MATRIOSKla

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domenica 30 ottobre 2011

Terranova - Close the door

Si tratta di una band tedesca che ho avuto modo di scoprire qualche anno fa leggendo una recensione sulla rivista, che per molto tempo è stata per me una bibbia musicale alternativa, cioè il Mucchio.
Nel mio periodo di scoperta di musica elettronica alternativa ho iniziato ad ascoltare 'Close the door' del 1999.
Considerando il titolo della prima traccia in apertura di disco che si chiama 'X-files', forse non avrei dovuto stupirmi del genere di atmosfera che si respira per il proseguo del disco.
Sonorità soffuse e spesso inquietanti almeno per una buona metà dell'album, di certo fino all'apice più cattivo di 'Bombing Bastards' e alle due tracce successive di 'Never' e 'Midnight Melodic', che fanno precipitare in un'ambientazione quasi fantascientifica. Queste ultime potrebbero essere la colonna sonora di una puntata di x-files appunto., mancano solo le navicelle spaziali e i raggi intergalattici.
Intendiamoci, una musica elettronica di qualità, che guida e conduce ad un ascolto piuttosto sofferto e carnale e che nello stesso tempo trasporta in uno stato più laconico e ipnotico attraverso le voci femmininili e pacate di 'Close the door', 'Sugarhill' e 'sweet bitter love'.
Un disco difficile da abbinare ad una sola situazione, piuttosto eclettico e con una punta di misteriosità ammaliante, a mio personale giudizio nelle tracce più paurose e stranianti, che non in quelle trance-pop.
Un genere  elettronico da viaggio spaziale.

giovedì 27 ottobre 2011

Gorkij Park - film

La penna di Martin Cruz Smith ha dato spesso vita a storie e romanzi memorabili. Solo per citarne uno 'Il nostro uomo a l'Havana' e ovviamente il cult Gorkij Park.
Ma in questa sede vorrei ricordare il film di Michael Apted, che negli anni 80 - la sua uscita esatta è del 1983 - fu un thriller piuttosto riuscito. 
Ricordo di aver visto questo film per la prima volta alla tv pubblica e successivamente su uno dei due canali a pagamento di telepiù in un grigio sabato pomeriggio del 1993. In quest'ultima occasione, l'annunciatrice del film dava alcune brevi notizie relative al film e ricordo che mi colpì apprendere che le scene in esterno erano state girate in Finlandia e Svezia, perchè a quei tempi l?unione Sovietica non permetteva riprese del proprio paese da parte di produzioni occidentali, a causa della guerra fredda.
Dunque nonostante questi impedimenti non trascurabili, non essendo stata, a quei tempi, ancora in Russia, identificai alcuni posti del film con la vera Russia che, nel lontano 1993, soltanto sognavo.
Prendiamo il parco della 'cultura e del riposo', Gorkij appunto, come lo chiamano i russi. Nel film esso è teatro del macabro ritrovamento di tre cadaveri sfigurati nel cuore di Mosca. Viene rappresentato come una desolata distesa di ghiaccio, adornata da una scarsa illuminazione notturna e da una casetta dotata di altoparlanti dai quali si propaga 'Il lago dei cigni', azionati dalla tipica babushka - anche se sarebbe meglio chiamarla dzhurnaja - durante il giorno. Quando poi, a distanza di molti anni vidi con i miei occhi il vero Gorkij Park rimasi delusa, anche se dovrei dire ammirata, dal senso di giovialità che il parco trasmette sia d'estate che d'inverno. Certo, erano passati quasi vent'anni dal tempo in cui gran parte del mondo occidentale, il vero Gorkij Park si poteva solo ipotizzarlo mentalmente. ed erano passati almeno 3 governi dalla caduta del comunismo.
Anche l'investigatore capo Arkadij Renko era un frutto perfetto della fantasia e dell'immaginario collettivo; non solo di M.C. Smith, ma anche di tutti noi spettatori.
Renko, protagonista del film, interpretato da un magnifico e statuario William Hurt ha il volto emaciato, il colbacco con la stella rossa appuntata in fronte e nonostante la sua alta carica, vive dimessamente in uno squallido appartamento moscovita e si muove per la città con una sgangherata auto di servizio della polizia: uno dei modelli Lada.
Avvezzo all'alcol e alla provocazione agisce con pochi amici al fianco, all'oscuro di una macabra macchinazione inscenata per nascondere un traffico illecito di pellicce di zibellino, orchestrata dal corrotto capo della polizia sovietica Pribluda, il KGB e il commerciante americano Jack Osbourne.
La placida stuzia di Renko intuisce in quest'ultimo il possibile assassino, il quale, forte dell'appoggio dei suoi complici corrotti, tratta Renko con sufficienza e intravede in lui la tipica e sonnolenta indolenza sovietica.
Ma è proprio a questo punto che si svolge una delle mie scene preferite. Arkadij Renko incontra per la prima volta in una piscina pubblica Jack Osbourne ed è raggiante come un bambino di fronte al vasetto di marmellata. Per la prima volta nella sua vita, infatti, Renko vede un americano in carne e ossa. E' quasi assurdo pensare oggi che  così come per noi occidentali era molto raro molto raro a quei tempi conoscere un sovietico, la stessa cosa valeva per loro nei nostri confronti.
L'ingenua arrendevolezza che arriva agli occhi di Osbourne, che vede Renko fingere di brancolare nel buio, fa dire a quest'ultimo una frase che per molto tempo ho fatto mia: 'la pazienza offre grandi doni ai suoi adepti'. Questa frase corona magnificamente questa intima scena, che vuole mimare l'abitudine dei sovietici a trascorrere i loro momenti di riposo nelle calde piscine pubbliche. Non a caso a Mosca, ai tempi dell'Urss, sorgeva una piscina all'aperto, riscaldata d'inverno, che adesso è stata completamente smantellata e al suo posto si erge la magnifica basilica del Cristo Salvatore.
Infine, la figura di Irina, ingenua ragazza nata in Siberia, caduta nella rete di Osbourne e combattuta tra l'amore appassionato di Renko e i soldi dell'americano, è la chiave di tutto fino a quando, come da soliti stereotipi, scapperà dal suo paese per fuggire all'estero e tradire la sua patria.
Un bel thriller da gustare e osservare, per scorgere tra gli sforzi immaginifici del regista tutti gli accenni ad un mondo misterioso ormai scomparso.

mercoledì 5 ottobre 2011

Tracy Chapman - New Beginning

Su youtube ho trovato un'intervista di Tracy Chapman, di qualche anno fa, relativa a un album che comprai, appena uscito, nel 1995. Si tratta di 'New Beginning', che in questi mesi sto riascoltando o forse, dovrei dire, che sto davvero capendo nonostante siano passati 16 anni da quando lo acquistai.
Nell'intervista Tracy sottolinea il fatto che, il titolo di quest'album doveva ricordare come sia possibile per tutti avere una possibilità di ricominciare un capitolo della propria vita, in qualsiasi momento sia necessario. 'Il nuovo inizio' per Tracy coincide con un disco molto più maturo, elaborato, lungo e pieno di successi creati con un nuovo spirito e uno stile molto più lungimirante.
Ricordo che la prima canzone che mi colpì fu 'Smoke and Ashes'. Mi piaceva il sound arioso, così raffinato e fluttuante, il suo cambio di tempo verso la fine del brano. Ancora oggi mi piace per lo stesso motivo, dunque una canzone che regge molto bene il tempo. Forse quando avevo 19 anni e ascoltavo la title track non mi piaceva molto il ritmo reggae, così monotono e ripetitivo, ma oggi capisco il richiamo dei suoni giamaicani e africani che sicuramente interessavano questa artista afro-americana.
Ma il vero successo di questo disco, che ancora viene citato come uno dei principali successi della carriera di Tracy fu 'Give me one reason', un brano blues meraviglioso, di cui solo oggi apprezzo a pieno la maestria, il ritmo, l'energia. Ai tempi non capivo il fascino della musica blues, preferivo di gran lunga perdermi nei brani più malinconici, leggere i lunghi testi di 'Remember the tinman', che è una delle canzoni più ferocemente tristi della storia; ma di una tristezza non banale, non data in precedenza, una poesia da inserire nelle antologie della letteratura.
'The Promise' è altrettanto struggente, ma di uno struggimento dolcissimo, quasi rassomigliante ad una ninna nanna. 'At this point in my life' mi porta dritta al cuore di questa voce meravigliosa e, come 'Cold feet', mi trascina in una dimensione quasi extra corporea: io non sono quasi più io, ma sono un cielo immenso, sopra una immensa distesa di un qualche pianeta in fiore. Ecco, perdonatemi il momento lirico, ma la Chapman mi fa quest'effetto con la sua musica e la sua voce soul.
Uno dei migliori dischi che nella mia incosciente adolescenza ho acquistato e che nella mia età matura sto continuando ad amare, sto scoprendo, come se quel disco lo avessi comprato oggi.

venerdì 30 settembre 2011

Zemfira

Se vi interessa provare ad ascoltare un po' di musica russa contemporane, vi consiglio di iniziare con una bravissima pop star di nome Zemfira. Nata il 26 agosto del 1976 a Ufa, nella regione russa della Bashchiria, il suo nome di battesimo è Zemfira Talgatovna Ramazanova ed è un vero e proprio talento musicale. E' autrice e interprete delle proprie canzoni ed ha pubblicato il suo primo album omonimo 'Zemfira', nel 1999. Ad esso è seguito 'Prosti menja maja ljubov', che è stato un successo di vendite incredibile con un milione e mezzo di copie vendute in tutta la Russia e dal quale vi consiglio di cominciare. Un disco che non potrà lasciarvi indifferenti nonostante la difficile decifrazione della lingua russa, perchè le melodie orecchiabili e l'impatto musicale sono tratti che travalicano il suono delle parole, per noi occidentali, così insolito.
Di questo disco, quasi tutti i brani sono stati dei grandissimi successi, primo fra tutti la canzone che dà il titolo all'album, ma anche la rockettara Iskala e le potentissime Sozrela e Nenavizhu, bellissimi i brani più lenti come Sigarety e Chocesh. Insomma un disco fortissimo, quel tipo di dischi che crea l'imbarazzo della scelta su quale canzone ascoltare per prima o che suscita una certa ansietà nel passare alla canzone successiva perchè tutte sono fortissime.
Per quanto mi riguarda, la mia 'conoscenza' con Zemfira si è materializzata, come spesso capita per le cose più belle della vita, per puro caso. Mentre mi trovavo a Mosca nell'autunno del 2000, alla radio passò il successo di Zemfira del momento 'Do svidanja' e fu un colpo di fulmine incredibile. Ancora oggi  considero questa canzone, oltre che un ricordo preziosissimo per il mio lungo soggiorno sabbatico di 24enne, una delle canzoni più belle in assoluto di questa talentuosa cantante. Ascoltatela!

giovedì 29 settembre 2011

Il Sole Ingannatore

Se il grande, immenso, straordinario Nikita Michalkov aveva intenzione di girare un film sul più grande orrore che la Russia sovietica abbia mai visto, penso che con questa sublime pellicola ci sia riuscito in un modo semplicemente geniale.
Non credo si possa completamente essere in grado di seguire, capire e apprezzare la storia che Michalkov racconta, senza sapere abbastanza della storia russa contemporanea e di tutti i suoi piccoli, personali e umani risvolti di cui essa stessa sia stata testimone.
L'intenzione narrativa di questo film sembra orientata verso una corrente contraria al solito gesto cinematografico di raccontare i fatti della storia. Qui, infatti, si ha l'impressione che siano i fatti storici e fermarsi ad osservare le tragedie degli uomini che la storia del mondo si fermasse e si mettesse a guardare se stessa davanti ad uno specchio.
Il colonnello Kotov, eroe della Seconda Guerra Mondiale, interpretato dallo stesso magistrale Mikalchov, si trova nella sua dacia di campagna insieme alla moglie Marusja e alla piccola figlia Nadja per trascorrere una tranquilla giornata con il resto della sua famiglia e godersi tutto il calore familiare, giusta ricompensa per le sue immense fatiche. La ricomparsa inaspettata di Mitja in quello stesso giorno, però, suscita scompiglio e imbarazzo perchè insieme a lui riaffiorano dolorosi fantasmi del passato. Tutto, con l'incedere del film, si ricompone. Mitja, interpretato da un sempre magnifico Oleg Menshikov, era l'uomo destinato a Marusja fin dalla loro prima giovinezza e quando, con lo scoppiare della guerra, Mitja viene allontanato dalla famiglia il loro amore si interrompe e Marusja tenta di tagliarsi le vene. Ora che sono passati parecchi anni, i segni sui polsi di Marusja e in seno alla famiglia stessa sembrano rimarginati e un comodo equilibrio sembra essere stato ristabilito. Ma Mitja, che ormai fa parte della polizia politica, è tornato per distruggere tutto ciò che gli è stato portato via. Per una assurda e quantomai sospettosa coincidenza del destino, ora, l'incarico di Mitja è quello di arrestare e riportare con la forza proprio il colonnello Kotov.
Solo la storia saprà- ed insieme ad essa tutti i suoi posteri - quale sarà il destino terribile che attenderà a Mosca l'eroe della Grande Guerra Patriottica Kotov. 
Quell'equilibrio che sembrava conquistato con l'amore e la fedeltà per la propria patria da Kotov, quella fede cieca nell'avvenire della terra sovietica viene distrutta dall'arrivo della nuova politica del terrore operata da Stalin attraverso tutti i suoi uomini.
Kotov, il 'cieco della Rivoluzione' è soltanto uno dei tanti abbagliati da quello che Michalkov chiama struggentemente 'il sole ingannatore'. Dopo aver letto di tutto sulla follia ossessiva di Stalin e della paura che intrappolava li popolo russo dentro casa propria, non ho potuto far altro che adorare tristemente le sottigliezze poetiche di questo film. In particolar modo, ho condiviso i diversi tipi di dolore che catturano i due principali protagonisti della storia e il oro diversi, e tuttavia uguali, destini inflitti e autoinflitti. E' struggente la scena in cui i due uomini sono in piedi, uno di fronte all'altro, sulle scale della dacia e Kotov tiene serrate le orecchie della ongara figlia Nadja, mentre apprende da Mitja di dover recarsi a Mosca. Altrettanto struggente è il motivo che Nadja continua a canticchiare per l'intero film. Si tratta di un vecchio tango, che in un certo senso lascia riaffiorare la malinconia dei tempi andati, di cui sono un commovente ricordo anche quei dolci e preziosi personaggi 'pre-rivoluzionari' interpretati dallo zio e dalle due nonne. Esso è anche il motivo musicale iniziale del film stesso. Un tango che in russo si chiama proprio 'Utomlyonnie solnze', cioè abbagliati dal sole.
Anche gli sguardi distrutti scambiati dai due ex-innamorati Mitya e Marusja sono struggenti, eppure ad una prima ignara visione credo che questo film risulti di una delicatezza inaudita.
Insomma, comunque lo vogliate interpretare, questo capolavoro della cinematografia russa - tra l'altro premiato con un Leone d'oro come miglior film straniero nel 1994 - non vi lascerà di certo indifferente. Una pagina non dimenticata nella storia degli uomini che hanno vissuto i terribili tempi di Stalin.

mercoledì 28 settembre 2011

Crimea: al confine tra Urss, Russia e Ucraina

La Crimea è l'esempio perfetto della persistenza della memoria: il passato che non passa, uno spazio fuori della percezione temporale e dalle leggi della fisica, come quella scena de 'Il Maestro e Margherita' di Bulgakov in cui Lichodeev si ritrova privo di coscienza sulle coste della località balneare di Yalta, sbalzato fuori da una Mosca in subbuglio per via dell'arrivo del diavolo, teletrasportato nel tempo e nello spazio come per magia.

La Crimea oggi è uno spazio che geopoliticamente appartiene all'Ucraina, il suo nome ufficiale è Repubblica autonoma di Crimea, ha un suo parlamento e una sua capitale, Sinferopol, che prende ordini dal Kiev.
Quando nel 1954 Nikita Chrushov, segretario del PCUS regalò la Crime all'Ucraina, lo fece come gesto simbolico, poichè l'Ucraina faceva comunque parte dell'Unione Sovietica. Nessuno in quello spazio temporale che pareva non dovesse finire mai e che con esso non sarebbe mai finita la super potenza sovietica, poteva immaginare che a distanza di 50 anni la Crimea sarebbe rimasta terra si contesa tra l'erede Russia e la damigella Ucraina.
La Crimea è una pietra preziosa legata alla costa meridionale dell'Ucraina per mezzo del sottile istmo di Perekop. Immersa nelle calde acque del Mar Nero, si trova alla stessa latitudine del Sud della Francia. Incantevole e rigogliosa, con una costa segnata da curve sinuose e scogliere luccicanti, era un avamposto strategico per la flotta navale sovietica, meta di villeggiatura prima per gli zar, poi per tutto il Politbjuro.
Quando, ai tempi del comunismo, le ferie erano pagate dal datore di lavoro e si andava tutti in vacanza nello stesso posto, le 'stazioni balneari' situate nei pressi di città marittime come Fedosija, Massondra e Yalta pullulavano di sanatori statali, aree termali e centri di assistenza sanitaria gratuita.
I vigneti di Massondra erano la cantina vinicola che produceva lo champagne color rubino per lo zar. Yalta e Foros, baciate dal sole, erano cariche di frutteti e campi di grano dorati.
Inoltre la Crimea, benedetta da un clima mite tutto l'anno, a differenza della Russia - il cui permafrost si estende per tutto quel quinto di territorio che va al di là del Circolo Polare Artico - non vede mai i suoi porti gelare. Quando a febbraio a Mosca si raggiungono anche i 12 gradi sotto zero, a Yalta ce ne sono 6.
Quando sono nate le repubbliche indipendenti, a seguito della caduta dell'Urss, la Crimea con tutte le sue basi militari navali diventò territorio ucraino. Ma la Russia aveva e ancora oggi ha un asso nella manica.
L'Ucraina, infatti, ha nei confronti della Russia un assoluto bisogno di gas e petrolio e un debito che ammonta a circa un miliardo di dollari. Ad oggi, con l'arrivo del potere del presidente ucraino filorusso Viktor Yanukovic, i due paesi hanno raggiunto un pacifico accordo: la flotta russa ormeggiata nelle acque del Mar Nero al largo delle coste della Crimea rimarrà di stanza fino ad almeno al 2017. Alcuni dicono che l'Ucraina sarà e rimarrà sempre attanagliata dal giogo russo fino a quando persisterà il debito. Altri sostengono che la flotta russa rimane un orgoglio d'identità russa e un retaggio della vecchia marina sovietica, così come lo è per certi versi l'intera Crimea. Ad oggi il bunker militare segretissimo in tempo di guerra fredda apre le sue pesanti porte di titanio addirittura al turismo e permette ai visitatori di entrare per vedere l'intera flotta ormeggiata.
Insomma, questa Crimea più che una penisola nel Mar Nero sembra un'àncora gettata negli abissi del tempo. Sebastopoli, che per molti anni dell'era sovietica era una città nella quale era proibito entrare senza permesso, rimane una città di eroi, fitta di cimeli di guerra, di monumenti commemorativi e nel 1945 le fu assegnato l'Ordine di Lenin e il titolo di città degli eroi per aver resistito per 245 giorni all'assedio tedesco durante la Seconda Guerra Mondiale.
Ma non è tutto, la storia della Crimea insegna che nessun luogo resta a lungo nelle stesse mani. Nella sua storia, la penisola è stata conquistata da un'altra popolazione ad oggi ancora presente, quella dei Tatari, e che rivendica i propri  diritti alla sua terra da quando nel 1989 Michail Grobaciov autorizzò i tatari a tornare in Crimea.
Molti vivono ormai confinato in baracche abusive tra Simferopol e Bakhcisaraj in attesa di riacquistare i loro antichi territorio. I tatari si dichiarano filoucraini, più per via della vecchia abitudine all'odio nei confronti del regime sovietico, che non per reali motivi. Ma qui la Russia sopravvive anche nelle  parole, il russo è la lingua franca usata nella maggior parte delle scuole e nelle amministrazioni pubbliche. La gente dimenticata in questo lembo di estremo sud di terra russo-ucraina vive ancora dei residui della vecchia Unione Sovietica e ama ricordare i fasti e gli onori della marina sovietica. Ancora appollaiata negli edifici in stile bunker di cemento armato, osserva le carcasse arrugginite delle navi di guerra russe ferme nel porto, sui cancelli del parco Primorskij si trovavo ancora le effigi della falce e martello, il carattere degli abitanti del posto è brusco e poco incline al turismo e si porta dietro un'attitudine scontrosa come peggiore reliquia ereditata dall'Urss. Forse la storia e la politica avranno il potere di dividere la Crimea dall'Unione Sovietica, ma sradicare i retaggi dell'Unione Sovietica dalla Crimea sembra un processo ancora molto lontano.

martedì 27 settembre 2011

Lichachev Dimitri - La mia Russia

Vi segnalo questo libro di ricordi autobiografici della vita dell'autore. Il libro ha un titolo meraviglioso 'La mia Russia' e non nascondo che da grande appassionata di Russia, avrei sempre voluto scrivere un romanzo con lo stesso nome. Forse un giorno ce la farò anch'io a raccogliere i miei ricordi e a parlarne come se fossero storia? D'altronde, la mia prima visita in Russia risale all'ormai lontano 1994 e a quel tempo si era ancora in clima di post Perestrojka. Ma questa era ed è tutta un'altra storia rispetto a quella rievocata da Dmitri Sergeevic Lichacev, nato a Leningrado nel 1906 e morto nel 1999.
La sua Russia è unica nei suoi ricordi, ma anche molto simile a quella di tanti russi contemporanei, ai quali è capitato di vivere una sorte simile all'autore. Quella di una Russia in pieno bolscevismo, in pieno stalinismo e in pieno clima di purghe e deportazioni. La parte più sostanziosa di questi ricordi è dedicata al periodo trascorso alle Solovki, in seguito alla deportazione per motivi politici e il finale ha interi capitoli dedicati a personaggi letterari ai quali l'autore ha voluto rendere memoria e omaggio.
Una lettura velata di malinconia e forse anche di molta amarezza, dato che il corso della storia russo-sovietica ha cambiato i connotati di vite illustri e meno illustri e di un popolo che ha fatto i conti con 70 anni di repressione e dittatura. Sono d'accordo sul fatto che, molti dei libri scritti sul tema delle deportazioni ordinate ad opera di Stalin debbano avere un preciso scopo di 'autoconservazione' e che sebbene siano ricordi difficili da conservare, portino con sè, pur sempre, il segno di vite vissute nel bene e nel male.