passione per la cucina, che un giorno perde la capacità di parlare per via di uno shock e decide di tornare al suo paese natìo per aprire un ristorante. Ma c'è molto altro. Innanzi tutto, questo romanzo arriva ad essere una sorta di piccolo compendio della cucina giapponese. Nomi, definizioni e prelibatezze di ogni tipo si avvicendano e si comprendono solo grazie al glossario delle ultime pagine, altrimenti assai complicati. Si potrebbero quasi seguire le istruzioni della narrazione e ne verrebbero fuori fior di ricette. Ma c'è dell'altro ancora. Ringo ha un rapporto conflittuale o quasi inesistente con sua madre, che si risolve solo in prossimità di un finale strappa lacrime. Infine c'è la 'sublime' presenza di Hermes, una tenera e pacifica scrofa, allevata e accudita come un comune animale domestico da Ringo nel cortile di fianco al 'Lumachino'. Chi ama le sottigliezze dell'animo giapponese e anche tutte le sfumature di una cucina così raffinata, non potrà non godere di questo libro.
L'autrice, Ito Ogawa è molto famosa nel suo paese come scrittrice, ma anche come cuoca. Sul suo sito, solo in giapponese, ogni giorno propone al suo seguito di pubblico, originali e gustose ricette.
sabato 31 agosto 2013
Pazzi per i noodles
Dall'esperienza culinaria di Hong Kong ho imparato che...il maiale è davvero l'imperatore della cucina cantonese e che le anatre e i polli fanno un'altrettanta brutta fine. Tutti scuoiati e ben oleati penzolano, come neonati in maniera un po' raccapricciante, dai ganci appesi alle vetrine dei negozi e delle tavole calde sparse un po' ovunque. Spiedini misteriosi, venduti per strada, ai quali non ho osato avvicinarmi (se non per scattare qualche fotografia) e strana muggine simil alghe, raccolta in grandi contenitori di polistirolo, catturano la curiosità del passante straniero.
Ma soprattutto...gli abitanti di Hong Kong sono pazzi per i noodles!
Variopinte e pittoresche scodelle piene di tagliolini e spaghetti chiamati, come nella cucina giapponese, 'udon', navigano nelle zuppe più speziate della terra. Nella scodella di solito si trovano anche uova sode, porri, pezzi di carne di maiale e alghe. E' davvero impossibile, girando per le strade della città, non imbattersi in negozietti/ristoranti/tavole calde ecc. che preparano ogni sorta di noodles. Un'adorazione quasi maniacale. D'altronde, una fanatica di ramen giapponese come me, sapeva che esso trae proprio la sue origine dalla cucina cinese. Ma mi aspettavo che la classica ciotola di riso la facesse ancora da padrona. Delusione per quel che riguarda la presenza di ristoranti giapponesi a Hong Kong. Pochi e introvabili, misti alla cucina locale. Tanto per ribadire la mania dei noodles, stranamente ho avvistato un ristorante di solo ramen giapponese.
Presa dalla curiosità di assaggiare la versione noodles istantanei, ne ho presi un paio da portare a casa. Unico problema: quale, delle decine di varietà a disposizione, scegliere...Carino il packaging...
mercoledì 6 febbraio 2013
In astinenza da ramen
Avendo finito tutte le scorte e in mancanza del prodotto originale, che di solito ricevevo direttamente dalle mai del mio amico giapponese Taichiro, ho acquistato noodles istantanei al supermercato. 'Express Noodles' è l'unico prodotto a disposizione nella grande distribuzione, che sono riuscita a trovare. Precisamente si chiamano 'Vegetarian Noodles' della marca Save. Io ho scelto il gusto vegetariano, ma si trovano anche gusto 'Seafood' e 'Singapore chicken'. Si tratta di un prodotto che arriva dalla Russia. Quando ho letto la provenienza mi sono sorpresa. Credo di non aver mai acquistato niente di prodotto in Russia, se non veri e propri alimenti della cucina russa. Ma comunque di russo non hanno nulla. Semmai ricordano nel formato - cioè la classica coppetta di polistirolo 'autoriscaldante' -, e nel sapore i miei amati ramen giapponesi. Li ricordano alla lontana, ma almeno il gusto di mettere acqua bollente in un bicchiere di carta e di aspettare solo cinque minuti per avere pronta una scodellina di spaghetti fumanti, da gustare di sera davanti a un anime, me lo regalano senza troppo sforzo. Dal punto di vista dietetico e nutrizionista non sono il massimo, ma come sempre basta non esagerare. Mi auguro solo che prima o poi i grandi supermercati si lancino in acquisti di prodotti simili, anche con altri formati e gusti. Ah...ovviamente vanno assaporati direttamente con le bacchette, nonostante gli schizzi incandescenti che ne fuoriescono mentre si tenta di acchiappare gli spaghetti-vermicelli. Provate.
lunedì 28 gennaio 2013
Izakaya e l'osteria giapponese
I giapponesi bevono e bevono parecchio. E' molto comune per i giapponesi lavorare fino a tardi e poi, di sera tardi, fermarsi con un collega o un amico a bere in una tipica osteria chiamata Izakaya. La particolarità di questo locale giapponese è che non è il cibo ad essere protagonista, bensì l'alcol. In special modo il sake, il whisky e la birra. Un'altra particolarità è che i clienti non devono consumare il loro drink in piedi, come in un comune bar, ma anzi sono invitati a sedersi comodamente su tavolini bassi alla giapponese, dopo essersi tolti le scarpe e averle deposte in apposite bustine e sistemate in un armadietto ben lontano dalla vista di tutti gli altri commensali. Di solito, in un Izakaya, si ordina del cibo per accompagnare le bevande, ognuno ordina qualcosa di diverso e lo condivide con gli altri non appena viene servito nei classici vassoietti. Di norma, si può ordinare da un menù sul quale si trovano le fotografie del cibo e si può usufruire della formula 'nomihodai', oppure 'tabehodai', cioè 'tutto ciò che puoi mangiare' o 'tutto ciò che puoi bere', secondo le quali i clienti possono bere e mangiare tutto quello che vogliono pagando una tariffa e un limite di tempo fissi. Ecco da chi arriva la formula 'All you can eat'! Di solito sono locali relativamente poco costosi e pare siano in aumento tra la popolazione giapponese, dato l'aumento di studenti e donne indipendenti che vivono da soli. Come costume, questi locali, abbinano il costume tradizionalista giapponese ad alcuni elementi della modernità circostante, come si può vedere anche dalla fotografia. Quello che mi attrae di questi locali è che quelli non appartenenti alle grosse catene, offrono ai cliente la possibilità di sedersi in stanze separate da altri in modo da creare un'atmosfera più intima. Infine, il cibo che si può trovare in questi locali è quello più semplice, dal sushi agli spaghetti di soba, oppure spiedini di pollo e tofu.
lunedì 12 marzo 2012
Onigiri, panini di riso alla giapponese
Inutile dire che chiunque sia nato almeno negli anni 70 ha sicuramente visto, almeno una volta, un cartone animato giapponese. Se questo vi è capitato, allora vi è capitato di vedere anche uno dei personaggi mangiare qualcosa. Quasi sempre, nei cartoni, si vedono o i classici ramen in scodella, oppure delle strane e bianche pallottole giganti di riso avvolte da una strisciolina nera.
Proprio di queste vorrei parlarvi, dato che finalmente sono anche riuscita a mangiarne di vere, ovviamente al mio ristorante giapponese preferito.
Quando abbiamo voglia di uno spuntino qui da noi si mangia un panino con qualcosa di veloce dentro. Di solito i panini saziano perchè il pane riempie bene la pancia. Allo stesso modo succede con gli Onigiri. Altro non sono che panini alla maniera giapponese. Solitamente sono delle polpette di riso ovali o triangolari, avvolte da alga commestibile detta nori, che era proprio la strisciolina nera dei cartoni animati, che serve a dare alla polpetta una maggiore consistenza.
Di solito gli Onigiri (che in giapponese significa anche 'taglio dell'orso') sono preparati con un riso diverso da quello con il quale si prepara il sushi. In quest'ultimo, infatti, si aggiunge l'aceto apposta per il riso, mentre per gli Onigiri il riso è semplice. Dentro si trovano quasi sempre farciture di salmone, oppure di umeboshi, prugne secche di origine giapponese. La farcitura costituisce un vero e proprio cuore della polpetta. Insieme a questo, per dare maggiore sapore, si aggiungono semi di sesamo o altri ingredienti salati che mantengono la freschezza del riso.
Come la maggior parte del cibo giapponese, si possono acquistare preconfezionati nei supermercati e nei distributori automatici hanbaiki. Anche se vengono considerati come piccoli snack, sono anche concepiti come veri e propri pasti e dunque sono serviti anche nei ristoranti. L'origine dell'Onigiri si perde fin prima dell'era Nara, poco prima che furono introdotte le bacchette. Anche all'epoca era considerato cibo da portare per le escursioni o gli spostamenti fuori porta. Nell'era dei samurai, venivano avvolti in foglie di bambù. Oggi sono confezionati in soffice e deliziosa carta velina alimentare.
Ci sono voluti molti anni, c'è voluto lo scoppio della mania del sushi e compagnia bella, per capire che cosa fossero quelle giganti e succulente polpette bianche e nere inspiegabili agli occhi di noi ragazzini degli anni 70, cresciuti nel mito dei cartoni animati giapponesi.
La cosa buffa di oggi, invece, è che si può guardare un anime da un computer a qualsiasi ora del giorno e gustare insieme ai personaggi i famosi Onigiri davanti allo schermo. Sotto questo punto di vista, tutti questi anni e tutto questo progresso, almeno, non sono passati invano.
Di solito gli Onigiri (che in giapponese significa anche 'taglio dell'orso') sono preparati con un riso diverso da quello con il quale si prepara il sushi. In quest'ultimo, infatti, si aggiunge l'aceto apposta per il riso, mentre per gli Onigiri il riso è semplice. Dentro si trovano quasi sempre farciture di salmone, oppure di umeboshi, prugne secche di origine giapponese. La farcitura costituisce un vero e proprio cuore della polpetta. Insieme a questo, per dare maggiore sapore, si aggiungono semi di sesamo o altri ingredienti salati che mantengono la freschezza del riso.Come la maggior parte del cibo giapponese, si possono acquistare preconfezionati nei supermercati e nei distributori automatici hanbaiki. Anche se vengono considerati come piccoli snack, sono anche concepiti come veri e propri pasti e dunque sono serviti anche nei ristoranti. L'origine dell'Onigiri si perde fin prima dell'era Nara, poco prima che furono introdotte le bacchette. Anche all'epoca era considerato cibo da portare per le escursioni o gli spostamenti fuori porta. Nell'era dei samurai, venivano avvolti in foglie di bambù. Oggi sono confezionati in soffice e deliziosa carta velina alimentare.
Ci sono voluti molti anni, c'è voluto lo scoppio della mania del sushi e compagnia bella, per capire che cosa fossero quelle giganti e succulente polpette bianche e nere inspiegabili agli occhi di noi ragazzini degli anni 70, cresciuti nel mito dei cartoni animati giapponesi.
La cosa buffa di oggi, invece, è che si può guardare un anime da un computer a qualsiasi ora del giorno e gustare insieme ai personaggi i famosi Onigiri davanti allo schermo. Sotto questo punto di vista, tutti questi anni e tutto questo progresso, almeno, non sono passati invano.
venerdì 10 febbraio 2012
Asahi birra giapponese
Non c'è volta che vada al ristorante giapponese e che non abbia voglia di bermi una bella birra fresca Asahi.
Sì, dato l'elevato costo seduti al ristorante per una sola bottiglia da 50 cl, a volte alterno con il tè verde. Ma è davvero raro.
Mi pare oltremodo superfluo dire che l'aspetto estetico della bottiglia fa davvero la sua parte. Il packaging è bellissimo e io ne sono diventata subito una vittima. Mi piace il rivestimento di pellicola di plastica argentato, l'accostamento dei colori nero, argento e rosso e mi piace il tappo, nella versione di bottiglia da 44cl che si può anche acquistare al supermercato e che, anzichè stappare con l'apri bottiglia, si può semplicemente scartare tramite una linguetta.
Ma il suo aspetto esteriore non è, ovviamente, il solo motivo per cui mi piace questa birra.
Mi piace proprio il sapore che ha. Si addice perfettamente al sushi perchè ha un gusto secco e delicato e non lascia un retrogusto troppo pesante. Sull'etichetta la scritta in giapponese 'Karakuchi' indica proprio che il prodotto è super secco. Il suo colore è di un giallo dorato abbastanza pallido e la schiuma non è intensa.
Direi che è la perfetta compagna di un cibo raffinato ed elegante come la polpetta di sushi o il sashimi fresco. Non solo, mi piace moltissimo anche per rinfrescare la bocca dopo aver sorbito un buon ramen caldo.
Questa birra nasce dalla Asahi Breweries LTD di Tokyo, fondata nel 1889 sotto il nome di Osaka Beer Brewing company, che dopo aver effettuato un sondaggio sui giovani giapponesi e cercato un minimo comune denominatore, che potesse soddisfare la richiesta e il gusto degli intervistati, realizzò la sua prima birra Asahi super dry nel 1987.
Il suo grado alcolico è di 5.00% e alcuni la considerano una birra di poco carattere. Personalmente, penso che sia nata con lo scopo di essere una birra di accompagnamento per il delicato e sopraffino cibo giapponese e anche sull'onda di questo crescente trend di apprezzamento per la cultura giapponese nel mondo, risulta ad oggi una delle birre più vendute del pianeta.
mercoledì 21 dicembre 2011
Ramen, Murakami e 'il tuffetto'
Data la mia passione per i ramen, potete immaginare la mia euforia quando ho visto il mio amico Taichiro tirare fuori, dalla sua busta dei regali, questi due variopinti pacchettini. D'accordo che sono ramen istantanei e che non hanno niente a che vedere con quelli fatti al momento, ma almeno sono già qualcosa.
Per il mio classico pranzo in solitaria, immaginando di sedere ad uno dei mille locali di ramen che popolano Tokyo all'ora di pranzo, mi sono accomodata al mio tavolo di cucina e mi sono immersa nell'atmosfera giapponese. Non poteva mancare la mia tazza di tè verde e il mio compagno per il pranzo. Cioè un racconto da rileggere mentre sorbisco rumorosamente questi tagliolini esotici.
Per un piatto come il ramen, ho scelto un bizzarro abbinamento con un racconto che si chiama 'Il tuffetto'.
La scelta, in realtà, è stata casuale. Non che io mi ricordi tutti i racconti che ho letto di Murakami, ma di solito apro una pagina a caso, comincio a leggere e vedo se mi ricordo ancora quel racconto.
In questo caso, ricordavo solo che il titolo era assai bizzarro, tanto che, siccome avevo letto il racconto in inglese, avevo fatto fatica a tradurlo.
Anche in italiano suona strano. Pare che il 'tuffetto' sia una specie di anatroccolo davvero bruttino che si nutre di molluschi e simili e che non sia affatto commestibile, o che almeno abbia un sapore decisamente poco gradevole, come dice lo stesso Murakami.
Che strano racconto...ma proprio per questo mi è piaciuto. Mi ha ricordato di sicuro due illustrissime opere d'arte, che mi convincono sempre più del fatto, che tutto sia davvero estremamente collegato.
La prima opera è 'Il processo' di Kafka. Quando si racconta la storia 'Davanti alla legge', davanti a quella fatidica porta riservata ad 'un unico uomo' c'è un guardiano che, in verità, continua a respingere proprio quell'uomo alla quale la porta è destinata. Allo stesso modo, in questo racconto, al protagonista viene chiesta una password e le speranze di poterla indovinare sembrano quasi nulle. Al contrario dell'uomo kafkiano, però, quello di Murakami pare uscirne vincitore. Sebbene la password - il tuffetto, appunto - sia una parola davvero assurda, la indovina e ottiene udienza davanti al 'tuffetto' in persona, che sarà il suo futuro datore di lavoro. Forse che Murakami abbia voluto farci capire quanto distorta possa essere la nostra percezione di un datore di lavoro, tanto da assomigliare ad un brutto e bizzarro animale? No, forse non era un messaggio così materiale. Il significato è probabilmente, come sempre, nascosto nell'indole onirica dei racconti di Murakami, che lo contraddistinguono e fanno di lui un genio visionario.
La seconda opera d'arte che questa storia mi ha ricordato è, ovviamente, 'Eyes wide shut' di Kubrick. Quando Tom Cruise, si reca alla festa-orgia segreta ha bisogno di una password e a causa di una seconda ignota parola d'ordine, che lui non conosce, viene allontanato dalla festa e minacciato perchè non provi più a tornare.
Insomma, saranno coincidenze oppure sarà che tutti quelli che scrivono, ahimè, ad un certo punto si ripetono, oppure sarà che tutto è collegato, perchè tutti i grandi geni pensano allo stesso modo.
Io comunque continuo a gustarmi queste perle di Murakami, questi fumanti spaghetti giapponesi in brodo e quella strana e piacevole sensazione di deja-vu.
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lunedì 12 dicembre 2011
Il tè verde giapponese e la sua cerimonia
Mi piace molto quest'usanza giapponese di bere tè verde durante i pasti. Mi ricorda la stessa abitudine che hanno anche i russi di bere il tè accompagnandolo ai pasti, un po' come fosse la nostra acqua naturale.
Inoltre in Giappone esiste la cosiddetta cerimonia del tè, anche conosciuta come Cha no yu, che affonda le proprie origini in un tempo antichissimo. Si dice che fu un monaco buddista del VI secolo a creare la prima pianta del tè. Durante una delle sue meditazioni, infatti, per rimanere sveglio e combattere l'incombente stato di trance, si tagliò le palpebre e queste cadendo diedero origine alla pianta del tè. A quel tempo il consumo del tè era, quindi, riservata ai monaci. In seguito, si diffuse anche nella popolazione comune, prima presso l'aristocrazia e poi nella classe mercantile e infine tra i samurai che facevano della cerimonia del tè un elemento del codice di condotta che li avrebbe accompagnati nella disciplina che caratterizzava la vita dei guerrieri.
La storia ci dice che il maestro indiscusso della cerimonia del tè fu Sen no Rikyu originario della prefettura di Osaka, che fece della cerimonia del tè una vera e propria forma d'arte.
Quest'arte fu influenzata dalla filosofia zen, che esaltava la purificazione dello spirito in relazione alla natura.
Ad oggi la cerimonia del tè si svolge come una sorta di rito dalle regole e dalle gesta indiscutibilmente intoccabili. Il rito ha una ragione d'essere in ogni minima espressione.
Innanzitutto è fondamentale il luogo nel quale si svolge. L'isolamento, il silenzio e il vuoto sono tre elementi indispensabili. Di solito la cerimonia si svolge in una stanza adiacente alla casa detta cha shitsu o, addirittura in un giardino in perfetta armonia con la natura circostante. Fin dall'antichità, l'essenzialità del luogo rappresentava lo scopo ultimo della meditazione, ovvero raggiungere un senso di allontanamento dalle ansie e dalla materialità quotidiana. Il vuoto giustifica questo allontanamento o isolamento dalle distrazioni della mente e quello stesso vuoto mentale giustifica e rappresenta l'estrema spiritualità della cerimonia. Infine, il rito deve svolgersi nell'assoluto silenzio e il rito si svolge con dei gesti fissi e lentissimi. Queste regole e questa rigidità garantiscono che nulla turberà la riuscita e la serenità che il rito infonderebbe. Di solito è il padrone di casa che si occupa della cerimonia, ma anche gli ospiti devono seguire delle regole precise, prime fra tutte quelle della fissità e lentezza dei movimenti. Il padrone di casa, inoltre, ha una precisa collocazione all'interno della stanza che si chiama tokonoma. Si tratta di una nicchia all'interno della parete, alla quale si appenderanno rotoli di scritti e dei lavori di ikebana.
Insomma, dagli attrezzi, all'abbigliamento fino alle pratiche di conclusione della cerimonia, il rito rispetta ancora oggi delle regole incredibilmente contrastanti con l'elemento frenetico e rumoroso che suscitano, invece, le gesta quotidiane del Giappone moderno. Questa cerimonia che ancora sussiste in una società divisa a metà tra l'antichissimo e il moderno dimostra l'attaccamento del Giappone alle sue tradizioni.
Un mese fa il mio amico giapponese Taichiro, ovviamente, non ha mancato di portare con sè delle magnifiche confezioni di tè verde giapponese originale. Uno, in particolare, mi è piaciuto; quello ricavato dal riso. Quando bevo tè verde, o meglio, quando decido di berlo mi accorgo spesso che devo essere in un particolare stato d'animo. Non posso bere il tè giapponese davanti ad una vending machine o di corsa, piedi prima di andare da qualche parte. La maggior parte delle volte, mi piace gustarlo mentre mangio giapponese o alla sera, per acquistare un po' di pace o magari mentre leggo un po' di quel Murakami che adoro così tanto.
domenica 13 novembre 2011
Soba e tsuyu
Mentre il Miso Nabe bolliva beato nel pentolone lo scorso martedì sera, il mio amico Taichiro mi ha raccontato al volo come ottenere una buon brodo di soba.
Dopo aver fatto bollire una pentola d'acqua, versare gli spaghetti di soba. Dopo soli 3 minuti di cottura, rimuovere gli spaghetti dall'acqua e conservarla.
Una volta, scolati, gli spaghetti di soba si possono gustare in due modi. Se sono serviti caldi, vengono conditi con l'apposita salsa tsuyu della cipolletta, che in giapponese si chiama negi e una fetta di kamaboko (fish cake). Questo tipo di soba si chiama kake soba.
In estate invece, di solito, la soba si gusta fredda insieme a pezzetti di alga essiccata (chiamati nori) e cipolletta (negi) e wasabi, versati nella salsa tsuyu, così da farli diventare 'Zaru soba'. Questi, di solito, vengono adagiati su di un'elegante matassina di bamboo.
Se invece si vuole sorbire anche una gustosa zuppa di soba, basta semplicemente aggiungere la salsa per soba tsuyu all'acqua rimasta dalla cottura degli spaghetti. Di solito si gusta in inverno e qualcuno vi annega dentro direttamente gli spaghetti, anche se il giusto modo di mangiarli sarebbe di intingerli leggermente nella salsina.
Di modi per cucinare soba ce ne sono tantissimi e tutti ottimi. La soba in sè non è nient'altro che spaghetti di grano saraceno per otto parti e due parti di grano di frumento, infatti viene chiamata Ni-hachi (due, otto).
Un po' come succedeva per i ramen, la soba si gusta un po' ovunque in Giappone ed è considerato un piatto veloce e nutriente. Si trovano parecchi baracchini per la strada, nei quali andare a mangiarla, per esempio, durante la classica pausa pranzo. Ovviamente è d'obbligo succhiare (tsuru-tsuru) gli spaghetti, specie quelli caldi, per far sì che si raffreddino meglio in bocca e per mostrare al cuoco che stiamo gradendo il piatto.
Nei negozi si possono acquistare anche confezioni di soba già pronti e istantanei da preparare.
Sono felice che il mio caro amico giapponese, mi abbia portato un bel po' di scorte di questi magici spaghetti, per i miei pranzi solitari davanti ad un racconto di Murakami.
Ovviamente il meraviglioso packaging giapponese, guarnito di ideogrammi, non fanno che aumentare l'appeal culinario che esercitano su di me.
sabato 12 novembre 2011
Il Miso Nabe di Taichiro
Dopo 4 anni di assenza dall'Italia e dopo il nostro ultimo incontro in Giappone del 2008, finalmente è tornato a farci visita il nostro amico giapponese Taichiro. Ormai non ci sono più dubbi, nè scuse. Aspettiamo sempre con ansia il suo arrivo, perchè come una sorta di Babbo Natale d'oriente, si presenta a noi con doni e prelibatezze culinarie del suo paese.
Prima della sua partenza da Osaka, gli avevo chiesto giusto un paio di scatole di tè verde, ma le mie richieste sono state ultra-esaudite e questa volta ho ricevuto regali di ogni sorta: buste di ramen istantaneo, spaghetti di soba, spaghetti al tè verde, dolci di Osaka e dintorni, piccole briosche ripiene di maron glassè, scatole e buste di tè verde e di tè di riso, salse per condire gli spaghetti di riso, l'insalata, lo shabu shabu e miso in busta per preparare delle ottime zuppe.
Taichiro è un giapponese bizzarro, egli stesso si definisce un 'nippo-napoletano', forse perchè, dice lui, parla un giapponese del sud quasi incomprensibile. E' molto aperto, molto poco cerimonioso e quasi sempre sulle nuvole. Era martedì scorso 8 novembre; è entrato in casa, si è tolto le scarpe, si è lavato le mani e ha cominciato a trafficare in cucina. Il piatto che avrebbe preparato si chiama 'Miso Nabe'.
Miso Nabe
per 5 persone
- un grosso cavolo cinese
- 7 etti di petti di pollo
- una busta di miso aromatizzato in busta
Riempire una pentola da brodo di circa un terzo e metterla sul fornello.
Nel frattempo tagliare il cavolo cinese in pezzi medi e quando l'acqua comincia a bollire, immergerli in acqua bollente. Tagliare i petti di pollo a pezzettini della misura preferita. Mano mano aggiungere anche quelli nella pentola, insieme alle foglie di cavolo. Quando sia la verdura, che il pollo cominciano a cucinarsi, versare del miso dalla busta e mescolare.
La zuppa è praticamente fatta.
Come dice Taichiro, le donne giapponesi posso cucinare questo piatto in qualsiasi momento della giornata e poi servirlo alla propria famiglia, perchè è molto veloce e semplice. E' un piatto tipicamente invernale, nutre e riscalda e alcuni alternano la carne di pollo a quella di manzo, vitello e maiale. Tutte le varianti sono ben accette.
Abbiamo sorbito del tè verde di riso e del vino bianco, ognuno ha succhiato, come nella tradizione giapponese, la sua zuppa dalla ciotola e ha gustato il tutto servendosi delle bacchette. Una serata che mi dava di surreale, una piccola sintesi di diverse culture, strette al tavolo della cucina di casa propria. Cosa si potrebbe desiderare di più? Nulla. Solo che accadano più spesso.
Adesso, con i rifornimenti che ho di cibo giapponese, andrò avanti un bel po' e ho già pronta un'altra ricetta, che Taichiro mi ha spiegato davanti ai fornelli.
Itadakimasu!
sabato 30 luglio 2011
Murakami Haruki e 'The year of spaghetti'
Quando sono in astinenza da ramen, mi attacco alle poco raccomandabili confezioni leofilizzate che trovo comodamente al supermercato e, illudendomi che queste possano darmi le stesse sensazioni di un ramen giapponese cucinato in un vero ristorante, mi siedo al tavolo e inizio a gustarmeli.Tempo fa, trovandomi con la testa quasi del tutto affogata nella scodella e con tanto di bacchette e cucchiaio per gustare (e ahimè anche succhiare proprio come fanno i giapponesi) i miei spaghetti pronti, mi è capitato di ripensare a un racconto del maestro Haruki Murakami.
Ovviamente il collegamento non era poi così improbabile dato che il titolo recita The year of spaghetti.
Si tratta di uno dei 24 racconti contenuti nella raccolta Blind Willow, sleeping woman, che ho letto nell'edizione americana. In italiano il libro si chiama 'I salici ciechi e la donna addormentata' ed è di recente pubblicazione, precisamente del 2010.
Ho provato a fare questo esperimento di degustazione ramen e di lettura, allo stesso tempo, di questo breve racconto, dove Murakami narra la storia di un tizio che non riesce a vivere un giorno della sua vita senza mangiare spaghetti. L'anno in questione è il 1971.
Ovviamente gli spaghetti in questione però sono italiani. Un giorno, in un momento di quiete di una vuota giornata invernale, il protagonista viene raggiunto da una telefonata. E' la ex fidanzata di un suo amico che la ragazza sta cercando disperatamente. Non volendo impicciarsi degli affari altrui, non rivela alla ragazza alcuna informazione e dovendo inventarsi una scusa per liberarsi di lei, le dice che in quel momento si trova nel mezzo della preparazione di un piatto di spaghetti.
Quasi come se gli spaghetti fossero un'unica àncora di salvezza per fuggire dalla realtà, l'accanito consumatore riesce a divincolarsi da un'ambigua situazione facendo credere alla ragazza di essere occupato in un'azione materiale probabilmente molto simile ad altre nella vita di chiunque.
In realtà nessuno sa quanto quel trovare ricette e condimenti sempre diversi, quel cucinare spaghetti in modo spasmodico, il dipendere da un'azione ripetuta infinite volte ogni giorno nasconda invece una precisa strategia di sopravvivenza.
Per il protagonista, l'enorme pentola di spaghetti è il posto dove rinchiudere se stesso e il proprio isolamento, è il modo di dichiarare non belligeranza con alcuno, è la volontà di rimanere oltre il confine della vita in una comunità, è l'estraneazione - tra l'altro leit motiv sempre presente nei libri di Murakami - da qualsiasi fatto; la neutralità assoluta.
Cuocere degli spaghetti di grano duro in una pentola 'grande tanto da poter contenere un pastore tedesco' può dare forse l'unico senso alla vita di un uomo esiliato nella sua solitudine. Dunque, dall'ultima parola evidenziata in corsivo dall'autore, si capisce quale sia il senso di questo racconto.
In seguito ad una volontà di autoconfinamento, il 'mangiatore di spaghetti' trova un colore, un nome e un significato al suo stato di abbandono.
Un racconto che ho trovato geniale, perchè è una potentissima metafora, narrata con un tono delicatissimo e attraverso un'immagine che penso nessun italiano, proprio come conclude il protagonista, abbia mai pensato guardando il proprio piatto di spaghetti.
'Can you imagine how astonished the Italians would be if they knew that what they were exporting in 1971 was really loneliness?'
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giovedì 28 luglio 2011
The Ramen Girl
Vi ho già parlato della mia passione per i Ramen, cioè gli spaghetti di soba giapponesi in brodo. E' questa passione che mi ha spinto, ovviamente a cercare informazioni in rete su questo piatto.
Mi sono imbattuta in un film davvero coinvolgente, sebbene molto romanzato rispetto alla realtà, che si chiama 'The Ramen Girl'.
Diretto da Robert Allan Ackerman e uscito nel 2008, è la storia di Abby una ragazza americana appena abbandonata dal fidanzato, che si ritrova da sola a Tokyo.
In preda alla più cieca disperazione, una sera decide di recarsi un ristorante dove si servono solo Ramen.
Assodato il potere 'rigenerante' che questo piatto ha sui clienti e su se stessa, Abby decide di riprendere in mano la sua vita e imparare a cucinare questa specialità.
Come una sorta di versione femminile di 'Karate Kid', Abby si presterà, all'inizio, a sopportare le umiliazioni e le discriminazioni di un cuoco-padrone severissimo e privo di qualsiasi fiducia nelle possibilità della ragazza.
La leggerezza del film facilità la conoscenza stessa con il cibo e la cultura giapponese, il finale piuttosto indovinabile ne impoverisce l'idea e lo rende leggermente inverosimile, ma per chi come me è in astinenza di Ramen a vita, questo film può essere un buon surrogato per placarsi la voglia di spaghetti.
L'idee che riescono a emergere dal film sono l'attaccamento alle tradizioni del Giappone nei confronti della propria arte culinaria, l'estrema dedizione al lavoro, l'impegno per riuscire nel proprio intento, a tutti i costi. Idee a metà tra i soliti stereotipi giapponesi e le aspirazioni di tutti.
Il mio voto a questo film è 7/10.
martedì 31 maggio 2011
RAMEN story
Gli spaghetti si chiamano ramen e gli ingredienti di contorno possono essere dei più svariati. Vi dirò di più, nonostante l'origine di questa pietanza sia cinese e il nome stesso derivi dalla parola cantonese raomin, i giapponesi hanno sviluppato tutta una loro arte nella preparazione del ramen e innumerevoli versioni. Questo piatto, così ricco ed elaborato, era considerato fin dagli anni della guerra un sostituto del riso durante i periodi di magra e la sua consistenza, sebbene piuttosto satura di grassi, costituiva un alimento completo e altamente nutritivo.
Gli spaghetti, che sono l'elemento base del ramen possono avere le fatture e le provenienze più disparate, ma quello che importa è che siano alla fine un succulento simposio con il brodo di maiale, il retrogusto di umami ( letteralmente 'gusto buono', considerato il quinto gusto giapponese, poichè non rientra in alcuna delle categorie del salato, dolce, amaro, acido), una fetta di uovo sodo, degli spinaci, dei funghi e il simpaticissimo naruto. Pensate che quest'ultimo ingrediente, di solito bianco e rosa, dal contorno frastagliato e dall'interno a spirale, ricavato dal surimi e pesce azzurro frullati e colorati, prende il suo nome proprio dalla bizzarra forma che ha assunto e che si dice ricordi il vorticare delle acque del mare dello stretto di Naruto, che collega l'Oceano Pacifico e il mare interno del Giappone.
I giapponesi, che considerano il sushi e il tempura come dei cibi più prelibati e complessi, considerano il ramen un piatto ideale per la loro voglia di carboidrati e proteine, un piatto caldo e soddisfacente, consumato direttamente dalle scodelle di polistirolo - sia pure esso un preparato istantaneo - mentre sono in piedi al bar, mentre stanno per prendere la metropolitana o sia amorevolmente servito da un maestro di ramen in persona. Naturalmente non bisogna dimenticare di sorbire 'succhiando' letteralmente gli spaghetti, per poterli raffreddare in fretta e per poterne gustare a pieno il sapore.A proposito di maestri, esiste una vera e propria arte del ramen e la si può scoprire in film molto piacevoli e pseudofilosofici come Ramen Girl e Tampopo. Così come esistono campioni-mangiatori di ramen e un intero museo dedicato a tutte le qualità, provenienze e intrepretazioni di questo cibo. Il museo si trova a Yokohama, la città giapponese con più elevata densità di popolazione cinese, ed è un vero e proprio santuario di souvenir, scodelle e poster della popolare prelibatezza.
Il ramen esiste in Giappone anche grazie ad un'intera industria ad esso dedicata che ha vissuto e tuttora vive dell'enorme boom di produzione e anche di tutto ciò che ne è cresciuto intorno: riviste specializzate,siti web e blog che insegnano come cucinarlo e dove acquistarlo o dove consumarlo negli oltre 200.000 ristoranti sparsi in tutta la nazione.
Il successo di questa scodella senza fondo, si dice che stia anche nel suo basso costo e nel relativo spazio limitato entro il quale lo si può preparare e consumare. In un paese dove gli spazi sono di primaria importanza, dove i telefoni cellulari e le macchine sono concepite per ingombrare il meno possibile, la praticità di questo cibo, la sua immediatezza e la tradizione che stanno dietro tutta la sua originaria preparazione sembrano incarnare perfettamente la natura del Giappone stesso. Ecco perchè quando vado al ristorante giapponese non mi sento abbastanza calata nella realtà delle tradizioni culinarie giapponesi, se non ordino almeno una scodella di ramen e non vi affogo completamente insieme alle bacchette, al delizioso cucchiaino di ceramica che le accompagna per raccoglierne il brodo e alla mia fame stessa.
A Osaka ho provato l'ebbrezza di trovarmi fuori da un ramen-bar nell'ora di pranzo e di dover scegliere da un poster a piedistallo la figura del ramen che volevo. Ho poi inserito il denaro nel distributore dal quale è uscito uno scontrino, che ho presentato al cuoco dietro al bancone di legno, dove altri sorbivano rumorosamente la loro scodella di spaghetti e dopo averne letteralmente 'incorporato' tutta la loro poesia, la mia storia d'amore con il ramen è cominciata...
martedì 10 maggio 2011
La zuppa di miso come metafora di una tempesta
Di tutte le zuppe di miso che ho gustato sempre con enorme piacere, mi ricordo solo una volta in cui ho voluto rinunciarvi; quella in cui nella sala ristorante dell'hotel di Osaka dove ho alloggiato durante il mio viaggio in Giappone, la servivano per colazione. All'inizio non mi spiegavo quell'odore di pesce al vapore che esalava da enormi pentoloni d'acciaio adagiati di fianco alla classica omelette internazionale.
Tempo dopo, leggendo l'illuminante e dovizioso libro di Michael Booth 'Sushi and beyond', ho capito il significato di quell'odore un po' nausebondo che usciva dal pentolone e ho capito come l'oriente abbia riversato la sua sapienza e meticolosità culinaria in un semplice brodo di pesce, alghe e tofu, che per una inspiegabile chimica magia ripropone una sorta di primordiale diluvio universale...
...' la zuppa di miso è una delizia per gli occhi così come lo è per il palato. Quando la zuppa è pronta e viene versata nella scodella, le particelle di miso si disperdono tutt'intorno in un'omogenea foschia, lasciata indisturbata per qualche minuto, le particelle si radunano nel centro della scodella in discrete nuvolette che lentamente cambiano forma. Le nuvole si costituiscono in cellule dalla forma convessa e in colonne che nell'ebollizione del brodo si innalzano dal fondo. Se la si lascia raffreddare, la zuppa si raddensa e si prepara ad evaporare verso la superficie per poi ricadere. Se riscaldata ritorna meno densa, poi si ravviva e così via. La zuppa di miso, insomma, metterebbe in atto a tavola lo stesso procedimento che genera una nube temporalesca in un cielo estivo.'
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