MATRIOSKla

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lunedì 20 febbraio 2012

Aleksandr Blok e la Bellissima Dama

L'eterno femminino fu raccontato da un grande poeta russo, Aleksandr Blok,
Nato nel 1880 a San Pietroburgo e morto nella sua città natale nel 1921, egli fu il massimo esponente della poesia simbolista russa del primo 900.
Ho scoperto Blok attraverso Majakovskij. Quest'ultimo infatti,, tra i suoi versi ne parafrasò un paio che mi rimasero impressi per la loro sottile malinconia. Erano rivolti ad una donna, perchè entrambi ne hanno celebrato nella loro poesia, l'ipostasi femminile della divinità, la metafora dell'incontro con la realtà.
Di Blok mi piace come riuscì a scandire i suoi tempi poetici attraverso i colori e come riuscì a distribuirli nei tre volumi, che raccoglievano le sue opere. Il primo volume contiene la sua opera più famosa 'La bellissima dama'; il suo colore dominante è il bianco, nel secondo volume è il blu, che simboleggia l'impossibilità di raggiungere l'ideale desiderato e, infine, nel terzo volume domina il rosso, che contiene le poesie del periodo pre-rivoluzionario. La poesia di Blok è tutta intrisa di amore per la sua donna, la famosa 'Bellissima Dama'.
Tra le tante, vi riporto proprio quella poesia di cui Majakovskij parafrasò i versi e che tanto mi ricordano il tempo perduto, la nostra incredulità di fronte alla realizzazione di un avvenimento che credevamo impossibile.

Il ristorante

Che quella sera sia esistita o meno
io non la scorderò giammai: dall'incendio del tramonto
bruciato e dilatato il cielo pallido,
e il suo giallo, i lampioni.

Sedevo alla finestra nella sala affollata.
Da una parte gli archetti cantavano d'amore.
Ti mandai una rosa nera in un boccale
di champagne dorato come il cielo.

Mi guardasti. Io accolsi turbato e insolente
il tuo sguardo altezzoso e m'inchinai.
Volgendoti al tuo cavaliere, con asprezza voluta
dicesti: 'Anche quello è innamorato'.

E subito in risposta le corde esplosero,
gli archetti intonarono frenetici...
Ma mi mostravi tutto il tuo disprezzo giovanile,
e il tremito della mano appena percettibile...

Ti gettasti col moto di un uccello impaurito,
passasti leggera come il mio sogno...
Esalasti i profumi, le ciglia si assopirono,
sussurrarono ansiose le sete.

Ma dal fondo degli specchi mi gettavi sguardi
e nel gettarli gridavi: 'Afferra!...'
E la collana tinniva, la zingara ballava
e gridava al crepuscolo canti d'amore.

mercoledì 1 febbraio 2012

Marina Cvetaeva e l'insonnia moscovita

Con questa neve sopra Milano, mi è inevitabile pensare alla mia amata Russia. Mosca è a trenta gradi sottozero in queste ore e oggi, mentre guidavo, lo sguardo mi si perdeva nei campi imbiancati oltre la strada maestra. Di nuovo la taskà mi ha assalito, di nuovo il ricordo di un inverno moscovita mi è passato davanti come un miraggio, dove, al posto della sabbia e del deserto stava adagiata una sottile coltre di bianco.
Ho pensato al mio amore per la poesia russa e a uno dei tanti poeti che ho sempre ricordato con passione.
Marina Cvetaeva.
Quando vai a Mosca, la prima volta, ti colpiscono due cose: l'odore di zuppa di cavoli e salame e lo splendore delle cupole delle cattedrali bizantine, specie quelle del Cremlino.
Mi domando se, nella vita sciagurata di una poetessa triste come Marina Cvetaeva ci fosse spazio nei suoi occhi e tempo nelle sue giornate, per ammirare quello splendore.
Di certo, una delle sue più belle poesie parla proprio di questo: lo splendore nello squallore, nel terrore, nella solitudine. Ogni tanto penso a come il corpo di una preziosa poeta, come Marina, sia potuto essere stato inghiottito dal freddo terreno di un'Unione Sovietica crudele e assassina.
Marina nasce a Mosca nel 1892 e muore a Elabuga il 31 agosto del 1941. Dopo una vita di stenti e di disgrazie, l'oblio, l'inedia, la povertà l'hanno sopraffatta, ma la sua voce ancora risuona ai nostri tempi, così come risuona nei suoi versi magnifici. Chissà forse ogni notte, di quelle insonni delle sue, Marina ancora torna sulla Piazza Rossa innevata, come questa notte e comincia a comporre...


Da me a Mosca le cupole ardono
Da me a Mosca le campane suonano
E sepolcri in fila ci sono da me,
E zarine dormono in essi e zar.


E tu non sai che all'alba nel Cremlino
Più leggeri si respira che su tutta la terra!
E tu non sai che all'alba nel Cremlino
Io prego te - fino all'aurora.


E tu passi sopra la tua Neva
Nel momento che sopra la Moscova
Sto io, con la testa reclina,
E chiudono le palpebre i lampioni.


Con tutta l'insonnia io ti amo,
Con tutta l'insonnia ti ascolto
Nel momento che per tutto il Cremlino
Si vanno svegliando i campanari.


Ma il mio fiume - con il tuo fiume,
Ma la mia mano - con la tua mano
Non s'incontreranno, mia allegria, finchè
L'aurora non avrà raggiunto - l'aurora.

giovedì 1 dicembre 2011

Anna Achmatova e il destino

Durante una lezione di lingua russa all'università, ebbi modo di ascoltare una poesia recitata da Anna Achmatova. Si trattava di un'incisione su disco. Mi colpì terribilmente il ritmo delle poesie di questa immensa 'poeta', che preferiva l'appellativo maschile a quello femminile. 
Più che poesie sembravano preghiere, più che versi sembravano suppliche, lamenti, pianti.
La tragicità di Anna Achmatova rasenta lo strazio, la sua, fu la voce lirica di un intero popolo che viveva gli anni più bui e turpi della propria storia.
Quando penso alla vita di questa donna, penso al terribile destino che l'ha accompagnata. Un marito fucilato perchè nemico del popolo e un figlio imprigionato dal 1935 al 1940, in piena era di purghe staliniane. Un figlio che ha vissuto il carcere e del quale l'Achmatova non ebbe notizia per ben 17 mesi, che trascorse in fila davanti alle prigioni di una Leningrado in stato d'assedio e della quale scrisse la disgrazia di quel tempo.

Come si può cantare un dolore e farlo diventare arte? L'Achmatova c'è riuscita fino alla fine dei suoi giorni. L'hanno lasciata cantare come un usignolo, come il pettirosso d'inverno con la spina nel cuore. Le hanno tolto l'aria intorno e con l'ultimo fiato rimasto ha scritto d'amore, di morte, di sofferenza, di Russia e, per questa, ha lasciato un'eredità letteraria quasi insuperabile nella storia della poesia al femminile.

La prima poesia che mi colpì, la prima poesia che una mia prof del liceo mi lesse, la ricordo come uno dei momenti più drammatici della mia formazione culturale. Quella poesia inferse una ferita artistica nella mia sensibilità di sedicenne, della quale ancora porto un'ideale cicatrice. Quello strappo di un ultimo brindisi, dal quale nemmeno dio si salvò, portò via da me l'ultima certezza che potesse esserci una mano superiore a guidare il destino della Russia. Essa era sempre stata abbandonata a se stessa. Io vidi nella poesia che vi ho trascritto qui sotto, non tanto il destino di una donna, ma il destino dell'intera Russia; come terra, come popolo, come madre.


                                                 ULTIMO BRINDISI


                                            Bevo a una casa distrutta
                                            alla mia sciagurata vita,
                                            a solitudini vissute in due
                                            e bevo a te:
                                            all'inganno di labbra che tradirono,
                                            al morto gelo dei tuoi occhi,
                                            ad un mondo crudele e rozzo,
                                            ad un Dio che non se n'è salvato.

venerdì 11 novembre 2011

Sergej Esenin - il poeta disilluso

Del grande, boicottato, distrutto poeta Sergej Esenin mi ha sempre affascinato il modo in cui morì.
Si dice di lui che si impiccò nella stanza dell'hotel Angleterre di Pietroburgo nel dicembre del 1927, dopo aver scritto una poesia di commiato con il proprio sangue, poichè mancava inchiostro in albergo, intitolata 'Arrivederci, amico, arrivederci'.
Ovviamente questo l'ho creduto quando, a 16 anni, rimanevo affascinata dal tragico destino che accomunava molti straordinari poeti russi. 

Poi ricordo come la mia prima insegnante madrelingua di russo del liceo, avesse beffardamente alluso ad un complotto escogitato dalla polizia politica contro Esenin; il poeta contadino, che diede origine alla corrente imaginista,  che aveva lasciato la campagna per la città e della quale era rimasto amaramente scottato. L'alcool e le donne, una su tutte la ballerina Isadora Duncan, logorarono il poeta 'teppista' - in russo chuligan - che in un ultimo grido di dolore scrive:

                                 Arrivederci, amico, arrivederci
                                 O vecchio mio, tu mi sei nel cuore.
                                 Questa separazione destinata
                                 Un incontro promette in futuro.

                                 Arrivederci amico, senza parole e gesti,
                                 Nè tristezza e aggrottar di sopracciglia.
                                 Non è nuovo morire, in questa vita,
                                 Mi più nuovo non è di certo vivere.

Mi sono arrovellata le meningi per tanto tempo su quest'ultimo verso. Per anni mi è sembrato uno scioglilingua, un indovinello, un ultimo messaggio in codice del poeta che cercava un suo posto nella nuova società sovietica, una società che a quel tempo vedeva 'i treni di ferro sorpassare le oche nelle campagne' - tanto per parafrasare uno dei pensieri dell'autore stesso - e che ha tirato il collo a un'intera generazione di illusi, disilludendoli.
Impossibile rimanere intoccati dalla figura stravagante e lacerata di questo poeta nato il 4 ottobre del 1895 a Kostantinovo, a pochi chilometri da Kazan'. Lo stesso Majakovskij, colpito dalla sorte così folgorante di Esenin parafrasò quell'ultimo verso in una sua poesia postuma alla morte del poeta.

sabato 17 settembre 2011

Fernando Pessoa - Il poeta è un fingitore, ovvero l'inquietudine

Non oso scriver nulla del grande, magnifico, sconfinato poeta e scrittore portoghese Fernando Pessoa, perchè scrivere di lui è come scrivere di Dio - per chi ha fede - o come scrivere del 'perchè l'essere?', che fu il questio parmenideo nel quale si perde il senso della vita  e il suo infinito girare su se stessa.
Oso soltanto dire che Pessoa, il cui cognome è stato una sorta di predestinazione per lui, significa persona, quasi come se egli sia stato tutte le singole persone del mondo e, allo stesso tempo, nessuna.
Ho scoperto Pessoa nel 2002, mentre leggevo a fine turno del mio lavoro in aeroporto e il mio mondo era pieno di persone. L'ho discusso e condiviso con una persona, che nell'apoteosi del surreale - cioè tra la prima e la seconda palla di battuta durante una partita di tennis - mi ha chiesto: 'Ma tu  l'hai capito Pessoa?. Strambo quesito in un altrettanto bizzarro momento, tanto quanto l'assurdità dell'universo pessoiano.
Di lui esiste no scritto potentissimo, profondo quanto l'animo umano, che racchiude la verità più sanguinante e terribile che sia mai stata scritta da un uomo vero e in carne ed ossa (altro che bibbia e vangeli). Si tratta de 'Il libro dell'inquietudine' e già il titolo la dice lunga...
Ovunque voi siate, chiunque voi siate, dovunque andiate, a condizione che abbiate un'anima pura, aprite a caso una pagina di questo fitto zibaldone e troverete un briciolo di voi stessi, come se voi foste una stella nell'universo e quella stella brillerà necessaria e indivisibile dal tutto.
Questa volta non vi lascio le solite informazioni biografiche, perchè talvolta dubito che Fernando Pessoa sia davvero esistito...vi lascio una traccia, una singola frase e se ci cadete dentro come in un abisso, allora questo libro è per voi:

                      'Serata d'estate laffuori, come vorrei essere un altro'

Se poi volete provare con la poesia, scoprirete tutti gli omologhi di questo monumentale poeta. Anche di questa sua arte sublime vi lascio uno spunto:

                      ' Il poeta è un fingitore.
                        Finge così completamente
                        che arriva a fingere che è dolore
                        il dolore che davvero sente.'

domenica 31 luglio 2011

Aleksandr S. Pushkin


Nato a Mosca il 26 maggio del 1799 e morto a San Pietroburgo il 10 febbraio del 1837, Aleksandr S. Pushkin è considerato il padre fondatore della lingua e della letteratura russa di tutti i tempi. Fu scrittore, poeta e drammaturgo ed esemplare esponente del romanticismo russo e mondiale. Ricevuta l'educazione scolastica al liceo di Carskoe Selo si trasferisce in seguito a San Pietroburgo, città che ispirò moltissime delle sue opere, fra tutte 'Il cavaliere di bronzo' e 'Evgenji Onegin'; brevi e celeberrimi romanzi in versi, pietre miliari della letteratura russa. Durante il suo esilio scrisse 'Il prigioniero del Caucaso' e 'Boris Godunov'. Al suo ritorno a Pietroburgo Pushkin conosce Gogol, con il quale fonda la rivista letteraria 'Sovremmenik'.
Nel 1837 la sua vita si conclude così come era stata sempre condotta, al limite tra la finzione narrativa e il suo essere eroico. A seguito di una lettera ricevuta in cui si insinuava la presunta infedeltà di sua moglie, Pushkin accusa il barone francese Georges d'Anthes e viene sfidato a duello . Fissato per le quattro del pomeriggio del 8 febbraio 1837, il duello si svolse alla Cernaja Recka a Pietroburgo, dove oggi si trova l'omonima fermata della metropolitana, dove una statua del poeta ricorda l'evento. Puškin rimase ferito mortalmente. Il barone invece si salvò grazie a un bottone che parò il colpo. Puškin morì due giorni dopo la sfida, ad appena 38 anni.


Nonostante la popolarità dei suoi brevi romanzi in versi e dei suoi racconti, il popolo russo tuttavia ha una vera e propria adorazione per le poesie di Pushkin. La più famosa, quella che tutti imparano a memoria a scuola e che è per i russi ciò che per noi è 'Infinito' di Leopardi si chiama 'Ricordo il magico istante'.
Potete trovare decine di diverse traduzioni di questo titolo. Si tratta di una meravigliosa poesia d'amore.

Qui vorrei proporvi una poesia meno nota, ma altrettanto meravigliosa:


                                             
                                         Sui colli della Georgia la tenebra notturna;
                                                 davanti a me strepita l'Aragva.
                                         Mi sento triste e leggero; la mia tristezza è luminosa;
                                               la mia tristezza è colma di te,
                                         Di te, solo di te... La mia malinconia
                                              niente la tormenta, niente la inquieta,
                                        e il cuore di nuovo arde e ama - perchè
                                              non può non amare.
                            

martedì 12 luglio 2011

Boris Pasternak - la poesia d'amore e il Dottor Zhivago

Boris Leonidovic Pasternak nasce a Mosca nel 1890 in una famiglia di intellettuali di origini ebraiche. Il padre era un pittore e la madre una concertista. Il suo primo amore fu la musica e studiò composizione al conservatorio, ma dopo aver scoperto di non avere 'l'orecchio perfetto' dovette abbandonare la musica e si dedicò alla letteratura. Studiò dunque filologia all'Università di Mosca e successivamente filosofia a Marburgo in Germania. I suoi esordi artistici sono legati alla poesia di influenza simbolista e si trovano in raccolte quali: 'Il gemello nelle nuvole' (1914); 'Oltre le barriere' (1917) e una delle più famose fu 'Mia sorella la vita' (1922).
Successivamente le sue composizioni poetiche risentirono dell'eco dei fatti storici che influenzavano la sua stessa vita e quella dell'Unione Sovietica: 'L'anno 1905' (1927); 'Il luogotenente Schmidt' (1927); 'Sui treni mattinali' (1943); 'La vastità terrestre' (1945). Le sue prose invece hanno risonanze e influenze dei suoi studi musicali: ''L'infanzia di Zenja Ljuvers' (1918); 'Il salvacondotto' (1931).
Dal 1946 Pasternak si dedicò alla stesura del suo romanzo capolavoro 'Il Dottor Zhivago', nonostante si abbattesse sull'Urss la persecuzione contro gli 'intellettuali deviazionisti e borghesi'. 'Il Dottor Zhivago' fu pubblicato nel 1957 proprio in Italia e in appendice furono inserite alcune delle più belle poesie dell'autore, tra cui la famosa 'Amleto'.
Nel 1960 Pasternak vinse il premio Nobel per la letteratura, ma per motivi politici non uscì dal proprio paese per recarsi a ritirare il premio e la stampa sovietica dedicò all'avvenimento soltanto un trafiletto sulla pagina di un giornale, ignorandone sempre il valore e il riconoscimento.

Leggevo Pasternak sui banchi di scuola a 16 anni, di nascosto dal professore d'italiano. Leggevo le sue poesie e sono state e rimangono le poesie più belle che abbia mai letto nella mia vita, nonostante il mio amore per Majakovskij. Pasternak è 'il poeta' per eccellenza, quello che cerchi nella tua adolescenza per esprimere tutta quella tragicità che senti dentro e tutto quell'amore che un giorno dedicherai a qualcuno. Sono felice di aver incontrato nella mia vita la dolce, struggente e assai russa poesia di questo autore e sono felice di averla condivisa con le persone più importanti della mia vita. Di Pasternak ho amato alla follia il suo romanzo capolavoro, Il Dottor Zhivago, che ancora oggi reputo il libro più bello che sia mai stato scritto nella storia della letteratura mondiale. Beati quelli che ancora lo devono leggere....beato chi un giorno si sentirà chiamare e capirà che i suoi libri glieli avrà mandati Barìs...
Mi è davvero difficile scegliere solo una poesia per rappresentare quest'autore e invitarvi a conoscerlo. Ma ho deciso che ne sceglierò una che una volta mi è stata dedicata e di cui ancora conservo un ricordo sublime.

POESIA D'AMORE

Nessuno sarà a casa
solo la sera. Il solo
giorno invernale nel vano trasparente
delle tende scostate.

Di palle di neve solo, umide, bianche
la rapida sfavillante traccia.
Soltanto tetti e neve e tranne
i tetti e la neve, nessuno.

E di nuovo ricamerà la brina,
e di nuovo mi prenderanno
la tristezza di un anno trascorso
e gli affanni di un altro inverno,

e di nuovo mi tormenteranno
per una colpa non ancor pagata,
e la finestra lungo la crociera
una fame di legno serrerà.

Ma per la tenda d'un tratto
scorrerà il brivido di un'irruzione.
Il silenzio coi passi misurando
tu entrerai, come il futuro.

Apparirai presso la porta,
vestita senza fronzoli, di qualcosa di bianco,
di qualcosa proprio di quei tessuti
di cui ricamano i fiocchi.

lunedì 9 maggio 2011

VLADIMIR MAJAKOVSKIJ - Lilicka!

POESIA DEL MESE 
Sebbene non si possano racchiudere in un post la vita, la biografia e le magnifiche gesta letterarie di questo poeta, proverò a riassumere qualche dato rilevante.
Vladimir Vladimirovic Majakovskij nacque a Bagdadi (Georgia) nel 1893. Studiò a Mosca, dove partecipò attivamente alla lotta politica clandestina e dove subì numerosi arresti. In campo letterario, aderì al gruppo dei giovani poeti futuristi, di cui divenne l'esponente più prestigioso. Partecipò alla Rivoluzione d'Ottobre, cui dette il contributo della sua grande versatilità, dirigendo giornali e scrivendo opere di poesia e di teatro che lo resero popolarissimo in Unione Sovietica. Venuto in urto col potere costituito, si uccise con un colpo di pistola al cuore in un appartamento di Mosca nel 1930. 

Ho scelto di farvi leggere questa sua poesia, perchè appartiene a quella fase artistica di Majakovskij che pochi conoscono, la sua fase 'romantica', il suo esordio poetico prima che diventasse, come Stalin in persona lo nominò, 'il poeta della rivoluzione'. Ancor prima di essere un esponente della poesia cubofuturista, Majakovskij fu un tormentato, giovane innamorato il cui amore per Lilja Brik aveva nutrito e sfamato la sua ispirazione poetica e, come egli stesso disse, per lei era diventato tutto cuore ed era  'impazzita l'anatomia'...

Lilicka!
In luogo di una lettera

Un fumo di tabacco ha divorato l'aria
la stanza
è un capitolo dell'inferno di Krucennych.
Ricordati -
proprio a questa finestra
per la prima volta
estasiato accarezzavo le tue mani.
Eccoti oggi seduta,
il cuore chiuso dentro una corazza.
Ancora un giorno e poi
mi scaccerai
magari anche imprecando alle mie spalle.
Nella buia anticamera la mano nella manica
più non stenterà a entrare disfatta dal tremore
correrò via
e getterò il mio corpo sulla strada.
Selvatico animale
impazzirò
sotto una sferza di disperazione
ma così non si deve,
mia cara,
mia diletta,
meglio lasciarci ora.
Non importa -
il mio amore
è un pesante macigno
che incombe su di te
ovunque tu possa fuggirmi.
Lascia in un grido estremo che si sfoghi
l'amarezza dei lamenti e del rancore.
Quando anche un bue è disfatto di fatica
lui pure andrà a gettarsi
in fredde acque in cerca di ristoro.
Ma altro mare non c'è
per me
tranne il tuo amore,
nè tregua c'è in amore anche nel pianto.
Se un elefante stanco vorrà pace
si stenderà maestoso sull'infocata sabbia.
Ma altro non c'è
per me
tranne il tuo amore,
benchè io non so tu dove o con chi sei.
Se così se ne fosse tormentato
dell'amore - un poeta
in soldi e gloria l'avrebbe mutato,
ma altro suono non c'è
che mi dia gioia
tranne che il suono del tuo nome beato.
E non mi getterò giù nella tromba delle scale
e non berrò il veleno
nè premerò il grilletto dell'arma sulla tempia.
E non c'è lama di coltello che
abbia su me potere
tranne che sia la lama del tuo sguardo.
Tu scorderai domani
che io t'incoronavo,
che d'un ardente amore l'anima ti bruciavo,
e un carnevale effimero di frenetici giorni
disperderà le pagine dei miei piccoli libri...
le secche foglie delle mie parole
potranno mai indurre uno a sostare,
a respirare con avidità?

Almeno lascia che un'estrema tenerezza
copra l'allontanarsi
dei tuoi passi.

26 maggio 1916 Pietrogrado

 

 

giovedì 21 aprile 2011

POESIA DEL MESE

Conoscete Evgenij Evtushenko?




Evgenij Evtushenko: poeta. Nasce a Zima nel 1933, in Siberia.
Vive a Mosca dall'età di 11 anni e qui compie gli studi letterari. Gli attacchi allo stalinismo e alla burocrazia dei tardi anni '50, lo rendono leader dei giovani intellettuali russi.
E' soprattuto nel 1961 con Babi Yar (denuncia contro l'anti-semitismo nazista e sovietico, pubblicato in Russia solo nel 1984, versi che ispirarono a Shostakovic la sinfonia n. 13) che gli ambienti internazionali si accorgono della sua opera.
Nel 1960 è il primo russo a varcare la cortina di ferro e a recitare i propri versi in Occidente.
Nel 1974 supporta Solzhenitsyn, quando il vincitore del premio Nobel viene arrestato e mandato in esilio. Con l'arrivo al potere di Gorbaciov, può finalmente far conoscere, dalle pagine del giornale di Ogonek, molti poeti censurati durante il regime di Stalin. Dopo il collasso del comunismo si fa promotore della realizzazione di un monumento dedicato alle vittime della repressione stalinista, collocato davanti alla Lubjanka, il quartier generale del Kgb.
La sua raccolta di poesie, 1952-1990, viene pubblicata nel 1991. In epoca post-sovietica scrive 'Non morire prima di essere morto' fiaba su Boris Yeltsin.
Le sue opere sono state tradotte in 72 lingue.

Cittadino russo, si divide fra la Russia e l'America, dove dal 1994, insegna poesia e cinematografia agli studenti dell'Università di Tulsa (Oklahoma).
Nel 2000 il 18 luglio, giorno del suo compleanno, Evtushenko ha ricevuto dall'Accademia Russa delle Scienze un insolito dono: è stato dato il suo nome a una stella del sistema solare.

'Dopo ogni lezione sempre in mille modi
ti contendono tutti, importunano.
Da bocche di ragazzi ascolti complimenti
pieni di dolciastre lusinghe.
Di cose belle nella vita ce ne sono tante:
gli appuntamenti, i fiori, il teatro.
Manca soltanto ciò che vorresti tu
manca, la cosa essenziale.

Ecco, tu corri su per le scale
hai diciott'anni
nella borsetta porti con il profilo
leniniano, il tesserino di membro
komsomoliano,
nel solitario tic tac della tua mezzanotte
nell'appartamento addormentato
ti chiedi

- lo so -

l'aiuto di qualche idea severa
e pensi alla rivoluzione
o cerchi il grande amore
mentre sciogli le grandi trecce folte
dei luminosi capelli castani.

Nella tua casa c'è solo questo battere lento della pendola
questo tuo parlare con l'anima
davvero sei molto piccola ancora
io al tuo confronto sono grande,
davvero grande.

Tu sei la giovanissima compagna di viaggio
io sono il tuo anziano compagno
mi assilla il pensiero di ciò che accadrà ai tuoi capelli castani
e se ti tormento con l'inquieta
ricerca di qualcosa di alto, di sublime
io che per primo in molte cose ho creduto,
è perchè adesso possa credere anche tu...'