MATRIOSKla

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venerdì 15 luglio 2011

Hibiscus: fiore delle Hawaii

Parlando di Hawaii, vi ho accennato il fiore d'Hibiscus. 
In primavera ho comprato una bella pianta di Hibiscus giallo. Sono sempre stata attratta da questo fiore, perchè trovo che sia sfacciatamente bello.
Si apre il mattino e mostra tutta la sua bellezza, quasi come mostrasse la sua nudità. I petali sembrano delle ali tanto sono grandi e il pistillo così perfettamente disegnato e scolpito emerge da un cuore rosso fiamma e sembra quasi trafiggerlo.

Sapevo già che era il fiore simbolo delle Hawaii, l'avevo notato sulle magliette, sulle famose camicie hawaiane e sui bermuda della Sundek, che è una marca d'abbigliamento surf che amo particolarmente. L'ho notato anche sulla targa dello stato hawaiano e mi sono informata riguardo alle sue origini. Alle isole Hawaii esistono più di 2000 specie di Hibiscus diverse. Alcune provenienti dalla Cina si sono incrociate con le specie endemiche hawaiane, dando origine a piante spettacolari. Sebbene la natura del fiore sia piuttosto fugace - infatti dura un solo giorno e poi si chiude - è in realtà una pianta che può raggiungere anche alcuni metri di altezza ed è molto resistente sia ai periodi di siccità e quindi al caldo, che al freddo e alle gelate. 
Nell'antichità, questo fiore aveva una certa simbologia. Il linguaggio amoroso ottocentesco si è sbizzarrito su questo fiore. Donare uno di questi fiori così leggeri e delicati, che fanno una brevissima apparizione e poi muoiono, significa esaltare una bellezza fugace e fulminea.
Ogni mattina mi sveglio, vado sul mio terrazzo e spero di trovare uno dei tanti boccioli fioriti. E' una piccola soddisfazione quotidiana godere del loro fulgore.



giovedì 14 luglio 2011

Banzai e surf

Mi sono spesso chiesta che cosa significasse il termine Banzai. L'ho sempre associato a quelle trasmissioni buffe e demenziali tipo 'Giochi senza frontiere' in versione giapponese. In effetti la parola in giapponese significa 'Diecimila anni' ed è usata in questa lingua per esprimere incoraggiamento, entusiasmo e gioia.

Senz'altro avrete sentito usare questa parola in altre situazioni. Io, per esempio, conosco un posto che si chiama in questo modo. Si tratta di un ristorante di cucina italiana a base di pesce, situato in una graziosa località di mare che si chiama Santa Marinella e si trova in provincia di Roma.
Il ristorante è sulla spiaggia; una spiaggia solo sassolini e arbusti che ricordano il fondo del mare che forse un tempo arrivava oltre la riva ad oggi conosciuta. Poco oltre il ristorante la spiaggia diventa privata, ma è proprio lì che mi piace andare. In realtà nessuno viene a reclamare niente, quasi sempre non c'è nessuno e si può camminare per chilometri e arrivare fino a vedere il Castello di Santa Severa a picco sul mare. Nonostante non mi piaccia l'Italia, questo è uno dei pochi posti ai quali sono particolarmente legata.
Dopo un bel bagno e un sano isolamento, di solito vado a mangiare al ristorante.
Ho visto delle recensioni spiacevoli su questo locale e me ne dolgo perchè è vero che è abbastanza costoso, ma si mangia prevalentemente pesce fresco. La specialità è la frittura di paranza. Provate a mangiare la stessa quantità di pesce a Milano o dintorni e poi ne riparliamo del prezzo.
Certamente è un posto dove è meglio andare con le infradito e i bermuda che non vestiti da sera, d'altronde siamo sulla spiaggia con una vista spettacolare sul mare e soprattutto un enorme senso di libertà.

Dicevo che per me è un posto magico, un gateaway estivo per una mini vacanza relax che di solito mi concedo la prima settimana di luglio.
Un giorno ho scoperto una cosa fantastica, ho scoperto che questo ristorante aveva preso il nome da un Surf Club che si chiamava Banzai, appunto; e questo voleva dire che nei dintorni c'era qualcuno che faceva surf.

Nell'estate del 2008 li ho trovati. Ho trovato i surfisti proprio alla spiaggia di fronte al ristorante Banzai e alcuni ragazzi mi hanno raccontato di come quello sia uno dei Point Break più conosciuti d'Italia e conosciuto anche nel mondo.
Non potevo credere a quante e quali combinazioni di elementi ci fossero a comporre una magica pozione come quella di questo posto: mare, buon cibo, gente semplice, libertà e surf. I miei elementi.
Forse non dovevo svelare questo spot segreto, proprio come fanno i surfisti più accaniti, che non rivelano mai doveva vanno a surfare.
Ma quest'anno sono stata fortunata ancora una volta e nella prima settimana di luglio ho trovato il mare agitato e un gruppo di surfisti che mi hanno intrattenuto tutto il pomeriggio con le loro performaces.
Mi ero portata dietro la Holga fotocamera con tanto di set di filtri colorati e ho cercato di immortalare qualcosa. Non riesco a resistere dal postare alcuni scatti e dunque ecco che tutto è rivelato...









mercoledì 13 luglio 2011

NEBRASKA - Bruce Springsteen

Quando ascolto quest'album, che ho scoperto da poco, nonostante sia ormai abbastanza datato, mi sembra piuttosto di leggere un libro o di ascoltare una storia.
Mi siedo sul divano, oppure, dato il caldo di queste sere, mi accomodo sul terrazzo di casa e assorbo le note iniziali della fisarmonica della title track Nebraska, certamente una delle più rappresentative di tutto l'album. L'atmosfera è soffusa, le luci nella mente sembrano basse, quando la voce del Boss rompe il silenzio di fondo che permea questo disco, nonostante la musica.
Nel 1982 Bruce Springsteen si chiude nella sua stanza e comincia a 'raccontare', raccontare delle storie che sembrano film e dunque a quel punto sembra di 'vedere', vedere la vastità terrestre  e allo stesso tempo lunare delle desolate Badlands del Nebraska o del Wyoming. La chitarra acustica, la fisarmonica e l'America selvaggia, ancora primigenia si scaraventano nelle orecchie e affondano con un tonfo nell'anima.
Atlantic City con un ritmo leggermente più andante ti sveglia dal torpore per un attimo, fino a quando la malinconia riecheggia nei lunghi fraseggi di fisarmonica di Mansion on the hill.
Johnny 99 e Highway Patrolman sono storie raccontate da un uomo seduto al tavolo con davanti un bicchiere di whisky e la chitarra tra le braccia, sono storie amare e politicamente impegnate, radicali e allo stesso tempo magnificamente umane. Sono storie dell'America deserta, disseminata di arbusti, strade scolpite nei canyon dimenticati dalla civiltà. Highway Patrolman è una canzone che è diventata veramente un film (the Indian runner) grazie alla maestria di Sean Penn, che in qualità di regista ha trasformato in pellicola questa storia e ne ha fatto un piccolo cammeo cinematografico. 
Poesia e folk sono un'ottima combinazione perfettamente miscelata in questo disco, con sporadici accenni di rock and roll come Open all night. Un disco che trasuda l'America depressa, l'ovest brullo e sconfinato quasi quanto un intero continente. Un disco meraviglioso come colonna sonora di un viaggio negli States. Se avete in programma di andarci in vacanza e non vi piacciono i film degli indiani e dei cowboy, ma piuttosto preferite l'uomo con il cappello in testa e la sigaretta in bocca, appollaiato nella sua stazione di servizio in una città dimenticata a metà strada nel cuore degli Stati Uniti, ricordatevi di portarvi una copia di questo disco.

Il mio voto a questo disco è 8/10

martedì 12 luglio 2011

Boris Pasternak - la poesia d'amore e il Dottor Zhivago

Boris Leonidovic Pasternak nasce a Mosca nel 1890 in una famiglia di intellettuali di origini ebraiche. Il padre era un pittore e la madre una concertista. Il suo primo amore fu la musica e studiò composizione al conservatorio, ma dopo aver scoperto di non avere 'l'orecchio perfetto' dovette abbandonare la musica e si dedicò alla letteratura. Studiò dunque filologia all'Università di Mosca e successivamente filosofia a Marburgo in Germania. I suoi esordi artistici sono legati alla poesia di influenza simbolista e si trovano in raccolte quali: 'Il gemello nelle nuvole' (1914); 'Oltre le barriere' (1917) e una delle più famose fu 'Mia sorella la vita' (1922).
Successivamente le sue composizioni poetiche risentirono dell'eco dei fatti storici che influenzavano la sua stessa vita e quella dell'Unione Sovietica: 'L'anno 1905' (1927); 'Il luogotenente Schmidt' (1927); 'Sui treni mattinali' (1943); 'La vastità terrestre' (1945). Le sue prose invece hanno risonanze e influenze dei suoi studi musicali: ''L'infanzia di Zenja Ljuvers' (1918); 'Il salvacondotto' (1931).
Dal 1946 Pasternak si dedicò alla stesura del suo romanzo capolavoro 'Il Dottor Zhivago', nonostante si abbattesse sull'Urss la persecuzione contro gli 'intellettuali deviazionisti e borghesi'. 'Il Dottor Zhivago' fu pubblicato nel 1957 proprio in Italia e in appendice furono inserite alcune delle più belle poesie dell'autore, tra cui la famosa 'Amleto'.
Nel 1960 Pasternak vinse il premio Nobel per la letteratura, ma per motivi politici non uscì dal proprio paese per recarsi a ritirare il premio e la stampa sovietica dedicò all'avvenimento soltanto un trafiletto sulla pagina di un giornale, ignorandone sempre il valore e il riconoscimento.

Leggevo Pasternak sui banchi di scuola a 16 anni, di nascosto dal professore d'italiano. Leggevo le sue poesie e sono state e rimangono le poesie più belle che abbia mai letto nella mia vita, nonostante il mio amore per Majakovskij. Pasternak è 'il poeta' per eccellenza, quello che cerchi nella tua adolescenza per esprimere tutta quella tragicità che senti dentro e tutto quell'amore che un giorno dedicherai a qualcuno. Sono felice di aver incontrato nella mia vita la dolce, struggente e assai russa poesia di questo autore e sono felice di averla condivisa con le persone più importanti della mia vita. Di Pasternak ho amato alla follia il suo romanzo capolavoro, Il Dottor Zhivago, che ancora oggi reputo il libro più bello che sia mai stato scritto nella storia della letteratura mondiale. Beati quelli che ancora lo devono leggere....beato chi un giorno si sentirà chiamare e capirà che i suoi libri glieli avrà mandati Barìs...
Mi è davvero difficile scegliere solo una poesia per rappresentare quest'autore e invitarvi a conoscerlo. Ma ho deciso che ne sceglierò una che una volta mi è stata dedicata e di cui ancora conservo un ricordo sublime.

POESIA D'AMORE

Nessuno sarà a casa
solo la sera. Il solo
giorno invernale nel vano trasparente
delle tende scostate.

Di palle di neve solo, umide, bianche
la rapida sfavillante traccia.
Soltanto tetti e neve e tranne
i tetti e la neve, nessuno.

E di nuovo ricamerà la brina,
e di nuovo mi prenderanno
la tristezza di un anno trascorso
e gli affanni di un altro inverno,

e di nuovo mi tormenteranno
per una colpa non ancor pagata,
e la finestra lungo la crociera
una fame di legno serrerà.

Ma per la tenda d'un tratto
scorrerà il brivido di un'irruzione.
Il silenzio coi passi misurando
tu entrerai, come il futuro.

Apparirai presso la porta,
vestita senza fronzoli, di qualcosa di bianco,
di qualcosa proprio di quei tessuti
di cui ricamano i fiocchi.

lunedì 11 luglio 2011

Hawaii, Hawaii....Magnum P.I. e il Vietnam

Mi ricordo che negli anni 80 la parola Hawaii evocava l'ideale di luogo di vacanza esotica per eccellenza.
Gli anni 80 erano anche i tempi in cui tutto ciò che era americano era 'necessariamente' bello, giusto e buono.
Spero di non essere l'unica a conservare questo tipo d'impressione e a ricordare che, tutto sommato, l'ombra della Guerra Fredda e del mondo diviso in due parti nettamente distinte, cioè l'est europeo e l'Occcidente, era davvero incombente.
Dunque la sottile propaganda filo-americana di cui era costantemente vittima il nostro paese, faceva sembrare magnifico ed esemplare tutto ciò che avesse una provenienza statunitense. Il mito delle Hawaii ha 'campato' per almeno tutto quel decennio grazie alla spinta ideologica che le sorreggeva.

Oggi, a distanza di anni, forse si può avere un'idea leggermente più neutrale di questo arcipelago, nonchè cinquantesimo stato degli Usa. Ma credo che nell'immaginario collettivo, ancora si pensi alle Hawaii come al posto di vacanza da sogno.
Forse ciò era dovuto anche all'influenza che lo show televisivo Magnum P.I. aveva avuto nell'immaginario collettivo.
Magnum P.I. è stato un mito, il suo protagonista Tom Selleck è stato un sex-symbol degli anni 80, la Ferrari rossa 308 GTS un oggetto di desiderio nella mente di tanti.
Di recente ho letto un libro intitolato 'Aloha Magnum', scritto da Larry Manetti, che era il 'Rick', amico di Magnum nello show. E' un libro di ricordi e aneddoti relativi agli anni in cui gli attori e la troupe televesiva hanno girato lo show e grazie a questo libro si possono scoprire i veri volti degli attori, le loro personalità, manie e si può continuare a sognare ancora un po' quel mito, anche se ad oggi, ormai, rimane piuttosto lontano.

Su un canale televisivo che ripropone repliche di diversi show, più e meno recenti, stanno trasmettendo, proprio Magnum P.I. e lo sto riguardando. Ovviamente con occhi diversi, con un'attenzione del tutto nuova rispetto a quella che avevo quando ero appena adolescente.
Risultato: le Hawaii su di me hanno ancora fascino. Certamente ora è un fascino diverso, l'interesse è cambiato. Sono più attenta ai particolari.
Ora riconosco i nomi delle diverse isole: Oahu, The Big Island, Maui, probabilmente le più famose e poi Kauai, Molokai e Lanai meno conosciute. La capitale è Honolulu, ma si cita spesso anche Waikiki, che insieme alla capitale è stata un'icona simbolo come località turistica hawaiana e subito ricorda la spiaggia affollata, l'ombrellino nel cocktail  e la barca con la vela colorata.
Le Hawaii sono isole vulcaniche e quindi hanno scenari mozzafiato, una vegetazione rigogliosa, scogliere impervie e lussureggianti, tutti panorami che durante le puntate di Magnum P.I. si possono beatamente ammirare e sognare. E' tipica l'immagine della Ferrari rossa che scorrazza sulle strade asfaltate dell'isola di Oahu, quasi a precipizio sulle scogliere o ai bordi di spiagge paradisiache riprese dall'alto, non lontane dalla meravigliosa villa del quale l'investigatore privato più famoso d'America è ospite.
Lo scrittore Robin Masters infatti l'ha assunto per occuparsi, insieme al meticolosissimo maggiordomo britannico Johnathan Higgins, della sicurezza della sua villa; abitazione in riva al mare che oggi si può ancora trovare e visitare sull'isola.
I particolari che osservo oggi sono soprattutto quelli che riguardano le mode, l'abbigliamento, l'oggettistica del decennio anni 80, quando ad esempio, indossare la Lacoste in spiaggia e le polo Ralph Lauren per fare a pugni era, qui da noi, quasi sacrilego.
Così come avere una Nikon reflex con teleobiettivo era davvero un lusso e Magnum P.I. se ne serviva nel telefilm (come si chiamavano all'epoca) durante i suoi appostamenti, al limite del rischio. Allo stesso modo, il Rolex Gmt acciaio con la ghiera rossa e blu che indossava, era un orologio super chic e ad oggi è diventato un oggetto di culto. Lo si poteva osservare fin nei minimi particolari in una precisa puntata - la mia preferita in assoluto - che portava il titolo di 'Ritorno a casa', durante la quale Magnum rimane naufrago in mezzo al mare dopo essere caduto dalla sua canoa e lontano da tutti si ritrova ad affrontare un'intera giornata e una notte nelle pericolose acque del Molokai Express (una zona interessata da una forte corrente marittima così chiamata) e addirittura l'avvicinamento di uno squalo.
Mancano forse soltanto le mie amate balene a questo show, le quali costituiscono in realtà un'attrazione esilarante per chi si reca su queste isole d'inverno. E' qui che i più mastodontici mammiferi dell'oceano vengono a svernare, a giocare, a nutrirsi e anche a salutare le centinaia di passeggeri a bordo delle navi turistiche, che si spostano a largo per osservare questi amichevoli cetacei. Si dice che non sia raro riuscire ad avvistare loro e il loro spruzzo o respiro d'acqua quando riemergono dalle profondità, persino da riva.
Alle Hawaii non è raro dover affrontare la forza del mare, per questo motivo oggi più di allora mi attira questo posto, perchè è qui che si fa il vero surf.

Jaws, North Shore e Pipeline sono tutte località che hanno assunto un significato speciale per i surfisti e gli appassionati di surf come me; è qui che si tengono durante gli inverni Hawaiani le più grandi sfide e gare di surf. 
Lo sport in Magnum P.I. ha un ruolo davvero dominante. D'altronde si conosce bene quanta importanza diano gli Stati Uniti d'America a tante discipline sportive. Per questo, forse, uno dei più noti simboli d'America di quel tempo - appunto Tom Selleck/Magnum P.I. - doveva avere un fisico spettacolare ed eccellere in tante discipline, tra cui, surf, canoa, basket, pallavolo e softball. In questo modo l'uomo americano risultava più forte, più allenato e più atletico di chiunque altro agli occhi del mondo occidentale.

C'è un altro leit motiv, probabilmente il più serio tra tutti, che si ritrova davvero spesso nelle puntate di questo show e che non posso non citare, nonostante non c'entri molto con le Hawaii. Ma forse in certo senso c'entra, perchè le Hawaii sono state il posto in cui i giapponesi attaccarono la flotta statunitense a Pearl Harbor nel Pacifico, causando così l'ingresso degli Usa nella seconda guerra mondiale. Magnum e i suoi amici Rick e TC sono tutti reduci di una guerra più recente, quella del Vietnam. Forse dovrei tenere il conto, ma sono certa che quasi tutte le puntate abbiano un rimando a questo tragico evento storico. I protagonisti, ex marines, portano ad esempio tutti un anello che li accomuna, che riproduce la croce di Lorena (un simbolo che fa parte della trazione militare), Magnum stesso indossa un cappellino da baseball, anch'esso tratto caratteristico del personaggio, con la scritta 'Da nang', città vietnamita sede di una base aerea americana e i ricordi di quella turpe esperienza di guerra attanagliano violentemente le loro coscienze. Devo dire che, al contrario di quello che ricordavo, una volta tanto il governo degli Stati Uniti viene spesso ridicolizzato e condannato dai protagonisti per come ha condotto quella guerra. Non c'è sempre vittimismo, piuttosto amarezza e disincanto. Questi reduci sono uomini duri.
Certo è difficile dirlo quando si vede Magnum mangiare i pop corn e bere la sua birra davanti alla tv nella casa degli ospiti della villa del Signor Masters, oppure quando lo si vede indossare la famosa camicia hawaiana rossa con i fiorelloni, seguita da analoghe varianti. Eppure a distanza di anni, si dice che addirittura dietro quella camicia hawaiana si nascondesse una bella mossa di marketing proprio a favore delle isole Hawaii.
Essa non era altro che un modo per creare pubblicità e glamour a favore di queste isole meravigliose.
Di recente ho potuto vedere di persona, esposta al museo di arte pop di Washington, proprio la più famosa delle camicie hawaiane di Magnum donate dall'attore stesso dopo la conclusione di questo, che ormai è diventato uno show di culto per gli amanti degli anni 80.

Prima o poi spero di visitare le Hawaii, per vedere che effetto fa di persona calpestare le isole del surf, dei vulcani, dei fiori di Ibiscus e del cibo di influenza giapponese data la vicinanza geografica e scoprire se, come diceva il baffuto investigatore Magnum P.I. in una puntata, se questo sia davvero 'un posto ideale per dimenticare i propri guai'....

giovedì 7 luglio 2011

I LOVE SHOPPING - Sophie Kinsella

Nonostante la mia risaputa caratteristica di scegliere oculatamente i libri che compro seguendo precisi criteri di interesse, c'è un esercizio che almeno una volta all'anno faccio. Cioè leggo un libro che detesto, un libro che non comprerei mai, un libro di cui disprezzo il contenuto, la trama, l'autore, l'ambientazione, lo stile e soprattutto tutta l'ingiusta fama, popolarità e fanatismo che si porta appresso.
Voi direte: 'non si può giudicare un libro dalla copertina', giusto? Mai avere pregiudizi, mai fermarsi su un preconcetto e dunque, siccome io sono una grande sostenitrice della libertà di pensiero e parola, devo dare almeno il beneficio del dubbio anche ai libri, che secondo il mio istinto, sono scritti soltanto per:

1) Vendere, vendere, vendere
2) Rincretinire, rincretinire, rincretinire...o se fossi più politicamente corretta 'intrattenere, intrattenere, intrattenere'
3) Sfottere la gente...ok, meglio se dico, creare stereotipi

Avevo cominciato per caso ad assumere questa politica di par condicio con un libro che, avendo ricevuto in regalo dovevo, più  o meno, per forza leggere. Si trattava di 'Uomini che odiano le donne' di Stieg Larsson. Circa o più di 500 pagine di tedio ed insignificante protrarsi di una trama a dir poco banale, trita, ritrita insomma, assolutamente indegna di tutto questo successo editoriale post mortem dell'autore. Meglio se il povero defunto l'avessero lasciato in pace.
Ho continuato, poi nell'anno successivo, con 'Twilight' dove la parola 'banale' è non solo un eufemismo, ma un complimento. L'unica cosa interessante di quel libro era che per la prima volta leggevo qualcosa di ambientato a Seattle, ma di Seattle dopo la prima pagina non si dice nulla. Dunque potevano ambientarlo anche a Caronno Pertusella in provincia di Milano.
Mi sono buttata nel main stream italiano con Faletti, perchè Camilleri è davvero troppo, ma troppo, ma troppo. Di Faletti ho almeno apprezzato lo stile, nonostante la prolissità (ma io adoro la prolissità) e lo sforzo creativo. Sono passata a Dan Brown con 'Angeli e Demoni', non così male nell'intreccio, ma privo di qualsiasi bravura stilistica.

Ma il fondo l'ho toccato settimana scorsa, quando ho deciso di prendere in prestito in biblioteca 'I love shopping'. Mi sono detta: 'Ma sì, via...perchè essere sempre così snob nella lettura? Vediamo se questa Kinsella riesce davvero a rincretinirmi...ops...volevo dire intrattenermi.
397 pagine di nulla...dico 397 pagine. Il nulla....Ma cosa succede alla gente? A quelli che comprano la Kinsella? Ne ha scritti almeno altri 6 dopo questo esordio. Non posso crederci. Ma cosa c'è che tiene incollata la gente alle pagine di una scema, bisbetica, superficiale, materialista, arrivista oca come Becky Bloomwood?
Ma soprattutto me la prendo con l'autrice. Ma cosa voleva dire la Kinsella quando ha scritto questo libro? Qual era il suo messaggio? Ah...forse che le donne pensano solo allo shopping, ignorano i solleciti bancari delle carte di credito in rosso, cercano di farsi impallinare da uomini ricchi e vogliono allo stesso tempo avere un sacco di soldi propri  da poter spendere in migliaia di schifezze.
Grazie Sophie Kinsella, grazie perchè la donna di oggi, emancipata, istruita, superiore alla razza maschile, indipendente e rampante può finalmente andare in libreria, farsi consigliare una lettura leggera da un qualsiasi commesso ignorante assunto in un qualsiasi megastore di una bella metropoli, tornare a casa, oppure salire in metropolitana, oppure sedersi in aereo e identificarsi con questo stereotipo invertebrato di donna che è il tuo personaggio Becky.
Ma come si può scrivere un libro che anzichè leggere sembra di tartagliare. Frasi mozzate, periodi di tre frasi senza un aggettivo che non sia 'carino, simpatico, stupendo'?
Come si può scrivere un libro che non ha un inizio e una fine e sembra il diario segreto di una quattordicenne in fase di crescita?
Credeva di far ridere? Secondo me fa ridere per quanto è ridicolo, ridicolo leggere tutte queste fandonie.
Ma perchè, perchè la gente le legge? Perchè non sposta il suo naso un po' più in là, perchè non ha spirito critico?
Va bene, ho smesso di cercare di rispondere a queste domande un sacco di tempo fa, ormai. Non importa.

Io sarò per sempre grata a questa scrittrice, perchè non ha fatto altro che confermare la mia teoria sfacciatamente snob e superficiale per cui so che non appena un libro esce, entra primo in classifica, vende milioni di copie, viene seguito da almeno altri 3 capitoli e si vanta di essere un best seller, allora so che sarà sicuramente un rifiuto letterario, un relitto editoriale destinato a vagare nelle borse, sugli scaffali del popolino più gretto e ignorante grazie alla sua pura e semplice imbecillità.

Grazie Sophie Kinsella, ora so per certo, perchè ti ho letto e ne ho le prove, che il tuo libro è una misera pagina di stupidità e falsità in mezzo ad un oceano di vera cultura letteraria.

Il mio voto a questo libro è 0/10

mercoledì 6 luglio 2011

COME ERAVAMO

E' una vita che vorrei citare questo film e parlarvene giusto un po' per non rovinare la sorpresa...Ho fatto in tempo a rivederlo già due volte nonostante l'abbia scoperto pochi mesi fa.
Gli attori promettevano un'ottima interpretazione: Barbra Straisand e Robert Redford, freschi, brillanti e bellissimi portano con sè il candore e insieme l'ardore indissolubilmente legati agli anni della loro giovinezza consumata negli anni 70.
Il regista, dimenticavo...il grande regista Sidney Pollack ha tradotto su pellicola una storia d'amore dannatamente amara e l'ha cosparsa d'ingredienti tipici della commedia americana: tradimenti, errori, tragedie e ritorni. Ma è una commedia amara perchè le differenze caratteriali dei due protagonisti hanno il sopravvento sulla loro storia d'amore e ne determinano il sorgere il tramontare della stessa. 


Kate fin da studente, è una filo-comunista consumata e ossessionata dalla sua coscienza politica. L'impegno sociale la travolge in mille attività di propaganda: comizi, programmi radiofonici e volantinaggio. Un personaggio tutto Sturm und Drang, una donna corazzata ma non per questo insensibile all'amore che la folgora e la schiaccia, quando conosce Hubbel, il biondo e sportivo marine e aspirante scrittore.
Più che Kate e Hubbel, nella mente rimangono impressi i nomi di Straisand e Redford e i loro volti. L'una pasìonaria e ribelle, pronta a tutto per difendere le proprie idee, con fulgidi occhi cerulei pronti all'annientamento di sè, pur di seguire un Redford, in qualche modo travolto dall'amore per la Straisand, ma mai del tutto convinto della loro affinità elettiva. 

Come sempre ritrovo nei film, che chiamo capolavori, un messaggio un'idea o un concetto espressi dalla storia come enorme metafora. Il messaggio di questo film potrebbe essere che l'amore è potente, ma non può ogni cosa. Nemmeno con la più bieca, ottusa, annichilente devozione si può conquistare il cuore di chi non è destinato a noi. La Straisand sarebbe pronta a far tacere la sua voce, a cambiare la sua personalità, persino il suo aspetto, piuttoato di tenere con sè Hubbel. Lui di contro, è un disincantato, superficiale che arriva al tradimento per leggerezza, ama la vita mondana, non condivide l'impegno politico, è sostanzialmente un epicureo.
Si intuisce per tutta la durata del film la fragile impalcatura di questa strana relazione. La scena finale è uno struggente sproloquio consumato durante un incontro casuale sulle strade di New York. Hubbel non ha più niente o quasi, a parte il suo lavoro e Kate ha sposato uno sconosciuto, la vita dei due protagonisti è ormai separata nonostante abbiano una figlia in comune.

C'è una frase di Hubbel che riassume perfettamente Kate e il loro amore contrastato: 'Tu non ti arrendi mai, eh?'. Già, Kate è un'eroina senza paura e così come non voleva rinunciare all'amore di Hubbel, adesso continua la sua lotta politica, il suo impegno sociale. Il nuovo pericolo è la bomba atomica, come la bomba esplosa dentro di lei che le ha demolito il cuore. 

Barbra Straisand è commovente in questo finale: i riccioli castani, gli occhi profondi, un certo personale e un megafono che urla la sua disperazione interiore per tutta New York. 
La Straisand canta la canzone colonna sonora del film e dal quale è stato tratto il titolo originale in inglese 'The way we were'. Ancora una volta la musica e le immagini sono una cosa sola.

Il mio voto a questo film è 9/10.