MATRIOSKla

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sabato 10 gennaio 2015

Kenya inaspettato


Ho snobbato il Kenya per molto tempo. Mi sembrava una meta troppo scontata, troppo poco misteriosa, molto poco esclusiva. Uno di quei viaggetti da italiani, con una montagna di valigie e di figli che non vedono l'ora di mettersi al polso un braccialetto da 'all inclusive' e rimanersene chiusi in un villaggio senza mettere il naso fuori dalla spiaggia. In effetti il Kenya è pieno di italiani e di gente locale che parla italiano, nonostante storicamente sia stato una colonia britannica e a scuola si parli e si studi l'inglese.
Ma solo nel momento in cui si arriva lì si capisce qualcosa di più...

Mombasa è un piccolo e afoso aeroporto che sussiste, per lo più, grazie al turismo. La gente del posto è abituata ad avere a che fare con stranieri. Non è curiosa, non è invadente. Ma c'è dell'altro.
Watamu è una piccola cittadina sul mare che si raggiunge dopo due ore di viaggio in pullmino su strade sterrate immerse nella vegetazione africana, punteggiata da piccoli vialleggetti e baracche che vivono all'ombra di enormi baobab e sterminate piantagioni di ananas. I colori di un continente tormentato dal sole si intuiscono anche nella foschia di un'alba che accoglie i nuovi arrivati dopo un lungo viaggio notturno. Sul pullman qualcuno spiega cosa significhi il nome Watamu, 'gente dolce', ma ancora non so perchè...
Mi servono un paio d'ore per sistemarmi in stanza, indossare un costume e scappare a vedere la spiaggia. Il panorama dai balconcini del villaggio è mozzafiato. Le palme sfrondano il cielo come la frangetta scompigliata su un volto luminoso, il colore del mare ripulisce gli occhi dalla stanchezza, la sabbia bianca mi fa sprofondare in un'altra dimensione.

Esiste il fenomeno del cambio di marea in questi posti e così vado a cercare l'acqua, ma come per effetto di serendipità, trovo dell'altro. Si chiamano Beach Boys ma non cantano, al massimo sorridono, ti parlano, sono lì ad aspettarti, rispondono al tuo saluto con qualche frase di cortesia, ti chiedono come stai, ma soprattutto con una semplice frase ti fanno capire come sentirsi in pace con quello che ti circonda...Hakuna Matata non è solo una canzoncina da film di Walt Disney, è proprio una filosia di vita. 'Nessun problema'...anche se non compri niente dai ragazzi della spiaggia non importa, va tutto bene. Mi sforzo di capire le loro intenzioni. Non ne hanno. Qui tutti vivono seguendo una sorta di filosofia del sorriso. Mi chiedo come possa un popolo tanto sofferente riuscire a sorridere a tutti, mostrare sempre la loro parte migliore. Non solo i Beach Boys trasmettono il calore dell'Africa, anche gli abitanti di Watamu sono irresistibili. Fuori dal villaggio turistico esiste una piccola cittadina polverosa rifugiata ai margini del terzo mondo, eppure non si avverta mai alcuna disperazione. I bambini razzolano nelle vie del villaggio come gallinelle, le ragazze bisbigliano maliziose, gli uomini ammiccano e si lasciano fotografare. Non c'è davvero 'nessun problema'.

Eppure, lungo la strada del Safari, io protetta da una jeep da turista non sono riuscita a capire una cosa. I bambini africani hanno una gioia inspiegabile che scorre loro nelle vene. Forse è la loro terra che infonde una pace come un siero magico. Altrimenti come farebbero a sopravvivere alla povertà? Quella Jeep mi ha riparato dal sole e dalla fatica, dalla polvere e dalla pioggia, ma non mi ha riparato dalla tenerezza degli sguardi dei bambini che chiedevano una bustina di biscotti e dalla pena delle madri smunte e abbracciate da orde di figli sdruciti e sporchi alle quali abbiamo portato della farina e dei fagioli. I loro grazie erano l'unica cosa che avevano ed erano ancor più preziosi di quello che ricevevano...La Jeep non mi ha riparato dalla pena di un bambino che ha urlato grazie senza sapere cosa significasse, eppure quell'urlo me lo sento ancora nelle orecchie, pieno di senso, pieno di un insolito, gioioso dolore.

E' stata la 'gente dolce' a dare un senso a queste vacanze di lusso, la 'gente dolce' a fare il Kenya, il Kenya delle giraffe e del leone alle otto del mattino, del ghepardo di spalle affamato di gazzelle, dell'elefante che sbucava dai cespugli da lui stesso deturpati, del colore rosso della terra, del Mashariki Camp, dove il cielo stellato era un tappeto volato in aria per coprire dio nella notte.

Tornare in un altro emisfero, in un grigio continente e sentire quel leggero mal d'Africa. Non pensarci troppo...Non pensare al caldo, alla pace degli uomini neri e dei loro bianchissimi denti sempre in mostra. Ogni tanto pensare alle zebre e agli impala che hanno pascolato sereni in attesa di essere divorati, prima o poi, alle giraffe che non hanno dormito per non morire strozzate dal loro lungo collo, al leone che si è ritirato dopo aver dato bella mostra di sè a qualche altro gruppo di avventori in Jeep ai bordi del suo territorio di re.
Africa, Kenya, 'nessun problema'...






































































































































  






 





















































 



 







 











 
























































































 










1 commento:

  1. Tutto ciò che hai scritto lo si legge nelle foto, complimenti!

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