MATRIOSKla

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venerdì 29 luglio 2011

Airportman

Uno dei motivi per cui mi innamorai perdutamente dei Rem fu la realizzazione dell'album 'Up'.
Si tratta di un disco uscito ormai più di dieci anni fa. Esattamente nel 1998.
Un album che ha segnato probabilmente una svolta nel sound dei Rem, perchè a mio avviso ha reso l'ascolto della loro musica molto più complicato e molto più raffinato. Può darsi che Michael Stipe avesse deciso, allora, di fregarsene delle regole di commerciabilità del prodotto discografico e che avesse cominciato a scrivere davvero tutto quello che aveva dentro. Il primo singolo fu Daysleeper, con un tempo e una cantabilità pressochè impossibili, ma con una ricercatezza di stile e di topic al di sopra di ogni aspettativa e forse al di là del passato più folk rock della band dei tempi di 'New adventures in hi-fi', di 'Automatic for the people' o dello stesso 'Out of time'.

Personalmente, ho amato Up alla follia. L'ho ascoltato e riascoltato, e cosa strana, ricordo di averlo comprato da un mio compagno di università che piuttosto che buttarlo via me l'aveva lasciato a buon prezzo, ancora in lire italiane ovviamente, poichè lo riteneva del tutto inascoltabile. Pazzo!
Sì, c'è voluta molta pazienza e molta fiducia per apprezzare questo disco, ma poi la sua introspettiva bellezza, tutta la sua meraviglia architettonica nascosta in un disegno impercettibile che si potrebbe tracciare tra le vette iperboliche di LotusAt my most beautiful, Walk unafraid, Why not smile, Daysleeper e Parakeet e le intime pizzicate di Suspicion, The apologist, Sad professor, You're in the air e Diminished si rivelò in tutto il suo magniloquente splendore. Se unite i punti tra le varie canzoni, in un astruso arzigogolo della vostra fantasia, quasi certamente si estenderà davanti a voi una qualche semisconosciuta costellazione. Non so da dove Michael Stipe abbia tirato fuori tali sonorità,  ma non è un caso che per molti album ancora, fino almeno a 'Around the sun' abbia continuato a farlo.
Un disco ispirato da un nuovo modo di concepire la musica, forse simile solo a quello dei Radiohead, ma meno alienante e più solitario.

Sarei curiosa oggi, a distanza di tanto tempo, di sapere se quel mio compagno di università si sia poi ricomprato il disco. Come potete vedere in fondo alla pagina, ho inserito 'Up' nella classifica dei dischi più influenti della mia vita, ma questo disco non ha classifiche; ha un vero e proprio personale posto nel firmamento di un qualche ignoto sistema solare.

Casualmente, per una strana combinazione di eventi a me del tutto sconosciuti, in questo disco si trova una canzone di cui vorrei davvero conoscere l'ispirazione e la fonte. Forse Michael, come me, ama gli aeroporti per aver scritto una canzone intitolata Airportman, che ovviamente per me è diventata un inno e quasi un rito ascoltare prima di un viaggio.
Questa canzone e il suo criptico testo, che piuttosto mi sembra una poesia psichedelica post-moderna scritta osservando dalle vetrate di un aerostazione, è in verità il motivo per cui avevo iniziato a scrivere questo post, che non è una recensione del disco.
Vi lascio assaporare il testo, vi lascio alla sua interpretazione e alla sua trasposizione terrena, se mai vi riesca di farlo, per svelarne l'ambiguo messaggio; un viaggio 'fluorescente' nella eterea voce di Stipe.
                            


                                                     "Airportman"

                                                   He moves efficiently
                                                      Beyond security.
                                               Great opportunity awaits.
                                                    Airport fluorescent
                                                     Creature of habit
                                            Labored breathing and sallow skin
                                                         Recycled air
                                                     Moving sidewalks
                                                 Great opportunity blinks.
                                                 Great opportunity blinks.
                                                         Discounted.

                                                     The people mover
                                                     The people mover
                                                         Discounted. 



giovedì 28 luglio 2011

The Ramen Girl

Vi ho già parlato della mia passione per i Ramen, cioè gli spaghetti di soba giapponesi in brodo. E' questa passione che mi ha spinto, ovviamente a cercare informazioni in rete su questo piatto.
Mi sono imbattuta in un film davvero coinvolgente, sebbene molto romanzato rispetto alla realtà, che si chiama 'The Ramen Girl'.
Diretto da Robert Allan Ackerman e uscito nel 2008, è la storia di Abby una ragazza americana appena abbandonata dal fidanzato, che si ritrova da sola a Tokyo.
In preda alla più cieca disperazione, una sera decide di recarsi un ristorante dove si servono solo Ramen.
Assodato il potere 'rigenerante' che questo piatto ha sui clienti e su se stessa, Abby decide di riprendere in mano la sua vita e imparare a cucinare questa specialità.
Come una sorta di versione femminile di 'Karate Kid', Abby si presterà, all'inizio, a sopportare le umiliazioni e le discriminazioni di un cuoco-padrone severissimo e privo di qualsiasi fiducia nelle possibilità della ragazza.

La leggerezza del film facilità la conoscenza stessa con il cibo e la cultura giapponese, il finale piuttosto indovinabile ne impoverisce l'idea e lo rende leggermente inverosimile, ma per chi come me è in astinenza di Ramen a vita, questo film può essere un buon surrogato per placarsi la voglia di spaghetti.
L'idee che riescono a emergere dal film sono l'attaccamento alle tradizioni del Giappone nei confronti della propria arte culinaria, l'estrema dedizione al lavoro, l'impegno per riuscire nel proprio intento, a tutti i costi. Idee a metà tra i soliti stereotipi giapponesi e le aspirazioni di tutti.

Il mio voto a questo film è 7/10.

Chicago O'Hare International Airport e il fascino degli aeroporti

Adoro gli aeroporti. Adoro gli spazi immensi che non appartengono a nessuno, la promessa di un luogo che è il crocevia e insieme il trampolino verso un volo che ti porterà in un paese sconosciuto. Adoro l'aria di plastica che emana dagli aspiratori. Adoro la solitudine nel caos. L'isolamento.
Adoro il brulicare della gente che trascina il proprio bagaglio colorato e tiene stretto fra le proprie mani passaporti sui quali si leggono, o non si leggono, i nomi in lingua originale dei paesi di provenienza. E' affascinante immaginare un enorme amplificatore mentale dei pensieri attraverso il quale ascoltare all'unisono tutte le lingue del mondo, provenienti da tutte quelle teste in cammino.
E' affascinante osservare le divise scintillanti delle più svariate compagnie aeree, le loro procedure di check-in e imbarco, ricordare le sigle delle città di destinazione, leggere i nomi delle capitali o delle principali località del mondo.
E' quasi surreale pensare che l'aeroporto non abbia una vera origine, un'identità; è una terra di nessuno. E' un posto di transito, un purgatorio terreno, un satellite.
I passeggeri hanno ognuno la propria storia, le proprie manie, i propri volti. Il loro paese ha una bandiera, ma quale sarà? E lo scopo della loro visita o della loro dipartita quale sarà?

L'aeroporto è un luogo che non esiste, ma esiste. Ha un odore, ma in realtà ne ha infinite varietà. Ma soprattutto è un luogo dove non esistono mai requie, nè notte e neppure la fine del giorno.

Ho lavorato in aeroporto, precisamente a Milano-Malpensa.
Di quel tempo mi è rimasto nella memoria una cosa fra tutte: l'odore dell'aeroporto. Ognuno ha il proprio.
Quando entro a Malpensa sento l'odore del caldo della divisa da check-in agent appena indossata, sento l'odore delle valigie appena fatte, miste alla plastica del banco di registrazione. Sarà che Malpensa mi ricorda il mio passato lavoro, ma comunque ha un odore.

In vista del mio futuro viaggio a Chicago, sono curiosa di conoscere l'odore dell'O'hare International Airport.
Per ora di questo aeroporto so appena le informazioni fondamentali. Fu aperto nel 1955 e intitolato al pilota Edward O'hare, pilota di marina durante la Seconda Guerra mondiale. La sua sigla è ORD. E' situato a soli 27 chilometri nordovest dall'area di Chicago chiamata Loop. E' il principale hub della United Airlines (cioè il cuore della città), nel 2008 ha avuto una media di 2409 operazioni giornaliere e prima del 2005 era l'aeroporto più trafficato del mondo in termini di atterraggi e decolli. 
Ad oggi è il terzo aeroporto più trafficato al mondo con 67 milioni di passeggeri annui e il secondo degli Stati Uniti, dopo Hartsfield Jackson di Atlanta. E' stato votato, da alcune riviste specializzate nel settore per 10 anni di seguito, come l'aeroporto migliore di tutto il nord America.
Purtroppo ha anche il secondo record peggiore del mondo in merito a ritardi, dopo il JFK e il La Guardia di New York, a causa delle impervie condizioni climatiche invernali. 

Le foto che ho trovato su Internet e che vedete qui postate sono solo un primo assaggio. Ne farò di mie durante il viaggio, perchè del viaggio fa parte, ovviamente, anche la scelta obbligata o meno di un aeroporto.

martedì 26 luglio 2011

Death Note - Shusuke Kaneko


    « L'umano il cui nome viene scritto su questo quaderno morirà »

Per me Death Note è stato amore a prima vista già quando scoprii per puro caso il manga.
Ricordo che mi bastò una rapida occhiata per capire che mi interessava il genere e che la storia non aveva troppi mostri o insulsaggini, ma aveva un fondamento davvero interessante.
Come mia abitudine, non vorrei svelare la storia, soprattutto perchè vorrei parlarvi del film, il primo della saga.

Yagami Light è un teenager giapponese che trova, un giorno, uno strano quaderno: il Death Note. La sua particolarità è che, chiunque ne venga in possesso, potrà scrivervi il nome e cognome di un essere umano e questo morirà nel tempo e con le modalità descritte dal possessore.
Questo almeno è quello che fa Light, che stanco di una sempre più impunita criminalità che imperversa nel suo paese, si farà giustiziere del male e deciderà chi uccidere e chi risparmiare nel tempo in cui avrà con sè il quaderno. Light, figlio di un poliziotto, sarà Kira (traslitterazione fonetica della parola inglese Killer) che cercherà di sfuggire alla caccia globale messa in atto da uno dei più singolari e astuti investigatori privati del Giappone, L (pronunciato el).

Il manga pubblicato nel 2003, costituito da 13 volumi, nasce da un'idea a dire poco geniale di Tsugumi Ohba ed è disegnato da Takeshi Obata. Il film diretto da Shusuke Kaneko del 2006, cerca di raccontare questa ancestrale lotta tra il bene e il male e il conflitto terreno tra giustizia e libero arbitrio. Sicuramente il manga, che già diventava parecchio dettagliato e articolato nell'anime, vanta una completezza e una ricchezza di particolari che sfuggono al film. Personalmente trovo che l'attore che interpreta Yagami Light (Tatsuya Fujiwara) sia troppo 'bambolotto' e quasi una rock star, ciò che nel manga non emergeva. Viceversa, il ruolo di L , è assai più difficile e la sua stranezza affiora sapientemente dalla vena artistica dell'ispirato attore (Ken'ichi Matsuyama), che lo interpreta.
Al di là del film e della storia, credo che il successo di questa idea sia nell'universalità dei sentimenti che essa è in grado di suscitare: mania di onnipotenza in primis, rabbia, audacia, ribellione. La combinazione potentissima di emozioni e sentimenti che si riversano in questo straordinario esperimento di moralità, portano una tale forza al valore del Death Note come arma, che quasi ci si dimentica che lo sia e per un po', o forse per l'intera durata della storia, si spera che Light, nonostante operi il male, voglia in realtà generare il bene, come una sorta di Faust, come un Mefistofele dei nostri tempi. 
Infine, il tocco di commercialità e di main stream non manca; la musica dei Red Hot Chili Peppers come colonna sonora ne connota certamente il successo e la risonanza anche nel mondo occidentale e allunga il suo tentacolo su un successo super annunciato, che visto quello del manga e dell'anime, non poteva che trovare una ulteriore conferma nel film.

Consiglio a chi non ha mai letto il manga, di recuperarlo e di gustarsi a fondo il duello mozzafiato e complicatissimo delle strategie dei due protagonisti, di guardare l'anime e infine giudicare il film, che forse acquista un valore maggiore solo in funzione dei sequel 2 e 3, di cui parlerò più avanti.

Il mio voto a questo film è 8/10.

lunedì 25 luglio 2011

Awaiting Chicago

I viaggi durano sempre troppo poco e dunque, chi come me, si sente sempre in viaggio o vorrebbe sempre esserlo, parte con la mente molto prima che sia il nostro aereo a farlo. Ma come?
Io, ad esempio, ho tutto un mio rituale di preparazione del viaggio e questo, quasi sempre, inizia almeno due settimane prima dell'effettiva partenza. A volte anche prima.

1. Scelgo la destinazione, e questa può dipendere da innumerevoli ragioni che sono troppo ampie e forse scontate per essere discusse. Insomma...ognuno sceglie dove preferisce andare. Per queste vacanze estive ho scelto Chicago. Perchè? Perchè volevo tornare negli Stati Uniti, perchè volevo visitare un'altra grande città americana di quelle che mi sono rimaste nella lista e perchè Chicago è la vera città americana, la Second City, come la chiamano, dopo New York, per tutte le sue bellezze architettoniche e culturali e non ultima la musica.

2. Cerco la guida turistica migliore da acquistare, quasi sempre insieme ad una agendina Moleskine, possibilmente dedicata alla città e comincio a darne una prima lettura e a compilare l'agenda delle prime informazioni utili.

3. Traccio degli itinerari e mi annoto i posti da non perdere. Ovviamente, navigo su siti web della città, cerco blog di gente che c'è stata e mi informo. Per quanto riguarda Chicago, ho trovato un sito bellissimo che si chiama Architettura&Viaggi. E' qui che ho scoperto come l'architettura di Chicago costituisca per la città una delle maggiori attrazioni. esiste una vera e propria scuola di Chicago; è qui che è nato il primo grattacielo. Grazie alle immagini che girano su Internet e ad alcune testimonianze di persone che ci sono state, ho scoperto che la scelta sembra proprio azzeccata. Io adoro le città futuristiche e i loro contrasti temporali e culturali con le tradizioni più antiche. Chicago è la città del blues, un genere musicale che ancora conosco poco. Dunque quale migliore occasione per immergersi completamente nel mood.

4. Leggo romanzi che parlino della città. Questo è davvero un momento topico per me. La caccia al libro, che sia ambientato nella città o nel posto dove vado è un classico di cui non posso fare a meno.
Ovviamente i romanzi devono coincidere con i miei gusti letterari e quindi a volte, come nel caso di Chicago, può risultare difficile trovare esattamente ciò che mi interessa. Ho acquistato 'La giungla' di Upton Sinclair. Il libro ambientato nel posto di destinazione di solito mi aiuta a prepararmi all'atmosfera che troverò, mi aiuta a individuare nomi e posti che andrò a vedere, mi catapulta nella mentalità, nel gergo, nelle abitudini del luogo. Impossibile non trovare niente. C'è sempre qualcosa.

5. Ascolto musica di band e cantanti del luogo e guardo film, che come i libri, devono essere ambientati nel posto. Per Chicago ho trovato un bel po', per primo: 'The blues brothers', ma anche 'The weather man', 'Alta fedeltà', 'Wicker park' 'Fermate la colomba bianca', 'Ti odio, ti lascio', 'Chicago' e chissà quanti altri ce ne saranno. Per quanto riguarda la musica, primi fra tutti ci sono gli Smashing Pumpkins, poi i Wilco, gli omonimi Chicago e tutta la musica blues di Muddy Waters, Ray Charles e ci metterei anche Eric Clapton, anche se non è nemmeno americano, ma è un vero bluesman.

Insomma, tutto questo e molto ancora mi sta accompagnando in questi giorni verso la data della partenza e anche se saranno solo pochi giorni, tutta questa pre-gustazione, dilata ad infinito l'esperienza del viaggio, lo anticipa, mi dà l'idea dell'aspettativa, mi crea delle immagini mentali che esaltano il gusto del viaggiare. Perchè il viaggio è cultura, è conoscenza, è scoperta anche attraverso una canzone o un film.

Non vedo l'ora di atterrare a O'Hare...

domenica 24 luglio 2011

Vasilij Grossman - Tutto scorre...

Se siete lettori spaventati dai voluminosi romanzi russi, ma volete farvi un'idea di quello che è successo in Unione Sovietica durante più o meno tutto l'arco dello scorso secolo, potete leggere questo buon libro: 'Tutto scorre...' di Vassilij Grossman.
Quando ne ho scorso il titolo in libreria mi è subito venuto alla mente un delicato e quantomai fatalista verso poetico di Sergeij Esenin. Era lui che diceva vse proidet kak s belijch jablon dym....cioè tutto scorre come fumo sui bianchi meli. Esenin ebbe un tragico destino come poeta, la Russia sovietica ne ha avuto, ahimè, uno altrettanto devastante.
Forse questo titolo non è lì per caso. Forse riassume in solo un breve accenno la caratteristica fatalità dell'animo russo; un animo destinato molto spesso ad essere calpestato, maltrattato e incompreso.
Allo stesso modo, Grossman riassume in questo breve romanzo il ritorno a Mosca dopo trent'anni di vita nel lager di Ivan Gregorevic. Ivan è un ex-detenuto, che non ritrovando un suo naturale collocamento nella sua città e non sentendosi nemmeno più un vero cittadino sovietico, ormai privo quasi di dignità, completamente spiazzato dall'incalzare dei tempi, si sposta verso sud, trova lavoro e si innamora.

Ma la storia vera non è proprio questa. C'è un passo, o meglio una frase, che sembra collegarsi al verso del poeta, che Ivan pronuncia: 'come è potuto succedere tutto questo?'. Come se il protagonista si voltasse indietro a riguardare i suoi ultimi trent'anni e non trovasse più niente, solo quel fumo che è scorso sui bianchi meli, senza che la Russia se ne accorgesse.
E' qui, in questo libro dalla potente forza riassuntiva e rievocativa, che potete iniziare a capire che cosa sia successo nella Russia sovietica, come l'esperimento comunista sull'umanità russa abbia imperversato riducendola a nulla.
Ecco che Grossman, attraverso le parole di Ivan o sovrapponendosi ad esse, ammette il triste approdo di un paese nella totale spersonalizzazione. Da Lenin, a Stalin, fino a Krushev potete leggere quali fossero le grandi speranze di un'ideologia fallita e tutti i sui atroci effetti collaterali su una popolazione, che per secoli non ha visto altro che schiavitù e sottomissione al potere.
Davvero un ottimo libro da cui partire e poi eventualmente approfondire con decine di altri romanzi dello stesso genere, fra cui: 'Vita e destino' dello stesso autore, 'I racconti della Kolyma' di Varlam Shalamov, 'Una giornata di Ivan Denisovic' e il mastodontico 'Arcipelago Gulag' entrambi di Aleksandr Solzhenizin; tutti romanzi accomunati da un tempo che è trascorso in una brutale storia ancora recente e che continua a scorrere nelle migliaia di pagine, che oggi ci ricordano le disgrazie del popolo russo.

Smashing Pumpkins e l'infinita tristezza

Sebbene non abbia inserito nella classifica dei dieci dischi più influenti della mia vita 'Mellon Collie and the Infinite Sadness', ringrazio il decennio anni 90 per averci regalato questo magnifico capolavoro di Billy Corgan e compagni. 
Per me gli Smashing Pumpkins sono Billy Corgan e tutta la sua disperata solitudine. Impossibile non collegare la sua tormentata vita privata con quello che ha scritto, impossibile ignorare la profondità dei suoi dolori. Per fortuna, anche lui non ha parlato di dolori amorosi, ma di un mal de vivre, che si addice perfettamente agli stati d'animo giovanili. 
Quando penso a questo disco, quando lo ascolto e quando lo tengo tra le mani sento l'urlo di Corgan che mi lacera gli emisferi cerebrali e che sentenzia: 

                                                  THE WORLD IS A VAMPIRE

e non appena inizia la canzone e il ritmo incalza, sento che sono già diventata un ratto in gabbia e sento la rabbia feroce di un Corgan glabro e quasi angelico nella sua innocenza spettrale, che mi canta nelle orecchie:

                                                   DESPITE ALL MY RAGE
                                                   I'M STILL JUST A RAT IN A CAGE

Anche soltanto per questi brevi versi, mi sento beata per aver vissuto il 1995, anno di pubblicazione di questo disco. 
Mi è fisiologicamente impossibile non citare un altro verso, che per la prima volta nella mia vita ha dato uno spartito, una linea melodica, una chitarra e una voce al VUOTO assoluto. Parlo di una canzone di quest'album che si chiama 'Zero', in cui un Corgan claustrofobico snocciola tutto in un fiato

                                                   EMPTINESS IS LONELINESS AND
                                                   LONELINESS IS CLEANLINESS AND
                                                   CLEANLINESS IS GODLINESS AND
                                                   GOD IS EMPTY JUST LIKE ME

Nel 1995 mi sono diplomata e allora la terra da sotto ai piedi è diventata acqua e quando ho ascoltato seduta per terra nella mia stanza 'Tonight, tonight' per la prima volta, mi è parso di vedere le acque scure di una città 'presso il lago', (il lago Michigan) arrivarmi da sotto e ho visto i miei piedi bagnati dalle rive di quel lago, mentre ho creduto di vedere l'amata città natale di Corgan: Chicago, citata nella canzone.
'Tonight, tonight' è una delle più belle canzoni di tutti i tempi, a mio modesto parere. E' una cartolina notturna spedita dalla solitudine, dall'inquietudine, dalla fragile amarezza di Billy Corgan; un inno alla sua tormentata giovinezza, alla sua amata città, alla sua inettitudine. Leggetevi il testo e poi scoprirete che questo disco è un libro. Se vi ricordate ancora come si fa ad acquistare un disco vero, di plastica (purtroppo), leggetevi il booklet dei testi. 
La prima traccia è proprio 'Tonight, tonight', non a caso secondo me, che ambienta nella oscura, fredda, storicamente malavitosa e seducente Chicago tutta la vampiresca dannazione di un disco imperdibile; da leggere come un libro, da vivere e soffrire come una scrittura sacra grazie al talento lirico di Billy Corgan, che ha davvero pochi eguali. 




                                                   "Tonight, Tonight"

                                         Time is never time at all
                      You can never ever leave without leaving a piece of youth
                                   And our lives are forever changed
                                        We will never be the same
                                The more you change the less you feel
                                       Believe, believe in me, believe
                          That life can change, that you're not stuck in vain
                               We're not the same, we're different tonight
                                              Tonight, so bright
                                                     Tonight
                                     And you know you're never sure
                                     But you're sure you could be right
                                     If you held yourself up to the light
                               And the embers never fade in your city by the lake
                                       The place where you were born
                                        Believe, believe in me, believe
                                        In the resolute urgency of now
                               And if you believe there's not a chance tonight
                                               Tonight, so bright
                                                      Tonight
                                        We'll crucify the insincere tonight
                               We'll make things right, we'll feel it all tonight
                               We'll find a way to offer up the night tonight
                               The indescribable moments of your life tonight
                                       The impossible is possible tonight
                                   Believe in me as I believe in you, tonight