MATRIOSKla

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venerdì 30 settembre 2011

Zemfira

Se vi interessa provare ad ascoltare un po' di musica russa contemporane, vi consiglio di iniziare con una bravissima pop star di nome Zemfira. Nata il 26 agosto del 1976 a Ufa, nella regione russa della Bashchiria, il suo nome di battesimo è Zemfira Talgatovna Ramazanova ed è un vero e proprio talento musicale. E' autrice e interprete delle proprie canzoni ed ha pubblicato il suo primo album omonimo 'Zemfira', nel 1999. Ad esso è seguito 'Prosti menja maja ljubov', che è stato un successo di vendite incredibile con un milione e mezzo di copie vendute in tutta la Russia e dal quale vi consiglio di cominciare. Un disco che non potrà lasciarvi indifferenti nonostante la difficile decifrazione della lingua russa, perchè le melodie orecchiabili e l'impatto musicale sono tratti che travalicano il suono delle parole, per noi occidentali, così insolito.
Di questo disco, quasi tutti i brani sono stati dei grandissimi successi, primo fra tutti la canzone che dà il titolo all'album, ma anche la rockettara Iskala e le potentissime Sozrela e Nenavizhu, bellissimi i brani più lenti come Sigarety e Chocesh. Insomma un disco fortissimo, quel tipo di dischi che crea l'imbarazzo della scelta su quale canzone ascoltare per prima o che suscita una certa ansietà nel passare alla canzone successiva perchè tutte sono fortissime.
Per quanto mi riguarda, la mia 'conoscenza' con Zemfira si è materializzata, come spesso capita per le cose più belle della vita, per puro caso. Mentre mi trovavo a Mosca nell'autunno del 2000, alla radio passò il successo di Zemfira del momento 'Do svidanja' e fu un colpo di fulmine incredibile. Ancora oggi  considero questa canzone, oltre che un ricordo preziosissimo per il mio lungo soggiorno sabbatico di 24enne, una delle canzoni più belle in assoluto di questa talentuosa cantante. Ascoltatela!

giovedì 29 settembre 2011

Il Sole Ingannatore

Se il grande, immenso, straordinario Nikita Michalkov aveva intenzione di girare un film sul più grande orrore che la Russia sovietica abbia mai visto, penso che con questa sublime pellicola ci sia riuscito in un modo semplicemente geniale.
Non credo si possa completamente essere in grado di seguire, capire e apprezzare la storia che Michalkov racconta, senza sapere abbastanza della storia russa contemporanea e di tutti i suoi piccoli, personali e umani risvolti di cui essa stessa sia stata testimone.
L'intenzione narrativa di questo film sembra orientata verso una corrente contraria al solito gesto cinematografico di raccontare i fatti della storia. Qui, infatti, si ha l'impressione che siano i fatti storici e fermarsi ad osservare le tragedie degli uomini che la storia del mondo si fermasse e si mettesse a guardare se stessa davanti ad uno specchio.
Il colonnello Kotov, eroe della Seconda Guerra Mondiale, interpretato dallo stesso magistrale Mikalchov, si trova nella sua dacia di campagna insieme alla moglie Marusja e alla piccola figlia Nadja per trascorrere una tranquilla giornata con il resto della sua famiglia e godersi tutto il calore familiare, giusta ricompensa per le sue immense fatiche. La ricomparsa inaspettata di Mitja in quello stesso giorno, però, suscita scompiglio e imbarazzo perchè insieme a lui riaffiorano dolorosi fantasmi del passato. Tutto, con l'incedere del film, si ricompone. Mitja, interpretato da un sempre magnifico Oleg Menshikov, era l'uomo destinato a Marusja fin dalla loro prima giovinezza e quando, con lo scoppiare della guerra, Mitja viene allontanato dalla famiglia il loro amore si interrompe e Marusja tenta di tagliarsi le vene. Ora che sono passati parecchi anni, i segni sui polsi di Marusja e in seno alla famiglia stessa sembrano rimarginati e un comodo equilibrio sembra essere stato ristabilito. Ma Mitja, che ormai fa parte della polizia politica, è tornato per distruggere tutto ciò che gli è stato portato via. Per una assurda e quantomai sospettosa coincidenza del destino, ora, l'incarico di Mitja è quello di arrestare e riportare con la forza proprio il colonnello Kotov.
Solo la storia saprà- ed insieme ad essa tutti i suoi posteri - quale sarà il destino terribile che attenderà a Mosca l'eroe della Grande Guerra Patriottica Kotov. 
Quell'equilibrio che sembrava conquistato con l'amore e la fedeltà per la propria patria da Kotov, quella fede cieca nell'avvenire della terra sovietica viene distrutta dall'arrivo della nuova politica del terrore operata da Stalin attraverso tutti i suoi uomini.
Kotov, il 'cieco della Rivoluzione' è soltanto uno dei tanti abbagliati da quello che Michalkov chiama struggentemente 'il sole ingannatore'. Dopo aver letto di tutto sulla follia ossessiva di Stalin e della paura che intrappolava li popolo russo dentro casa propria, non ho potuto far altro che adorare tristemente le sottigliezze poetiche di questo film. In particolar modo, ho condiviso i diversi tipi di dolore che catturano i due principali protagonisti della storia e il oro diversi, e tuttavia uguali, destini inflitti e autoinflitti. E' struggente la scena in cui i due uomini sono in piedi, uno di fronte all'altro, sulle scale della dacia e Kotov tiene serrate le orecchie della ongara figlia Nadja, mentre apprende da Mitja di dover recarsi a Mosca. Altrettanto struggente è il motivo che Nadja continua a canticchiare per l'intero film. Si tratta di un vecchio tango, che in un certo senso lascia riaffiorare la malinconia dei tempi andati, di cui sono un commovente ricordo anche quei dolci e preziosi personaggi 'pre-rivoluzionari' interpretati dallo zio e dalle due nonne. Esso è anche il motivo musicale iniziale del film stesso. Un tango che in russo si chiama proprio 'Utomlyonnie solnze', cioè abbagliati dal sole.
Anche gli sguardi distrutti scambiati dai due ex-innamorati Mitya e Marusja sono struggenti, eppure ad una prima ignara visione credo che questo film risulti di una delicatezza inaudita.
Insomma, comunque lo vogliate interpretare, questo capolavoro della cinematografia russa - tra l'altro premiato con un Leone d'oro come miglior film straniero nel 1994 - non vi lascerà di certo indifferente. Una pagina non dimenticata nella storia degli uomini che hanno vissuto i terribili tempi di Stalin.

mercoledì 28 settembre 2011

Crimea: al confine tra Urss, Russia e Ucraina

La Crimea è l'esempio perfetto della persistenza della memoria: il passato che non passa, uno spazio fuori della percezione temporale e dalle leggi della fisica, come quella scena de 'Il Maestro e Margherita' di Bulgakov in cui Lichodeev si ritrova privo di coscienza sulle coste della località balneare di Yalta, sbalzato fuori da una Mosca in subbuglio per via dell'arrivo del diavolo, teletrasportato nel tempo e nello spazio come per magia.

La Crimea oggi è uno spazio che geopoliticamente appartiene all'Ucraina, il suo nome ufficiale è Repubblica autonoma di Crimea, ha un suo parlamento e una sua capitale, Sinferopol, che prende ordini dal Kiev.
Quando nel 1954 Nikita Chrushov, segretario del PCUS regalò la Crime all'Ucraina, lo fece come gesto simbolico, poichè l'Ucraina faceva comunque parte dell'Unione Sovietica. Nessuno in quello spazio temporale che pareva non dovesse finire mai e che con esso non sarebbe mai finita la super potenza sovietica, poteva immaginare che a distanza di 50 anni la Crimea sarebbe rimasta terra si contesa tra l'erede Russia e la damigella Ucraina.
La Crimea è una pietra preziosa legata alla costa meridionale dell'Ucraina per mezzo del sottile istmo di Perekop. Immersa nelle calde acque del Mar Nero, si trova alla stessa latitudine del Sud della Francia. Incantevole e rigogliosa, con una costa segnata da curve sinuose e scogliere luccicanti, era un avamposto strategico per la flotta navale sovietica, meta di villeggiatura prima per gli zar, poi per tutto il Politbjuro.
Quando, ai tempi del comunismo, le ferie erano pagate dal datore di lavoro e si andava tutti in vacanza nello stesso posto, le 'stazioni balneari' situate nei pressi di città marittime come Fedosija, Massondra e Yalta pullulavano di sanatori statali, aree termali e centri di assistenza sanitaria gratuita.
I vigneti di Massondra erano la cantina vinicola che produceva lo champagne color rubino per lo zar. Yalta e Foros, baciate dal sole, erano cariche di frutteti e campi di grano dorati.
Inoltre la Crimea, benedetta da un clima mite tutto l'anno, a differenza della Russia - il cui permafrost si estende per tutto quel quinto di territorio che va al di là del Circolo Polare Artico - non vede mai i suoi porti gelare. Quando a febbraio a Mosca si raggiungono anche i 12 gradi sotto zero, a Yalta ce ne sono 6.
Quando sono nate le repubbliche indipendenti, a seguito della caduta dell'Urss, la Crimea con tutte le sue basi militari navali diventò territorio ucraino. Ma la Russia aveva e ancora oggi ha un asso nella manica.
L'Ucraina, infatti, ha nei confronti della Russia un assoluto bisogno di gas e petrolio e un debito che ammonta a circa un miliardo di dollari. Ad oggi, con l'arrivo del potere del presidente ucraino filorusso Viktor Yanukovic, i due paesi hanno raggiunto un pacifico accordo: la flotta russa ormeggiata nelle acque del Mar Nero al largo delle coste della Crimea rimarrà di stanza fino ad almeno al 2017. Alcuni dicono che l'Ucraina sarà e rimarrà sempre attanagliata dal giogo russo fino a quando persisterà il debito. Altri sostengono che la flotta russa rimane un orgoglio d'identità russa e un retaggio della vecchia marina sovietica, così come lo è per certi versi l'intera Crimea. Ad oggi il bunker militare segretissimo in tempo di guerra fredda apre le sue pesanti porte di titanio addirittura al turismo e permette ai visitatori di entrare per vedere l'intera flotta ormeggiata.
Insomma, questa Crimea più che una penisola nel Mar Nero sembra un'àncora gettata negli abissi del tempo. Sebastopoli, che per molti anni dell'era sovietica era una città nella quale era proibito entrare senza permesso, rimane una città di eroi, fitta di cimeli di guerra, di monumenti commemorativi e nel 1945 le fu assegnato l'Ordine di Lenin e il titolo di città degli eroi per aver resistito per 245 giorni all'assedio tedesco durante la Seconda Guerra Mondiale.
Ma non è tutto, la storia della Crimea insegna che nessun luogo resta a lungo nelle stesse mani. Nella sua storia, la penisola è stata conquistata da un'altra popolazione ad oggi ancora presente, quella dei Tatari, e che rivendica i propri  diritti alla sua terra da quando nel 1989 Michail Grobaciov autorizzò i tatari a tornare in Crimea.
Molti vivono ormai confinato in baracche abusive tra Simferopol e Bakhcisaraj in attesa di riacquistare i loro antichi territorio. I tatari si dichiarano filoucraini, più per via della vecchia abitudine all'odio nei confronti del regime sovietico, che non per reali motivi. Ma qui la Russia sopravvive anche nelle  parole, il russo è la lingua franca usata nella maggior parte delle scuole e nelle amministrazioni pubbliche. La gente dimenticata in questo lembo di estremo sud di terra russo-ucraina vive ancora dei residui della vecchia Unione Sovietica e ama ricordare i fasti e gli onori della marina sovietica. Ancora appollaiata negli edifici in stile bunker di cemento armato, osserva le carcasse arrugginite delle navi di guerra russe ferme nel porto, sui cancelli del parco Primorskij si trovavo ancora le effigi della falce e martello, il carattere degli abitanti del posto è brusco e poco incline al turismo e si porta dietro un'attitudine scontrosa come peggiore reliquia ereditata dall'Urss. Forse la storia e la politica avranno il potere di dividere la Crimea dall'Unione Sovietica, ma sradicare i retaggi dell'Unione Sovietica dalla Crimea sembra un processo ancora molto lontano.

martedì 27 settembre 2011

Lichachev Dimitri - La mia Russia

Vi segnalo questo libro di ricordi autobiografici della vita dell'autore. Il libro ha un titolo meraviglioso 'La mia Russia' e non nascondo che da grande appassionata di Russia, avrei sempre voluto scrivere un romanzo con lo stesso nome. Forse un giorno ce la farò anch'io a raccogliere i miei ricordi e a parlarne come se fossero storia? D'altronde, la mia prima visita in Russia risale all'ormai lontano 1994 e a quel tempo si era ancora in clima di post Perestrojka. Ma questa era ed è tutta un'altra storia rispetto a quella rievocata da Dmitri Sergeevic Lichacev, nato a Leningrado nel 1906 e morto nel 1999.
La sua Russia è unica nei suoi ricordi, ma anche molto simile a quella di tanti russi contemporanei, ai quali è capitato di vivere una sorte simile all'autore. Quella di una Russia in pieno bolscevismo, in pieno stalinismo e in pieno clima di purghe e deportazioni. La parte più sostanziosa di questi ricordi è dedicata al periodo trascorso alle Solovki, in seguito alla deportazione per motivi politici e il finale ha interi capitoli dedicati a personaggi letterari ai quali l'autore ha voluto rendere memoria e omaggio.
Una lettura velata di malinconia e forse anche di molta amarezza, dato che il corso della storia russo-sovietica ha cambiato i connotati di vite illustri e meno illustri e di un popolo che ha fatto i conti con 70 anni di repressione e dittatura. Sono d'accordo sul fatto che, molti dei libri scritti sul tema delle deportazioni ordinate ad opera di Stalin debbano avere un preciso scopo di 'autoconservazione' e che sebbene siano ricordi difficili da conservare, portino con sè, pur sempre, il segno di vite vissute nel bene e nel male.

Caccia a ottobre rosso

Il comandante della marina sovietica Marko Ramius, interpretato da uno strepitoso Sean Connery, sta guidando il suo sottomarino nucleare a propulsione silenziosa 'Ottobre Rosso' verso una rotta sconosciuta.
Insieme al primo ufficiale Vassili Borodin, fedele braccio destro del comandante, Ramius custodisce un  segreto che sarà fatale a tutta la marina militare sovietica e a tutto il Politbjuro, che nell'imbarazzo generale, si vedrà costretto ad avvisare il governo degli Stati Uniti per trovare l'Ottobre Rosso e riportarlo in Unione Sovietica.

Si scatena così una caccia furibonda nelle gelide acque dell'atlantico per congiurare il pericolo di una guerra nucleare. Poderosa trama, tratta dall'omonimo romanzo del maestro dello spy-thriller Tom Clancy e credibili interpretazioni di illustri nomi come Sam Neil e Alec Baldwin, quest'ultimo analista esperto di sottomarini nucleari protagonista di una delle scene più belle del film. Quando, infatti, Jack Ryan si troverà costretto a portare a bordo dell'Ottobre Rosso una comunicazione di vitale importanza per tutto l'equipaggio, l'unico modo per poterlo fare sarà saltare giù da un elicottero sul dorso del sottomarino nel bel mezzo dell'oceano in tempesta.
Ricordo una delle più divertenti battute che nel tempo ho fatto mia, ogni qual volta mi trovassi in una situazione difficile e grottesca: 'La prossima volta che ti viene un'idea, scrivila e basta.' e' questo ciò che dice a se stesso Jack ryan prima di saltare dall'elicottero in volo sopra il sottomarino russo e finire in mare.
E' quasi toccante, invece, il momento in cui tutto l'equipaggio, fiero della propria missione, intona l'inno sovietico ed è elettrizzante la scena della sparatoria, quando a bordo si scopre che c'è un sabotatore.
E' commovente il momento in cui l'ufficiale Borodin, ferito a morte, saluta per sempre il suo sogno di possedere un ranch nel Montana.
In un inseguimento mozzafiato tra i Canyon degli abissi a largo di Terranova, Ramius mette in mostra tutta la sua maestria di pilota di sommergibili per poi finire sconfitto solo a metà. in un classico finale dove gli americani. come sempre sono i più buoni e i sovietici i cattivi e gli 'sfigati'. La vera vittoria di Ramius, infatti, è la fuga sul sottomarino, venuto in soccorso, che lo porterà al largo delle coste del Maine e in salvo sul territorio americano, per chiedere asilo politico.
Per una volta, devo dire che il film ha superato il romanzo, che al contrario è molto più complesso e molto meno romantico e certamente molto meno attento ai dettagli.

venerdì 23 settembre 2011

La casa Russia

In questo film c'è tutta la mia Russia e ad esso sono indissolubilmente legata. Conosco la colonna sonora, i precisi posti dove è stato girato sia a Mosca che a Leningrado e in essi mi sono recata decine di volte durante i miei viaggi. So a memoria quasi tutte le battute del film e adoro l'interpretazione degli attori: Sean Connery, Michelle Pfeiffer e Klaus Maria Brandauer.
Dopo aver contato fino alla venticinquesima volta, ho smesso di contare tutte le volte che l'avrò visto.
Nei freddi pomeriggi d'inverno del 1992, dopo la scuola, inserivo la VHS nel videoregistratore e con in mano una tazza di tè bollente, cominciavo a sognare.
Ho visto questo film per la prima volta nell'autunno del 1991, non sapevo ancora che esso era l'adattamento cinematografico del grande regista Fred Schepisi, da un romanzo best seller dell'altrettanto grande John Le Carrè.
All'epoca non sapevo nemmeno che cosa fosse davvero la Russia. Non c'ero ancora stata e quindi proprio grazie alla magnifica fotografia di questo film cominciavo a sognare una mia Mosca: l'immensa Piazza Rossa, immagine sulla quale si apre il film, i magazzini generali del Gum, dove Barley e Katja si recano insieme al loro primo incontro, l'hotel Moskva dal quale in lontananza si intravede la basilica di San Basilio con le sue guglie colorate, il parco Cholomenskoe, ma anche gli interni degli edifici dai soffitti bassi, la tappezzeria opprimente e la moquette rialzata dei corridoi degli alberghi, il lampadari di cristallo , la tavola apparecchiata con tante bottiglie senza etichetta nella dacia al villaggio degli scrittori di Peredelkino e le splendide stazioni della metropolitana più stupefacente del mondo...e questo solo per citare alcune delle cose che si possono ammirare di Mosca, in questo film.
Ogni singolo posto, ogni parola, ogni battuta sono un rimando poetico alla immensa cultura russa. E' da qui che ho attinto per individuare le prime grandi opere letterarie, che sono poi andata a cercarmi in biblioteca e a leggere. Una su tutte, le opere di Boris Pasternak. Quando Barley e Dante si parlano al cimitero degli scrittori di Peredelkino e si promettono fedeltà, Barley chiede a Dante: 'Dante, amico, sei venuto a porgere i tuoi saluti al vecchio Pasternak?' e io allora mi domandavo 'chi sarà questo Pasternak?' e poi correvo a cercare i suoi libri e leggevo le sue poesie durante le ore di  italiano a scuola.
Dante, di contro, recitava versi di un poeta precedente chiamato Pecerin, che io confusi con Peciorin, protagonista di 'Un eroe del nostro tempo' e che quindi mi ritrovai a leggere, quasi per equivoco, e poi scoprii essere un capolavoro del romanticismo russo.

                   'Com'è dolce amare il proprio paese, desiderarne la sconfitta e in quella sconfitta scorgere l'alba della rinascita universale'

Questi erano i versi che Dante recitava a Barley e ai quali si ispirava per trovare la forza di tradire il suo paese e pubblicare il suo romanzo.
E' in questo film che ho visto per la prima volta lo storico Hotel Ucraina, nel quale alloggia Barley e nel quale, prima di partire per Leningrado siede sui propri bagagli, come suggerito da Katja. Così scoprii che, i russi prima di un lungo viaggio si siedono sulle proprie valigie pronte, recitano qualche poesia e poi si mettono in cammino. Con i miei occhi ho visto dal vivo questo momento e mi sono immalinconita ripensando alla mia semplice ingenuità di spettatrice di un film, quando 10 anni dopo, la signora che mi ospitava nell'appartemento del Kutuzovskij Prospekt di Mosca (dove si trova proprio l'hotel Ucraina), si è seduta sui suoi bagagli, ha aspettato un po' e poi si è alzata per partire per Kiev.
Insomma, ho trovato di tutto in questo film, ogni battuta era un piccolo seme che, se raccolto e coltivato, nascondeva immensi cieli di conoscenza.
La colonna sonora di Brandon Marsalis è uno dei dischi più belli che abbia mai comprato e mi ricorda sempre la scena del film in cui Barley, seduto nel vagone ristorante del treno che lo porterà a Leningrado. osserva le dacie della campagna moscovita dal finestrino e sente crescere dentro di sè il suo amore per Katja.
Quelle dacie sono così umili e commoventi come il cuore della sua amata e in quel momento la musica irrompe e la famosa taskà divampa.
Katja è la tipica donna moscovita dell'era sovietica. Avvolta da strati di lana, perseguitata da una vita di stenti, separata dal marito 'come quasi tutte le copie qui a Mosca', che vive in un minuscolo appartamento della periferia, insieme ai suoi due figli e allo zio Matvej.
E' a lei che Barley dedica una delle più romantiche frasi del film, quando intrappolato dalle pareti della piccola cucina di Katja che si dichiara e dice: 'Ti amo...di un amore maturo ed elettrizzante. Tutti i miei fallimenti erano la strada che mi portava a te...Tu sei il mio solo paese, ormai.'
Katja è stata l'amante di Yakov Efemovic Savelev, ovvero Dante e racconta la sua gioventù in Urss. Attraverso lei conosciamo come i giovani russi abbiano vissuto l'invasione dei carri armati nella Praga del 1968, mentre alle sue spalle e alle spalle di Barley risplendono le cupole blu della cattedrale di Zagorsk, appena fuori Mosca; una delle prime mete che si incontrano quando si inizia il classico giro dell'anello d'oro.
Barley giunge a Leningrado e subito si vede la magnificenza della città di PIetro il Grande, i suoi giardini d'estate, il Cavaliere di Bronzo e il cielo plumbeo e infinito sopra la Neva.
Dante aspetta Barley seduto su una panchina dei Campi di Marte e insieme vanno in una silenziosa Piazza del Palazzo d'Inverno. Ancora una volta decine di rimandi storici, letterari e poetici.
Se e quando guarderete questo film, non perdetevi questi particolari. Non credo che Schepisi, nel girare questa pellicola, sia incappato in certi scenari per caso e forse la trama intricatissima del film in sè, che lascio a voi decifrare, era solo un pretesto per mostrare al mondo per la prima volta nella storia sullo schermo la Russia del 1990, la Russia che pochi in occidente avevano già visto così, la Russia che  sarebbe rimasta soltanto per un anno ancora la triste Unione Sovietica.
Ho amato questo film come ho amato la Russia, per molto tempo sono stati per me quasi un'unica cosa.


P.S. Una delle gemelle di Mosca, secondo la mia percezione di decadenza, è Lisbona. Non a caso è la città in cui Barley possiede una delle sue case. I tetti e le terrazze di Lisbona sono un piccolo cammeo perfettamente incastonato nella malinconica atmosfera di questo film. Un piccolo frammento di est Europa, rimasto incastrato in occidente. Gli splendidi scenari panoramici della polverosa città lusitana si accostano chimicamente, nei colori e nei sapori, alla Russia di quei tempi.

giovedì 22 settembre 2011

Osennij Marafon

Uno dei tanti film sovietici che adoro si chiama Osennij Marafon, ossia la maratona d'autunno.
Uno di quei film intrisi di sovietismo fino all'inverosimile, ma che porta con sè anche l'universalità del genere umano a discapito di qualsiasi differenza sociale. Inutile dire che ho imparato molto dell'animo russo anche da questa pellicola e che ho ritrovato preziosissimi particolari della vita russa in vari momenti.

Osennij Marafon è la storia di un professore e traduttore letterario, Andrei Pavlovic, che si ritrova attanagliato dalla terribile necessità di dover scegliere tra una vita tranquilla con la moglie in seno alla sua famiglia o se optare per un cambio totale e andare a vivere con l'amante. A parte donare tutta la mia comprensione al protagonista per l'immenso sforzo operato nel dividersi e dividere la sua vita tra le due donne, ho guardato e riguardato questo film per almeno tre motivi. Il primo è per godere della magnifica vista dell'alba su una Leningrado del 1978 grigia e freddissima, in una delle scene in cui Andrei Pavlovic torna a casa dalla moglie dopo aver trascorso la notte con l'amante. La cupola d'oro di Sant'Isacco è un unghia pittata dall'antico splendore pietrino sullo sfondo di una città divorata dal grigiore cementifero delle costruzioni sovietiche e l'alba che irrora questa mortifera visione è la stessa alba che costituisce il secondo motivo per cui adoro questo film. E' all'alba, infatti, che il professore si incontra con il suo amico danese Bill - con il quale sta tentando di tradurre Dostoevskij- e vestito con calzamaglia e tuta da ginnastica attillata in puro stile anni 70, tutte le mattine, esce a correre per mantenersi in forma. 
E' all'alba che il professore, nell'illusione di scappare dalla rete in cui la sua condizione di eterno indeciso è rimasta impigliata, diventa il maratoneta dell'autunno e l'autunno è lo stesso sfondo su cui si staglia quella meravigliosa tradizione russa riassunta da una tragicomica scena, in cui Bill e il vicino di casa di Andrei, Vassili  Ivanovic, si trovano nel bel mezzo di un tipico bosco russo, con la tipica betulla bianca e solitaria, con indosso scarponi e bastone per andare alla ricerca di funghi. Ed è questo il terzo momento. Non c'è niente di più russo che possa annunciare l'arrivo della stagione autunnale, come una scampagnata nelle piatte e sconfinate lande per cercare i funghi, che le donne e le babushke russe metteranno a marinare sottovetro e riporranno nel doppio fondo delle finestre di città per mantenerli freschi abbastanza da poterci fare ottime zuppe per l'inverno. 
Ci sono tanti altri piccoli motivi per cui questo film, ai miei occhi e forse anche a quelli dei russi stessi, esso sprigioni tutta la sua 'russità'. Uno fra tutti, l'iniziazione alla 'vacanza alcolica' da parte del pestifero vicino di casa nei confronti di Bill. Quando tutti sono seduti al tavolo della cucina di Andrei Pavlovic il primo brindisi è 'alla conoscenza'; cosa alla quale i russi tengono particolarmente ad osservare quando bevono in compagnia e quando c'è un nuovo arrivato.
Dopo il brindisi, il vecchio vicino annusa, in un altro gesto molto russo, una fetta di pane nero per contrastare il sapore stucchevole della vodka, appena ingurgitato in un unico rigoroso sorso. Ma la 'russità' raggiunge il suo culmine con la frase conclusiva della bevuta 'chorosho sidim', una di quelle espressioni della lingua russa quasi non traducibile, con la quale si vuole comunicare la predisposizione del popolo russo a identificare un momento conviviale con il momento di sorbire l'acquetta (come loro la chiamano), ovvero la vodka.
Il verbo 'sidit' significa 'stare seduti', accomodarsi e lasciarsi andare al momento di abbandono e di riposo che susciterà l'alcol.
La colonna sonora di questo film è l'inconfondibile gingle che rimane nella mente, che ossessiona e accompagna gli spostamenti frenetici del protagonista, una marionetta ipnotizzata da queste potenti note e fino all'ultima scena indeciso, incapace, inetto come un sovietico Peciorin di 'Un eroe del nostro tempo', come un tiepido idiota dostoevskijano perso nella nebbia della sua corsa mattutina contro se stesso, contro la lugubre Leningrado e la ripetitività ossessiva della monotonia sovietica di quei tempi andati.