MATRIOSKla

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giovedì 22 dicembre 2011

Into the wild senza Eddie Vedder

Tutte le volte che soffro il freddo, in pieno inverno, penso ad alcune cose atroci. Tra queste, penso al freddo che abbia potuto patire un folle, rivoluzionario, anticonformista e coraggiosissimo eroe (mancato) del nostro tempo, come Christopher McCandless.
Ho visto 'Into the wild - nelle terre selvaggie', un paio di anni fa e sono rimasta quasi sconvolta. Sconvolta da quella volontà di solitudine, da quella determinazione, da quel credere ciecamente in un moto controcorrente, in una vita fuori da ogni schema e libera dal capitalismo e dal materialismo, con i quali  il protagonista non si identifica.
In verità il film diretto da Sean Penn è uscito nel 2007 e si basa sulla vera storia di Christopher McCandless, narrata dallo scrittore John Krakauer, nel libro, 'Nelle terre estreme'.  
Finito il college, Chris (interpretato dall'attore Emile Hirsch) lascia tutti i suoi soldi in beneficenza e, dati i suoi pessimi rapporti con la famiglia, scompare senza dare spiegazioni. Il suo intento è quello di intraprendere un viaggio attraverso gli Stati Uniti, con il bizzarro soprannome di Alexander Supertramp, partendo dal West Virginia e arrivando, dopo due anni, fino alle terre sconfinate dell'Alaska. 

Il viaggio come scoperta, come iniziazione non è certo una novità per i nostri tempi. La letteratura mondiale è colma di storie di viaggi ispirati e ispiratori, da sempre. Forse sono proprie opere letterarie come quelle di Henry David Thoreau e di Jack London, che spingono Chris alla fuga dalla realtà. I suoi unici compagni di viaggio sono proprio dei libri. Chris non sente la solitudine, talvolta incontra strani personaggi sul suo cammino, ma non si lega a nessuno. Eppure si sa che nel suo diario scrisse che 'la felicità non è tale se non è condivisa'. Sono del tutto d'accordo.
Non capisco, dunque, come si possa essere così estremi da pensare di poter vivere senza nessuno al proprio fianco, nel cercare l'isolamento paralizzante, come uno schianto contro il muro. Per esempio, mi chiedo come si possa vivere senza alcune cose che riempiono la vita. Prendiamo la musica. Se ChrisMcCandless avesse ascoltato quale meraviglia di colonna sonora sarebbe stata riservata per la sua storia, come avrebbe potuto non ascoltarla, come avrebbe potuto stare senza un lettore CD per tutto quel tempo? Eddie Vedder, leader dei Pearl Jam, ha scritto delle canzoni meravigliose per questo film. Una fra tutti 'Guaranteed' ha addirittura vinto il Golden Globe per la miglior canzone originale nel 2007 e 'Society', struggente e semplicissima. Forse l'incoscienza, forse la giovane età, forse il dolore di una vita familiare non serena hanno spinto fino all'autodistruzione Alex-Chris. Morirà, infatti proprio in Alaska a seguito di una probabile intossicazione da cibo, ingerito erroneamente.
Ogni tanto si cerca rifugio, o forse proprio scampo, da una società incompatibile con i princìpi di ogni singolo. Ogni tanto si va in vacanza quasi per lo stesso motivo. Per quanto io non sia affatto una simpatizzante della vita sociale, se non quella che oculatamente scelgo nella frequentazione dei miei amici e conoscenti, anche dopo un mese di vacanza nel quasi totale isolamento, non reggo l'abbandono delle mie abitudini, delle mie necessità. Quelle, che per quanti obblighi si abbiano, rimangono tuttavia delle necessità personalizzabili.
Eliminare tutto, come ha fatto Chris-Alex era forse soltanto un modo per esprimere un disagio, un dolore.
Ce ne sono tanti di dolori, ma ogni tanto c'è qualche temporaneo antidolorifico.

Ad esempio, non avrei potuto amare questo film, senza quella musica. Forse il film non sarebbe stato nemmeno così bello, senza quella musica, senza la voce di Eddie Vedder, senza le sue parole, che per quanto dure e irreversibili, nascondono un segnale di riconciliazione con la realtà. Nonostante faccia quasi fatica a credere a questa storia, ho amato molto il film, la sua fotografia, gli scenari irresistibili, la spinta che danno all'evasione e al viaggio, la magnifica interpretazione dell'attore e la regia così attenta al particolare. Definirei questo film, la storia di uno spettacolare, meraviglioso suicidio.

                                  'Society, you're a crazy breed
                                   hope you're not lonely without me'


mercoledì 21 dicembre 2011

Ramen, Murakami e 'il tuffetto'

Data  la mia passione per i ramen, potete immaginare la mia euforia quando ho visto il mio amico Taichiro tirare fuori, dalla sua busta dei regali, questi due variopinti pacchettini. D'accordo che sono ramen istantanei e che non hanno niente a che vedere con quelli fatti al momento, ma almeno sono già qualcosa.
Per il mio classico pranzo in solitaria, immaginando di sedere ad uno dei mille locali di ramen che popolano Tokyo all'ora di pranzo, mi sono accomodata al mio tavolo di cucina e mi sono immersa nell'atmosfera giapponese. Non poteva mancare la mia tazza di tè verde e il mio compagno per il pranzo. Cioè un racconto da rileggere mentre sorbisco rumorosamente questi tagliolini esotici.
Per un piatto come il ramen, ho scelto un bizzarro abbinamento con un racconto che si chiama 'Il tuffetto'.
La scelta, in realtà, è stata casuale. Non che io mi ricordi tutti i racconti che ho letto di Murakami, ma di solito apro una pagina a caso, comincio a leggere e vedo se mi ricordo ancora quel racconto.
In questo caso, ricordavo solo che il titolo era assai bizzarro, tanto che, siccome avevo letto il racconto in inglese, avevo fatto fatica a tradurlo.
Anche in italiano suona strano. Pare che il 'tuffetto' sia una specie di anatroccolo davvero bruttino che si nutre di molluschi e simili e che non sia affatto commestibile, o che almeno abbia un sapore decisamente poco gradevole, come dice lo stesso  Murakami. 
Che strano racconto...ma proprio per questo mi è piaciuto. Mi ha ricordato di sicuro due illustrissime opere d'arte, che mi convincono sempre più del fatto, che tutto sia davvero estremamente collegato. 
La prima opera è 'Il processo' di Kafka. Quando si racconta la storia 'Davanti alla legge', davanti a quella fatidica porta riservata ad 'un unico uomo' c'è un guardiano che, in verità, continua a respingere proprio quell'uomo alla quale la porta è destinata. Allo stesso modo, in questo racconto, al protagonista viene chiesta una password e le speranze di poterla indovinare sembrano quasi nulle. Al contrario dell'uomo kafkiano, però, quello di Murakami pare uscirne vincitore. Sebbene la password - il tuffetto, appunto - sia una parola davvero assurda, la indovina e ottiene udienza davanti al 'tuffetto' in persona, che sarà il suo futuro datore di lavoro. Forse che Murakami abbia voluto farci capire quanto distorta possa essere la nostra percezione di un datore di lavoro, tanto da assomigliare ad un brutto e bizzarro animale? No, forse non era un messaggio così materiale. Il significato è probabilmente, come sempre, nascosto nell'indole onirica dei racconti di Murakami, che lo contraddistinguono e fanno di lui un genio visionario.
La seconda opera d'arte che questa storia mi ha ricordato è, ovviamente, 'Eyes wide shut' di Kubrick. Quando Tom Cruise, si reca alla festa-orgia segreta ha bisogno di una password e a causa di una seconda ignota parola d'ordine, che lui non conosce, viene allontanato dalla festa e minacciato perchè non provi più a tornare.
Insomma, saranno coincidenze oppure sarà che tutti quelli che scrivono, ahimè, ad un certo punto si ripetono, oppure sarà che tutto è collegato, perchè tutti i grandi geni pensano allo stesso modo.
Io comunque continuo a gustarmi queste perle di Murakami, questi fumanti spaghetti giapponesi in brodo e  quella strana e piacevole sensazione di deja-vu.

martedì 20 dicembre 2011

Tracy Chapman e la serendipità

Tra le decine di canzoni che adoro di Tracy Chapman, di recente mi è capitato di trovare qualcosa di nuovo. Talvolta youtube mette a disposizione cose altrimenti irraggiungibili, se non a prezzo di determinati sforzi di vario tipo. In questo caso, attribuisco ad un mero fenomeno di serendipità, questa sublime scoperta. D'altronde questo fenomeno ci permette di scoprire qualcosa di bello, mentre se ne sta o stava cercando un'altra e questa cosa nella vita mi sarà capitata almeno un milione di volte.
Come al solito, settimane fa, cercavo performance live su video di Tracy e mi sono imbattuta in 'Lose your love', che è una canzone presente nell'edizione giapponese dell'album 'Where you live' del 2005. Dunque sarebbe stato  piuttosto difficile trovarlo in un album pubblicato qui in Europa.
Mi ha molto sorpreso il sound di questa canzone, perchè non è il tipico folk rock di Tracy, è piuttosto una canzone fatta dalla sua stupenda voce e da una base elettronica di pianoforte. Proprio la liquidità e il languore del la musica mi hanno catturato. Per una volta pare che Tracy abbia, per un momento, accantonato la chitarra e abbia solo lasciato suonare la musica e ci abbia cantato sopra, quasi improvvisando. Come se avesse aperto un rubinetto e lasciato scorrere l'acqua.
C'è di più, adoro la fotografia che fa da sfondo al video. Mi pare una fotografia che ha rubato un momento altrimenti privato della creatività di un'artista. La sedia di legno alla quale Tracy sta appoggiata, la tenuta casual, le scarpe da ginnastica che si intravedono, la chitarra accoccolata sulle sue gambe, i capelli raccolti e quel tappeto così caldo e così casalingo, seppure prezioso; tutto conferisce un'atmosfera d'intimità e di rivelazione. Sopra tutto sta quella luce drammatica, un po' inquisitoria e sembra che da un momento all'altro Tracy si girerà e dopo il suo sorriso, cominceremo a sentire la sua voce. Insomma, tutto come se fossimo seduti proprio lì, nel salone di casa sua.
Buon ascolto.

lunedì 19 dicembre 2011

Kim Jong II e la morte di un leader totalitario

Oggi, dalle notizie internazionali ho appreso della morte di Kim Jong II, uno degli ultimi leader totalitari dell'ultimo paese isolato dalla cortina di ferro; la Corea del Nord.
In una delle tante trasmissioni televisive che detesto e che mi capita di vedere solo per inerzia, hanno mostrato alcune immagini apparentemente raccapriccianti, o per lo meno interpretate come tali, in cui si mostra come centinaia di persone si siano prostrate ai piedi delle statue di Kim Jong II, disseminate per il paese, una volta appresa la notizia della sua morte.
La disperazione per la scomparsa di questo 'caro leader', così come la propaganda di stato lo ha sempre chiamato, è stata mostrata con l'intento di ridicolizzare l'adorazione di una parte del popolo nord coreano, che spargeva lacrime e urla strazianti a seguito di questa, per loro incolmabile, perdita.
Pare che Kim Jong II sia morto per via di un attacco di cuore e di un ictus, mentre si trovava su un treno diretto verso una meta misteriosa all'interno del paese. Di questo leader e del suo paese si sa piuttosto poco, a causa dell'isolamento in cui questo paese vive da moltissimo tempo. Prima di lui fu suo padre Kim II - sung a regnare e nel 1994, prese il suo posto proprio Kim Jong II, per successione dinastica. A quei tempi l'Unione Sovietica aveva appoggiato politicamente e finanziato con armi e un bel po' di industria pesante lo sviluppo della Corea del Nord, nella speranza che potesse far parte della schiera degli stati comunisti. Dalla caduta dell'Urss, la Corea ancora sopravvive, ma quello che è impressionante è che i principi socialisti sui quali l'intera società nord coreana si basa, siano ancora validi. Tanto che proprio in quelle manifestazioni di strazio e di psicosi ricordano in tutto e per tutto il culto e l'adorazione della personalità, tipiche dei regimi comunisti.
Essendo un'appassionata del genere 'totalitario', nel senso estetizzante del termine, i video che si possono trovare su youtube, mi hanno richiamato alla mente immagini di una storia, tutto sommato, recente.
IL 5 marzo del 1953 il leader dell'allora Unione Sovietica, Iosif Vissarionovic Stalin morì per una causa avvolta pressochè dallo stesso mistero, in bilico tra l'ufficiale versione dell'ictus e la leggenda metropolitana di malattie incurabili. Durante i 23 anni di regime stalinista, il leader non fu solo un capo di stato, ma come è noto, egli fu un 'padre' per la nazione e il suo appellativo di propaganda fu 'la guida'.
Paradossalmente, tutti coloro che il 'padre' aveva reso orfani, strappando loro i genitori naturali e deportandoli nei lager siberiani, adorarono il proprio carnefice, totalmente ignari dei misfatti da lui stesso ordinati.
Quello che vorrei esprimere, attraverso questo post, è che l'idolatria per un leader, che rasenti il culto della divinità è incredibilmente comprensibile. Immaginando che i sovietici di allora furono come i nord coreani di oggi, cioè ingannati e isolati dal loro stesso governo, è facile capire come in questi giorni quella gente in lacrime per le strade, sia stata vittima di un'educazione al culto del 'caro leader' per decenni. Non mi stupisco di quelle reazioni. Non mi stupisco che un regime totalitario abbia funzionato così bene da auto assicurarsi una glorificazione addirittura post mortem, mi stupisce quasi di più assistere allo sdegno di chi oggi critica senza credere più in nulla. Se queste mie parole risuonino blasfeme o meno, non mi importa. Ma rendendomi conto del vuoto assoluto di ideologie che ci attanaglia tuttora, quasi mi sento solidale verso coloro che mestamente e ingenuamente sono condotti a credere ancora in alcuni principi, sebbene l'uomo-politico corrotto li  abbia trasformati in cenere.
Su quelle ceneri, se ci pensiamo bene, i governi di oggi hanno solo cercato di ricostruire una brutta copia del passato tanto infamato, professando la libertà, ma subdolamente controllando le menti e le comunicazioni di massa. Quelle stesse comunicazioni di massa, che stasera, erano disgustate e falsamente incredule, davanti alle lacrime di un popolo semplicemente ignaro.
Quello sciagurato 5 marzo, fu fatale fino all'ultimo. Come se Stalin dovesse portarsi anche nella tomba la colpa di ogni morte possibile. Si verificarono, infatti, incidenti mortali a seguito dei funerali di stato di Stalin. Per le strade di Mosca si riversarono talmente tante persone, che volevano dare l'ultimo saluto alla loro guida, tanto che andarono incontro alla morte schiacciati dalla folla dolorante e anche allora ignara. Può darsi che siano stati i penultimi morti per aver creduto in qualcosa. Gli ultimi del pianeta terra, a mio modesto avviso, saranno proprio gli abitanti di Pyongyan, dove il 28 dicembre si svolgeranno i solenni funerali di stato del 'caro leader'.

P. S. Già si parla della successione al potere del figlio di Kim Jong II e purtroppo già si parla anche di un nuovo leader che ha studiato in Svizzera, che è pazzo per Eric Clapton e gioca a basket. Insomma, sta per arrivare la riscossa dell'occidente, con i suoi lunghi artigli dell'ormai non-più-credibile capitalismo, pronto a colonizzare e vendere le sue scemenze nell'ultimo avamposto anti-capitalista. Spero di sbagliarmi.

domenica 18 dicembre 2011

'Lucille'

Dopo aver parlato di B.B. King, non potevo trascurare un elemento vitale per lui e per tutti quelli che gioiscono della sua arte. Ovviamente sto parlando della sua chitarra, della sua amata 'Lucille'.
King suona con il marchio Gibson fin dagli anni 40, durante i quali ha cambiato svariati modelli. Finalmente negli anni 60 viene costruito proprio il modello ES 355. Nel 1980 invece, la chitarra che già aveva un nome 'Les Paul' viene associata al nome di B. B. King attraverso la sua firma, che comparirà sul manico della chitarra. L'ebano, che è uno dei materiali più pregiati che si possano usare per costruire una chitarra, è l'elemento principe, insieme ad un'altro legno pregiatissimo come l'acero.

Ma c'è di più. La chitarra di Bibi non è soltanto una chitarra firmata, ma è un pezzo della storia privata del grande blues man. In questo caso non si tratta di una leggenda, ma la storia è verità ed è stata raccontata da King in persona. 
Durante una performance live nell'inverno del 1949, B.B. King stava suonando in un locale di una cittadina dell'Arkansas, dove si moriva di freddo. Per questo, di solito si usava scaldare l'ambiente con una stufa, la cui riserva di cherosene venne lasciata, quella sera,  in una tanica proprio al centro della sala da ballo. A quel punto un paio di ragazzi diedero inizio ad una lite, finendo per urtare la tanica. In un attimo il liquido si rovesciò e il fuoco avanzò velocemente verso i musicisti.. Tutti furono costretti a lasciare il locale, compreso B.B. King. Ma quando quest'ultimo si rese conto di aver abbandonato la sua chitarra alle fiamme, si sentì in dovere di rientrare e di salvarla dal fuoco. Pare che l'impresa fu talmente ardua che B.B. King decise di ricordare per sempre quel momento. Quando il giorno seguente seppe che la ragazza, per cui i due litiganti avevano causato l'incidente, si chiamava Lucille, decise di chiamare con quel nome la sua preziosa Gibson.
Da allora Bibi non si è mai più separato dalla sua Lucille. Esistono addirittura un album e una canzone con questo nome nella discografia di King, in cui si raccontano la vita e le gesta di Bibi  e della sua Lucille.

Ora ho capito che B.B. King stringe la sua Lucille, così come si tiene stretto alla sua vita di grande e instancabile musicista. A 86 anni Bibi suona il blues ed è ancora in gamba.

B.B. King e il brivido blues

L'altra sera ho avuto una folgorazione. Forse sarà un po' tardi per scoprire un genio della musica, che suona blues dagli anni 50 e che è ancora un mito vivente per la generazione dei miti di oggi. Ma almeno è successo. Meglio tardi che mai. 
Sono capitata su un video di una performance live del 1993 della magnifica 'The thrill is gone' del grande, inarrivabile B.B.King e come direbbe un americano 'sono caduta in amore con lui'.


Non sono mai stata un'amante delle performance live, ma laddove esiste la virtù di possedere e suonare uno strumento, oltre che la voce, di solito il suono dal vivo non fa altro che dare ulteriore lustro alla maestria.
D'altronde qui si parla di un maestro come 'Blues Boy' King, nato il 16 settembre del 1925 come Riley B. King nello stato del Mississippi, dove lavorò nei campi e raccolse cotone insieme alla madre e alla nonna, fino a che non scoprì il suo talento per la musica. Iniziò a cantare musica gospel in chiesa e poi, trasferitosi a 23 anni a Memphis, cominciò ad affinare la sua tecnica di chitarrista blues.
Successivamente, iniziò al lavorare come Dj in una radio, dove si guadagnò il suo nickname e in seguito affinò la sua eclettica concezione del blues. Secondo Bibi, il blues era una miscela di country, associato alla pura emozione del canto gospel e infine impreziosito dalla delicata raffinatezza del jazz. Grande estimatore di Duke Ellington, diede inizio ad una sorta di rivoluzione per il modo in cui suonava la chitarra e della la quale lo string-bend e il vibrato diventarono marchi inconfondibili. Suonò e suona a tuttora con la sua inseparabile Gibson Custom ES 355, chiamata Lucille, ormai la sedicesima della sua carriera con la Gibson. Si dice che, prima di lui, il suono della chitarra elettrica sembrasse soltanto un suono acustico.

Non mi stanco di guardare questo video. Sì, proprio di guardarlo, perchè oltre alla musica che trasuda umori  di divinità,  finora a me ignote, oltre alle parole struggenti di un amore perduto, tipiche di un testo blues, qui si trova anche l'eccezionale interpretazione. Credo di non aver mai assistito alla visione di una canzone davvero interpretata, prima di questa. Bibi sente le note prima ancora di suonarle, le annuncia spalancando la pupilla retrattile del felino, sbarrando lo sguardo verso il cielo degli dei del blues, offrendo ad essi la fronte scalfita dal sudore sofferto, accasciato sul suo volto, impavido e indifferente, come il Mississippi river sulle lande di un sud senza confini. Ho visto le mani di un pazzo, che sembrano dita di un rettile e che si muovo con la grazia di una libellula, il gesto dello showman che disegna i cerchi del brivido blues nell'aria e la bocca spalancata del lunatico. Ho sentito il crescendo della musica, il volume e un abbraccio poderoso, come se avesse stretto un figlio. Infine ho scorto il sorriso della resa. Dopo questo video, nessuno potrà dire di non aver visto l'anima di B.B. King.

mercoledì 14 dicembre 2011

Una fotografia in testa

Oggi il tempo, qui a Milano, è stato talmente deprimente che ho dovuto portarmi dietro mentalmente questa fotografia.


Avete presente quando Jamie Foxx, nel meraviglioso film 'Collateral', abbassa il deflettore del parabrezza del suo taxi, dove aveva appeso una cartolina delle Maldive? Ecco...oggi idealmente ho fatto lo stesso e ha funzionato.
Ho indossato gli occhiali scuri, ho immaginato di avere un sole accecante negli occhi e una distesa blu acquamarina di fronte. Al posto dell'asfalto, la sabbia bianca e farinosa, al posto delle nuvole, un cielo così terso da non riuscire a capire se sia aria o acqua. Intorno, nemmeno una macchina sulle strade di Milano. Il vuoto deserto di una spiaggia dove non esistono direzioni. Un atollo che si ripete uguale a se stesso come un anello di fumo. La sua solitudine nell'oceano e l'abisso a pochi metri da una riva fragile ed eterea.
Per oggi, mi sono salvata con questo pensiero.
Ditemi che questo posto non sparirà mai.

New Moon - Stephenie Meyer

D'accordo, gli ho dato una seconda possibilità, ma alla fine ho deciso di terminare, al secondo atto della saga, la mia avventura con i vampiri e compagnia cantante. L'ho deciso dopo che, per almeno 200 pagine, in New Moon non succede praticamente niente. Solo a metà libro, comincia a muoversi qualcosa, ma è facilmente intuibile che l'autrice Stephenie Meyer abbia dovuto concordare, con il suo editore, il trascinamento a oltranza di una scrittura d'intrattenimento come questa. Ovviamente si sa che l'intrattenimento più dura e meglio è. Non nel mio caso, mi sa. Niente, questo libro sebbene non apertamente fuffa, come tante ridicolaggini che vendono, non mi prende. Riesco a malapena ad intuire come un adolescente possa aver avuto i brividi nel leggere le storie di Bella ed Edward. Sì una storia d'amore, ma davvero trita e ritrita. Fosse stata almeno una più approfondita scrittura fantasy, forse l'avrei concepita di più. Avessi almeno scoperto chi sono davvero questi vampiri, da dove vengono, a quale mito appartengono, che origine apocrifa hanno. Nemmeno questo. Tutto rimane troppo in sospeso, troppo inspiegato, troppo superficiale. Insomma risulta quasi assurdo poterne fare addirittura una recensione, che abbia un minimo di cognizione di causa.

martedì 13 dicembre 2011

Murakami Haruki e 'Nausea 1979'

Ogni tanto rileggo i meravigliosi racconti di Murakami. Questo mite inverno concilia. Non è troppo immobilizzante, ma ogni tanto fa anche venire voglia di accomodarsi con una lettura piacevole, di quelle oculatamente scelte. Riserbo i miei momenti di solitudine diurna ad una mia personale cerimonia del tè, che di quella vera non ha niente. Forse di originale ci sono solo il tè verde che arriva dal Giappone e la teiera con la tazza, che mi sono stati regalati dalla mamma di Taichiro, durante la nostra permanenza a Osaka. Aggiungerei anche il mio prezioso tappetino da tè di Hello Kitty, che ho comprato a Tokyo. Insomma tutto combacia perfettamente, rimane solo la scelta del racconto.
Di recente ho riletto 'Nausea 1979'.
Per prima cosa mi ha stupito il fatto che, di tanti racconti che ho letto, questo è probabilmente l'unico in cui finora il Sig. Murakami viene citato con il suo nome. Il protagonista del racconto è un giovane amico dell'autore, un illustratore di racconti e collezionista di dischi jazz degli anni '50 e '60, con il quale Murakami scambia alcuni pezzi della sua collezione e del quale conosce la turbolenta vita privata e sessuale. Il protagonista, di cui non si sa il nome, ha il vizio di intrattenere relazioni fisiche solo con le fidanzate dei suoi amici.
Grazie ad un diario personale, il giovane riesce, a distanza di anni, a rammentare il periodo preciso in cui si verifica un inspiegabile avvenimento. Dal 4 giugno al 14 luglio del 1979, le sue giornate sono caratterizzate da una forte nausea, che lo porta a rigurgitare tutto ciò che ingerisce, sia cibo che liquidi. A questo fastidioso problema, si aggiunge il ricorrere di una telefonata anonima che lo perseguita ovunque si muova e si trovi.
Il piccolo mistero che avvolge questo evento si risolverà semplicemente con la sparizione della nausea e della telefonata, così come erano altrettanto semplicemente comparse.
Il tema di questo racconto evoca il quesito esistenziale del senso di colpa. Ancora una volta potrei vedere la passione di Kafka dell'autore. Quest'ultimo, infatti, aveva fatto del senso di colpa una sua costante letteraria.
Nonostante l'abietta abitudine del protagonista di questo racconto di intrattenere relazioni con donne già impegnate e la sua totale indifferenza alla moralità di questo comportamento, qualcosa in lui di simile ad una coscienza psicofisica si risveglia comunque. Forse quella telefonata è un'eco dei suoi rimorsi, forse quella nausea è una risposta incondizionata alle sue azioni. La chiamata è un giudizio, la nausea è una purificazione o l'inconscia volontà di questa. Ma, durante la dissertazione finale dei due personaggi, si profila anche l'eventualità del caso.
Murakami vuole, forse, mostrare entrambi i lati possibili di una vicenda senza fornire un giudizio definitivo, ci mostra come l'uomo possa essere al tempo stesso vittima di se stesso e carnefice nel mondo o come possa non essere nemmeno alcuna delle due cose.
Come sempre adoro l'introspezione psicologica dei personaggi. Adoro l'attenzione al particolare, il dettaglio che diventa condizione universale umana, come sempre ammiro il modo in cui Murakami riesca a tirare fuori da un apparente nulla un caso letterario e umano sul quale riflettere.
Non consigliato ai deboli di stomaco!

lunedì 12 dicembre 2011

Il tè verde giapponese e la sua cerimonia

Mi piace molto quest'usanza giapponese di bere tè verde durante i pasti. Mi ricorda la stessa abitudine che hanno anche i russi di bere il tè accompagnandolo ai pasti, un po' come fosse la nostra acqua naturale.
Inoltre in Giappone esiste la cosiddetta cerimonia del tè, anche conosciuta come Cha no yu, che affonda le proprie origini in un tempo antichissimo. Si dice che fu un monaco buddista del VI secolo a creare la prima pianta del tè. Durante una delle sue meditazioni, infatti, per rimanere sveglio e combattere l'incombente stato di trance, si tagliò le palpebre e queste cadendo diedero origine alla pianta del tè. A quel tempo il consumo del tè era, quindi, riservata ai monaci. In seguito, si diffuse anche nella popolazione comune, prima presso l'aristocrazia e poi nella classe mercantile e infine tra i samurai che facevano della cerimonia del tè un elemento del codice di condotta che li avrebbe accompagnati nella disciplina che caratterizzava la vita dei guerrieri.
La storia ci dice che il maestro indiscusso della cerimonia del tè fu Sen no Rikyu originario della prefettura di Osaka, che fece della cerimonia del tè una vera e propria forma d'arte.
Quest'arte fu influenzata dalla filosofia zen, che esaltava la purificazione dello spirito in relazione alla natura.
Ad oggi la cerimonia del tè si svolge come una sorta di rito dalle regole e dalle gesta indiscutibilmente intoccabili. Il rito ha una ragione d'essere in ogni minima espressione.
Innanzitutto è fondamentale il luogo nel quale si svolge. L'isolamento, il silenzio e il vuoto sono tre elementi indispensabili. Di solito la cerimonia si svolge in una stanza adiacente alla casa detta cha shitsu o, addirittura in un giardino in perfetta armonia con la natura circostante. Fin dall'antichità, l'essenzialità del luogo rappresentava lo scopo ultimo della  meditazione, ovvero raggiungere un senso di allontanamento dalle ansie e dalla materialità quotidiana. Il vuoto giustifica questo allontanamento o isolamento dalle distrazioni della mente e quello stesso vuoto mentale giustifica e rappresenta l'estrema spiritualità della cerimonia. Infine, il rito deve svolgersi nell'assoluto silenzio e il rito si svolge con dei gesti fissi e lentissimi. Queste regole e questa rigidità garantiscono che nulla turberà la riuscita e la serenità che il rito infonderebbe. Di solito è il padrone di casa che si occupa della cerimonia, ma anche gli ospiti devono seguire delle regole precise, prime fra tutte quelle della fissità e lentezza dei movimenti. Il padrone di casa, inoltre, ha una precisa collocazione all'interno della stanza che si chiama tokonoma. Si tratta di una nicchia all'interno della parete, alla quale si appenderanno rotoli di scritti e dei lavori di ikebana.
Insomma, dagli attrezzi, all'abbigliamento fino alle pratiche di conclusione della cerimonia, il rito rispetta ancora oggi delle regole incredibilmente contrastanti con l'elemento frenetico e rumoroso che suscitano, invece, le gesta quotidiane del Giappone moderno. Questa cerimonia che ancora sussiste in una società divisa a metà tra l'antichissimo e il moderno dimostra l'attaccamento del Giappone alle sue tradizioni.

Un mese fa il mio amico giapponese Taichiro, ovviamente, non ha mancato di portare con sè delle magnifiche confezioni di tè verde giapponese originale. Uno, in particolare, mi è piaciuto; quello ricavato dal riso. Quando bevo tè verde, o meglio, quando decido di berlo mi accorgo spesso che devo essere in un particolare stato d'animo. Non posso bere il tè giapponese davanti ad una vending machine o di corsa, piedi prima di andare da qualche parte. La maggior parte delle volte, mi piace gustarlo mentre mangio giapponese o alla sera, per acquistare un po' di pace o magari mentre leggo un po' di quel Murakami che adoro così tanto.

domenica 11 dicembre 2011

Woody Allen - Midnight in Paris

Vado sempre al cinema per vedere solo film che mi interessano particolarmente. Solo di rado, mi capita di andarci perchè non saprei cos'altro fare. Ieri sera sono andata a vedere l'ultimo di Woody Allen. Non volevo nemmeno sapere di che cosa parlasse, volevo lasciarmi il gusto della sorpresa e della graduale scoperta fino all'ultimo. Siccome apprezzo il punto di vista inusuale e il logorroico filo logico dei discorsi dei personaggi, attraverso i quali Allen di solito parla, so di non poter sbagliare di molto.
Midnight in Paris mi ha ricordato una favola. Sarà che il magico mondo di Gil si risveglia proprio a quell'ora, quando invece che tornare a casa come una Cenerentola, durante una passeggiata notturna, questo svampito  sosia si Woody Allen si ritrova a bordo di una macchina in stile anni '20 e poco dopo in una festa con Scott Fitzgerald e la notte dopo seduto di fronte ad uno scorbutico e sanguigno Hemingway. In sospeso tra l'incredulità e l'assurdo Gil incontrerà anche la notte seguente Hemingway, il quale lo porterà nella casa di Gertrude Stein per farle leggere il romanzo di Gil e dove quest'ultimo incontrerà Pablo Picasso. Gil è uno sceneggiatore di Hollywood e uno scrittore che vive dei grandi miti del passato. Parigi lo affascina per i fasti della Belle Epoque e i dorati anni '20, che avevano attirato nella tumultuosa e ribollente città europea tutti i geni della letteratura e dell'arte fino dall'altra parte dell'oceano. Ma Gil è anche il futuro marito di Inez, la quale non si interessa minimamente della passione letteraria del compagno e vive la sua vita materialista di futura sposa. La loro relazione è già in crisi ancora prima di avere un seguito concreto.
Credo che il messaggio di Allen, che al suo eroe fa vivere, in una apparente realtà, il sogno di incontrare i suoi idoli sia un modo per parlare di quelle sincrasie per cui alcuni uomini amano le proprie passioni più della vita stessa. Secondo Allen, Gil non deve abbandonare i suoi sogni tanto da fargli credere che il sogno sia possibile. Tanto da farlo innamorare in un'altra dimensione di una donna di quel tempo, tanto da fargli capire, con un codice linguistico a lui familiare, quale sarebbe stata la giusta strada da perseguire nella sua vita. Per questo soltanto Gil può vedere questa sub-realtà, perchè egli è l'unico ad avere gli occhi che possono vedere il passato e il cuore che può ancora sentirlo vivere nel suo presente.
Una piacevole trovata di Woody Allen e un'atmosfera parigina alla quale è difficile resistere.

sabato 10 dicembre 2011

Murakami Haruki - Nel segno della pecora

Sarà che il Giappone mi sembra già al confine del mondo e sarà che un romanzo ambientato in quel paese mi allontana infinitamente da tutto e poi sarà che la scrittura di Murakami catapulta la mente in un non-spazio, ma 'L'uomo pecora' o come viene richiamato nella nuova edizione 'Nel segno della pecora' è stata, per me, una delle letture più stranianti del maestro. 
C'è un certo non-uomo che deve salvare la propria vita trovando una pecora. Essa pare responsabile di un complotto nel quale è coinvolto l'amico del non-uomo e mentre questo non-uomo o non-ancora-uomo cerca una specifica pecora in un gregge allargato a tutti gli spazi e a tutti i tempi, mentre in tasca si ritrova il numero di telefo no di Dio, datogli da un bizzarro autista. Alle pendici di un zona di montagna solitaria, si ritrova a parlare con l'archetipo della pecora, cioè 'l'uomo pecora' e dopo aver lasciato la sua vecchia vita, il suo lavoro e la moglie, questo non-uomo, che non-ha-neppure- un-nome tornerà alla riconquista dell sua esistenza.

Com'è difficile scrivere questo post! Come posso scrivere di un uomo che non ha nemmeno un nome, la cui vita esiste appena e farvi capire perchè questo romanzo di Murakami mi sia piaciuto fino all'inverosimile. Sarà perchè l'inverosimile è l'arma più efficace, che usa questo autore, per creare la propria letteratura. Sarà che il destino mi ha fatto leggere questo suo romanzo, che è il primo che ha scritto, per ultimo. Come se avessi chiuso un coperchio, poco prima che uscisse 1Q84, avevo chiuso le mie letture di Murakami, proprio laddove lui aveva iniziato le sue scritture. Una parabola che è diventata un cerchio, che ha chiuso il bizzarro scorrere della produzione dell'autore, con una sorta di eterno ritorno. Eccolo di nuovo l'Hotel del  Delfino, eccolo quel minuscolo e insignificante esemplare che va sempre a finire nel vuoto, che precipita nei pozzi e nei sogni tridimensionali, che galleggia spazzato via da un'onda anomala fino alle propaggini del mondo ancora inesplorato, disabitato, un mondo non ancora creato. Ecco dove aveva trovato la notte infinita di After Dark, le oscure vite sotterranee della fine del mondo, gli obliqui riverberi del sole di un bambino sulla spiaggia. Ho capito tutto. Ho ritrovato quello che avevo perso lungo la strada, partendo dalla fine e risalendo l'origine come  una rivelazione. Sempre magnifico Murakami.

'Lodger', il terzo e ultimo atto della trilogia berlinese

Nonostante 'Lodger' venga considerato come il terzo dei dei dischi berlinesi e da qui si sia sempre parlato di una trilogia che era stata concepita a Berlino, l'album fu interamente prodotto in Svizzera e a New York.
Era il settembre del 1978 quando Bowie richiamò al lavoro, per registrare un disco che interrompeva a metà il tour di 'Stage', i due suoi più fidati collaboratori del tempo, Tony Visconti e Brian Eno.
Anche quest'album, secondo i sentimenti di Bowie, doveva avere il dono della spontaneità e la composizione doveva essere un processo di singole espressioni artistiche unite insieme. Nonostante Eno avesse procedimenti tutti suoi influenzò, con il suo solito europeismo intellettuale pari solo alla sensibilità di Bowie stesso, la riuscita del disco, in maniera  molto limitata. Secondo alcuni critici e conoscitori di quell'era di Bowie, questo nuovo disco, che doveva dunque rappresentare la tesi finale dei due presupposti iniziali e creare il culmine del sillogismo bowieano,  non si dimostrò all'altezza. Gli schemi dell'originalità creativa, precedentemente visti, tornarono ad essere più scontati e lineari. Scomparvero gli scombussolati e spiazzanti pezzi strumentali e anche tutti quegli schizzi artistici che avevano reso grande 'Heroes'. Quest'ultimo veniva considerato tra i tre atti, l'apice della creatività e della vendibilità dei dischi di Bowie. 'Lodger' era cominciato in una maniera estremamente promettente, Eno e Bowie discutevano su ogni singola parte, di ogni singola canzone. Si decideva in quale direzione portare il concetto della canzone. In un certo senso il disco doveva avere lo spirito più ottimista della trilogia. Secondo Brian Eno il risultato fu deludente, perchè i testi di Bowie cominciavano a diventare troppo politicizzati, come si legge in 'Fantastic Voyage' e 'Repetition'. Bowie, di contro, cercava di dare al disco un sound da 'world music', dove musica occidentale ed etnica si dovevano fondere. Il risultato non fu, però, quello che entrambi si aspettavano. Quello che mi pare interessante era l'idea che doveva stare dietro questo disco che oggi, a distanza di oltre trentanni, suona come un simbolo di un'era. 'Lodger' doveva essere un disco a soggetto, quasi una sorta di concept album, in cui l'uomo, o meglio ancora 'l'inquilino' veniva rappresentato come un vagabondo, emarginato e senza casa, oppresso dalle ossessioni della vita e della tecnologia. Forse, solo il tempo ha reso onore a questo prezioso lavoro. Personalmente adoro questi dischi di Bowie perchè, oltre che opere musicali, mi ricordano ancor più da vicino l'opera letteraria.

giovedì 8 dicembre 2011

'Heroes' e il secondo atto della trilogia berlinese

Se 'Low' era stata l'iniziale ipotesi, nell'ottobre del 1977 uscì una sorta di antitesi che portava il nome di 'Heroes'.
La confutazione di 'Low' si ritrovava nel superamento di alcune tematiche oscure, che avevano caratterizzato il primo album della trilogia berlinese di David Bowie.
Quando il cantante richiamò all'ordine Brian Eno e il suo storico produttore Tony Visconti, era il maggio del 1977. Questa volta la sede in cui si sarebbe prodotto il disco e consumato un altro dei grandi capolavori della storia di Bowie era l'Hansa By The Wall Studio 2. Si trattava, in verità, di un'unica spaziosa sala da ballo, usata in passato dalla Gestapo per scopi sociali. Si trovava a soli 400 metri dal Muro di Berlino e dalla finestra il gruppo poteva vedere il cambio della guardia sovietica, in una terra di nessuno, dove erano sepolte mine antiuomo. Il paesaggio berlinese era cupo, industriale, fosco e non stupisce che esso continuasse ad esercitare un'influenza singolare sui musicisti. Non sorprende nemmeno sapere, a questo punto, che uno dei versi più celebri della canzone omonima al disco 'Heroes' recitasse

                                              I, I can remember
                                              standing by the wall
                                              and the guns shot above our heads

Rispetto a 'Low', da un punto di vista lirico, 'Heroes' torna ad essere più lineare, più tradizionale e narrativo, anche se il consistente numero di pezzi strumentali interrompe questo ritorno. Nonostante le atmosfere e il risultato finale, il disco doveva essere il frutto di un atteggiamento creativo molto più positivo rispetto al precedente. Per questo fu scelto un titolo così trionfale come 'Heroes', perchè lo stato d'animo di Bowie e soci era piuttosto eroico, si sentivano dei veri e propri eroi.
'Heroes' aveva una copertina realizzata da Sukita e ispirata a Roquairol di Eric Heckel, in cui Bowie assume una posa da stralunato, rigido attore tragicomico. Il disco presentava ancora parecchi contrasti interiori di Bowie, la creazione era stata più fluida e meno ostacolata dallo stato d'animo del cantante, eppure i pezzi erano ancora deprimenti, intellettuali e presaghi. I testi erano ancora permeati da un tema che assillava a quel tempo Bowie, cioè l'ubriachezza. Di nuovo c'era solo l'intenzione, ma anche una straordinaria propensione al 'cosmopolitismo' e all'influenza giapponese - che saranno poi esasperati in 'Lodger' - per cui 'Heroes' faceva sembrare quello studio di Berlino come una floridissima scatola sonora. I suoni mediorientali di 'Neukoehln' e 'The Secret Life of Arabia' ne sono un perfetto esempio, come pure 'Blackout'.
Nella storia si ricordano delle critiche eccellenti rivolte a questo disco. John Lennon disse di aver intrapreso la creazione di 'Double Fantasy' ispirandosi a qualcosa di grande come 'Heroes' e gli U2 di Achtung Baby cercarono di ritrovare le atmosfere dello stesso, tornando proprio all'Hansa Studio dell'allora appena scomparsa Berlino Ovest, insieme al guru di sempre Brian Eno.

David Bowie e la trilogia berlinese: 'Low'

Quando David Bowie si trasferì dalla sua isola britannica al continente, scelse Berlino e gli Hansa Studios del settore ovest della città. Era il 1976 e di lì a poco Bowie avrebbe creato, insieme a collaboratori illustrissimi, 'Low' il primo dei tre dischi appartenenti all'era berlinese nella carriera del cantante.
Berlino ovest era una città che riusciva a vivere nel cuore della Germania Est, nella maniera più egregia. Quando Bowie si trasferì, trovò il conforto di una metropoli che non si curava molto delle star, così come succedeva a Los Angeles, dove aveva precedentemente vissuto. Aleggiava nell'aria quel clima di grande ispirazione artistica, delle grandi idee del modernismo europeo di Fritz Lang e di Marc Chagall, del gruppo Bruecke. Berlino era una zona di guerra, una terra di nessuno e Bowie viveva il fascino della prima ondata della sperimentazione che permeava la musica elettronica dei Neu! e soprattutto dei Kraftwerk.
Ma l'avvenimento più importante, fu l'arrivo di Brian Eno nell'entourage di Bowie. I due si erano conosciuti anni prima e tenevano i rispettivi lavori musicali in grande considerazione. Fu così che si costituì il connubio perfetto. Eno aveva una concezione di musica che divergeva da quella di Bowie. Il primo aveva da poco scoperto quanto interessante fosse diventare essenziali e il secondo continuava a pennellare la sua musica di sgargiante istrionismo e spettacolarità. Ne venne fuori un capolavoro.
Bowie scoprì l'interessante composizione espressionista, quella, slegata dall'esigenza verbosa di raccontare una storia e seguire una logica nel testo della canzone. Si discostò dalle consuete liriche e si lasciò andare ad una scrittura più frammentaria, meno comprensibile, più ripetitiva ed essenziale.
La prima parte del disco, il così chiamato lato A, risentiva ancora di quella sciagurata condotta che Bowie continuava a tenere nei confronti della sua vita privata. L'abuso di alcol e droghe, insieme ad una relazione amorosa in fallimento lo portarono a scrivere canzoni come 'Always crashing in the same car' e a concentrarsi ancora su argomenti come l'autodistruzione, l'isolamento e la commiserazione di se stesso. D'altronde anche il titolo già faceva riferimento a quello stato di low mood e ne lasciava presagire i temi. Inoltre era un chiaro gioco di parole e immagine in relazione al profilo mostrato da Bowie nella copertina del disco, che in inglese si chiama proprio foto in low profile. Il lato B, invece, rappresentò la reazione di Bowie nei confronti del blocco est europeo e della capacità di Berlino ovest di riuscire sopravvivere. Per Bowie quel posto fu una 'clinica', come lo definì lui stesso. Un luogo dove le sue nevrosi come l'agorafobia, la violenza e il nichilismo vennero sviscerate e superate grazie ad un clima circostante entusiastico, quello della gente stessa che popolava la città.
La collaborazione con Brian Eno fu, nel corso degli anni, sopravvalutata, ma di certo la sua influenza sulle composizioni e sul risultato finale non sono trascurabili. 'Low' è considerato a tuttora uno di quei dischi ai quali non si può rimanere indifferenti e del quale non si possono ignorare le caratteristiche innovative di quel tempo. Personalmente ritengo 'Low' il primo dei tanti picchi di intellettualità, che David Bowie ha sempre evidenziato nella sua creazione musicale. Bowie ha costantemente cercato il tocco geniale, la profonda indagine nella coscienza dell'artista, il guizzo di una diversità.

La balena azzurra - Stanislao Nievo

Una leggenda di Sri Lanka racconta la storia di una balena che viene a pregare sulla spiaggia, di tornare donna e madre, come un tempo era vissuta. Non trovando appoggio presso gli uomini, la balena si rivolge alle donne, che conoscono una lingua molto antica e riescono, per questo a parlare con lei. Le donne hanno imparato la lingua scendendo alla spiaggia e aiutando le balene, che di tanto in tanto si arenano lì, per tornare in mare o morire. Si dice inoltre che esistessero delle feste, durante le quali, le donne invitavano gli uomini a non respingere la preghiera della balena di tornare donna. Di solito, le donne mimavano attraverso delle danze l'avvicinamento dell'animale alla terra e costruivano delle balene finte, fatte di canne di bambù da offrire al mare. Se durante queste feste passavano delle vere balene, ciò era segno di buon auspicio. Dunque le donne, scendendo in acqua offrivano alla balena noci di cocco, cibo e fiori, distruggevano la balena finta contro la riva e dal suo ventre uscivano delle donne, che simboleggiavano il ritorno alle sembianze umane, da parte della balena, proprio come voleva la leggenda.

Questa breve storia e alcune preziose, piccole avventure vissute da Miriam, costituiscono il libro di Stanislao Nievo 'La balena azzurra'. La storia di Miriam che da scienziata, diventerà esperta e appassionata del linguaggio delle balene e infine madre, costituisce una bucolica e naturalistica visione del legame che esisterebbe tra il mondo umano e quello dei grandi cetacei. Anche in questo libro, sebbene in forma molto romanzata, si ribadisce il presunto benevolo, altruistico e incredibile sentimento che muoverebbe le balene a instaurare un rapporto con il mondo terrestre attraverso un linguaggio comune, un canto, una curiosità bonaria  e inspiegabile che le caratterizzano.
Ogni volta che leggo di questa curiosità delle balene verso di noi, mi chiedo se sia una curiosità un po' bizzarra e compassionevole o piuttosto se esse intravedano in noi, davvero, un barlume di speranza, di positività e di bene. Magari anche più di quanto noi stessi riusciamo a vedere fra noi. Chissà se un giorno la scienza ci darà la soluzione. Nel frattempo godo di questo potere misterioso che tanto mi affascina e mi attira delle mie amate balene.

martedì 6 dicembre 2011

National Geographic Society and Magazine

Adoro tutto ciò che è National Geographic.
Ho scoperto la rivista circa 4 anni fa, per errore. Prima di partire per un viaggio in Turchia, mi fermai in un'edicola dell'aeroporto di Malpensa volendo comprare una rivista da portare con me. Convinta di comprare il National Geographic, mi accorsi solo una volta salita sull'aereo, che avevo acquistato la pubblicazione americana. Quindi mi sarebbe toccato leggerla in inglese. Fu un errore utilissimo perchè scoprii che la pubblicazione americana che arriva fino a noi è molto più interessante di quella italiana. Sostanzialmente perchè racconta di posti e nature ancora più esotiche e lontane da noi. Inoltre leggere in inglese questa rivista è quasi come leggersi un libro o un manuale scolastico. L'inglese utilizzato ha un registro linguistico elevatissimo, i racconti sono ancora più avvincenti narrati nella lingua originale di chi ha vissuto o fotografato davvero quel posto. Come sempre la lingua madre conserva il pathos delle vere emozioni.
National Geographic è rivolto a chi ama la fotografia, il reportage, la natura, le scienze naturali, la geografia, la tecnologia e ovviamente il viaggio, le differenti culture sparse per il mondo, le sorprendenti scoperte archeologiche e gli studi antropologici. Insomma, un vero e proprio crogiolo di sana cultura.
L'istituzione NG ha la sua sede a Washington D.C. e si è costituita nel 1888 con lo scopo di diffondere e ampliare le conoscenze geografiche e nel 1897 ha dato vita alla rivista che ancor oggi esiste.
La National Geographic Society è stata sponsor di molte spedizioni e ricerche geografiche.

Personalmente trovo che la qualità degli articoli sia molto elevata e che le fotografie siano meravigliose.
Adoro il formato così comodo e compatto, la carta ancora lucida, elegante e piacevole al tatto. Adoro il riquadro giallo che caratterizza e contraddistingue da sempre la rivista. Adoro aprirla e sfogliarla tutta, gettare un primo sguardo sulle pagine patinate e perdermi nelle fantasie di viaggi lontani, immaginare quanta strada e fatica un fotografo possa aver fatto per tornare a casa con quelle immagini così avvincenti. Fantastico mentre leggo le storie, penso a quanta gente diversa esiste al mondo e penso che la sera, quando andrò a dormire dopo aver letto una storia del NG un leone, in quel momento, starà adocchiando una preda, un fiume scorrerà  in piena nella silenziosa solitudine di un immenso canyon, che una balena azzurra così gigantesca e innocua troverà posto nell'immensità dell'oceano. Il mondo, talvolta, pensato come pura natura mi rappacifica con me stessa, mi fa pensare a quanto sia bella una scoperta.
Del NG ho comprato anche diverse pubblicazioni. Ne ho una russa e ho acquista nel tempo un paio di guide fotografiche. Una insieme alla rivista e un'altra in inglese, molto utile che si chiama 'NG ultimate travel photography'. Infine ho inevitabilmente ceduto alla meraviglia delle raccolte monografiche in formato libro de 'I grandi fotografi'.
Di recente mi hanno regalato un libro NG molto interessante, nel quale insieme alle fotografie ho trovato nozioni di geografia e le descrizioni di come sono state scattate le fotografie. Il libro è articolato su una suddivisone per capitoli relativi a tutti i continenti e insieme ad essi si trovano anche le note su autori e fotografi.
Davvero bello. Si chiama 'National Geographic Greatest Photographs'.
Ovviamente esiste anche un sito online, a dire poco eccezionale, con ogni sorta di dettaglio relativo al mondo NG e molti consigli utili per fotografare, oltre a bellissime raccolte di dritte e foto di grandissimi autori.
Enjoy it!

David Bowie e la sua alienante Odissea

Quante cose si è portata dietro la luna? Quante poesie, quante parole, quanti libri, quante battaglie e quante canzoni. Era il 1969 e c'erano, forse, degli uomini sulla luna...
Nel 1968, invece, c'era uno smilzo e sparuto David Bowie che già raccontava come sarebbe andata. Lo avrebbe fatto creando una delle sue canzoni più famose: 'Space Oddity'.
Andò così. Il Maggiore Tom, l'astronauta scelto per sorvolare il pianeta Terra e volare nello spazio, si ritrovò perso nello spazio.

Esistono alcune differenti interpretazioni di questa canzone, che portò Bowie alla ribalta e lo resero famoso soprattutto in Europa. La prima è che Bowie volle scrivere una canzone su un tema di attualità, cioè l'imminente sbarco sulla Luna. Questo gli portò successo, ma anche critiche contrastanti. Si dice, infatti, che il testo, così sottilmente carico di messaggi anti-americani, sarebbe stato boicottato dal pubblico statunitense e ciò spiegherebbe lo scarso successo di classifiche, che questa canzone ebbe nel paese che avrebbe portato il primo uomo sulla Luna. 
L'atteggiamento anti-americano di Bowie si ritrova ad esempio nella critica o parodia, che nel testo viene fatta nei confronti della stampa e dell'informazione, quando si dice: '...and the papers want to know whose shirt you wear'. Bowie, qui, fece capire come quest'evento sarebbe stato oggetto di speculazione e di pubblicità nei confronti di un uomo che sarebbe diventato una star.
La seconda interpretazione è che Bowie fu ispirato dalla visione del film di Stanley Kubrick '2001: odissea nello spazio', da cui appunto si spiegherebbe il titolo. Dalla biografia di Sanford, si legge che il film ebbe su Bowie un effetto 'sismico' e che era il senso di isolamento, che emanava da quel film, che attirava fortemente Bowie.
Dunque, il Maggiore Tom che sarebbe diventato una star, avrebbe subito le pressioni e la fama come una vera e propria rock-star e ciò ricorda, per taluni motivi, il rapporto che Bowie come star era costretto a mantenere con il mondo pubblico. Bowie, che fu al suo tempo un personaggio piuttosto 'unico', che si era ritagliato un ruolo di cantante così 'altro' dal trend dei suoi tempi, sentiva una certa affinità con il protagonista di quella canzone.
Per questo motivo mi piace credere ad un'altra interpretazione, quella della volontà di allontanare, quasi strappare l'impresa del Maggiore Tom dalle lunghe mani della fama e del successo terrestre e di lasciarlo volare nello spazio per sempre. Ad un certo punto della canzone infatti l'ambiguo verso '...and I think my spaceship knows which way to go/tell my wife I love her very much, she knows...' e l'immagine della torre di controllo che non si spiega cosa stia succedendo gridando idealmente 

'Ground control to Major Tom/Your circuit is dead/Can you hear me Major Tom?/Can you hear me Major Tom?/Can you hear me Major Tom?/Can you...' 

lasciano intuire che il Maggiore abbia volontariamente sabotato la sua missione e scelto di non tornare indietro.

Bowie aveva voluto scrivere una canzone sul senso di alienazione. Forse ispirato da avvenimenti riguardanti la sua vita privata. Egli viveva a quel tempo la sua personale solitudine, il suo isolamento e sognava una navicella di latta sulla quale volare via e rimanere ad osservare da lontano un posto, come la Terra, che non sentiva suo. Quando il Maggiore Tom dice che il pianeta Terra è blu, forse intende l'altro significato di questo aggettivo che in inglese significa anche 'triste'. 
Bowie come il Maggiore Tom sente di non poter fare più niente, può solo scomparire, volare nel buio vuoto dello spazio. E chissà , forse da qualche parte il suo corpo sta ancora galleggiando.
Oltre ad avere un testo così profondo e controverso, la musica di questa canzone, si adatta perfettamente allo stato d'animo che Bowie voleva comunicare. E' una musica incalzante, crescente, come un countdown appunto, che infine esplode come un lancio nello spazio e si conclude come una triste richiesta d'aiuto.
Personalmente credo che il senso di 'alterità', cioè di sentirsi da un'altra parte, di Bowie, sia cominciato lì e che quel volo nello spazio non si sia più concluso. Bowie è ancora tra le stelle, in tutti i sensi.


giovedì 1 dicembre 2011

Anna Achmatova e il destino

Durante una lezione di lingua russa all'università, ebbi modo di ascoltare una poesia recitata da Anna Achmatova. Si trattava di un'incisione su disco. Mi colpì terribilmente il ritmo delle poesie di questa immensa 'poeta', che preferiva l'appellativo maschile a quello femminile. 
Più che poesie sembravano preghiere, più che versi sembravano suppliche, lamenti, pianti.
La tragicità di Anna Achmatova rasenta lo strazio, la sua, fu la voce lirica di un intero popolo che viveva gli anni più bui e turpi della propria storia.
Quando penso alla vita di questa donna, penso al terribile destino che l'ha accompagnata. Un marito fucilato perchè nemico del popolo e un figlio imprigionato dal 1935 al 1940, in piena era di purghe staliniane. Un figlio che ha vissuto il carcere e del quale l'Achmatova non ebbe notizia per ben 17 mesi, che trascorse in fila davanti alle prigioni di una Leningrado in stato d'assedio e della quale scrisse la disgrazia di quel tempo.

Come si può cantare un dolore e farlo diventare arte? L'Achmatova c'è riuscita fino alla fine dei suoi giorni. L'hanno lasciata cantare come un usignolo, come il pettirosso d'inverno con la spina nel cuore. Le hanno tolto l'aria intorno e con l'ultimo fiato rimasto ha scritto d'amore, di morte, di sofferenza, di Russia e, per questa, ha lasciato un'eredità letteraria quasi insuperabile nella storia della poesia al femminile.

La prima poesia che mi colpì, la prima poesia che una mia prof del liceo mi lesse, la ricordo come uno dei momenti più drammatici della mia formazione culturale. Quella poesia inferse una ferita artistica nella mia sensibilità di sedicenne, della quale ancora porto un'ideale cicatrice. Quello strappo di un ultimo brindisi, dal quale nemmeno dio si salvò, portò via da me l'ultima certezza che potesse esserci una mano superiore a guidare il destino della Russia. Essa era sempre stata abbandonata a se stessa. Io vidi nella poesia che vi ho trascritto qui sotto, non tanto il destino di una donna, ma il destino dell'intera Russia; come terra, come popolo, come madre.


                                                 ULTIMO BRINDISI


                                            Bevo a una casa distrutta
                                            alla mia sciagurata vita,
                                            a solitudini vissute in due
                                            e bevo a te:
                                            all'inganno di labbra che tradirono,
                                            al morto gelo dei tuoi occhi,
                                            ad un mondo crudele e rozzo,
                                            ad un Dio che non se n'è salvato.

mercoledì 30 novembre 2011

Mazzantini M. - Venuto al mondo

Mi chiedo come Margaret Mazzantini abbia potuto scrivere un libro del genere.
Intendo, voleva proprio farci del male quasi fisico nel raccontare questa storia. Ogni pagina è ruvida e deturpante come una granata, sanguina dolore e tristezza proprio come accade quando si pensa ad una guerra, provoca rabbia e rancore, di quello che probabilmente provano donne alle quali non è dato poter essere madri.
La storia è piuttosto banale, scontata. Ma c'è qualcosa che mi fa salvare questo libro. L'ho trovato pesante, prolisso, squallido, ridondante, privo di colpi di scena se non solo verso il finale. L'ho trovato smielato, scontato e a volte inverosimile nella trama, eppure c'è qualcosa di cui vorrei sottolineare la qualità.
Il modo di scrivere della Mazzantini. Credo ci sia un vero e proprio talento letterario nel riuscire a dare, ad una storia mediocre, un involucro potentissimo ed estremamente singolare attraverso una scrittura eccellente.
Le immagini, le metafore, le digressioni, le riflessioni della protagonista femminile, che è l'io narrante del romanzo sono davvero inusuali, inaspettate, colpiscono dritte al cuore, come gli spari di quei cecchini di cui si parla raccontando la guerra.
L'autrice ha gettato, nel bel mezzo di una descrizione bellica, le sue impressioni di madre mancata, ha raccontato la nascita di un figlio acquisito con parole laceranti, mondane e volgari. Ha mischiato la vita con la morte, l'amore con la guerra, la follia amorosa con il tradimento e ha riprodotto le sembianze di una donna algida, sterile e sgraziata in un ritratto di donna forte, determinata, inarrestabile.
La storia racconta l'incredibile odissea di una donna che ricerca instancabilmente il suo diritto ad avere un figlio e si ritrova immersa in tragedie di proporzioni titaniche, eppure la ricchezza del suo pensiero e delle sue emozioni abbelliscono questo stancante romanzo. Da leggere soprattutto se appassionati dell'autrice.

Smashing Pumpkins in concerto a Milano

Lunedì sera sono arrivati gli Smashing Pumpkins in concerto al Forum di Assago e io ero lì.
Lo show inizia alle 21, il palazzetto si riempie a poco a poco, ma quando Billy Corgan e compagni entrano la gente è già tutta seduta e accalcata. Mi sembra che in un attimo ogni posto sia occupato. Ci sono persone di tutte le età e generazioni.
Attendo l'entrata degli Smashing Pumpkins con molta trepidazione. Quando il boato li accoglie, inizia lo spettacolo. Cerco di indovinare, come mio solito, quale sarà la canzone con la quale inizieranno a cantare.
Mi aspetto un'entrata in scena memorabile, l'apertura con una canzone famosa, ma non troppo, mi aspetto una 'Cherub rock' o una 'Tarantula'. Invece no. Rimango perplessa e tento di capire di che canzone si tratti. Non la riconosco. In realtà si tratta di 'Quasar', una nuova canzone. Dura, potente, prepotente.
Lo vedo Billy, anche se è lontano. E' sicuro di sè, maturo, appesantito, sfacciato. E' già lì che crea il suo show. Mi pare che non gli importi niente di essere il frontman degli Smashing Pumpkins. Mentre imbraccia quella chitarra, pensa solo a suonare la prossima canzone 'Panopticon'. E Billy continua a grattare  qulle corde, chi se ne importa se il pubblico non riconosce queste canzoni. Si capisce che i nuovi Smashing Pumpkins sono lì per non celebrare se stessi, per non piangere sull'era che li ha visti protagonisti. Forse sono lì per regalare qualcosa di diverso, di inaspettato, che creerà nuovo interesse per la band, attirerà un nuovo pubblico, farà nascere in Billy nuove ispirazioni. Mentre tento di decifrare la canzone successiva, senza riuscirci - si tratta di 'Starla' - , penso alla scelta coraggiosa e strafottente di proporre un concerto che non abbia quasi più niente a che fare con i testi strazianti del passato. D'altronde Corgan ha 44 anni, è nel pieno delle sue capacità compositive, spazia al di là della scrittura di una hit. Le hit ci sono già, io le aspetto con un'ansia che mi scoppia dentro. Arriva un piccolo segnale, la canzone successiva la conosco, è 'Geek U.S.A.'  tratta da 'Siamese Dream'. Mi ridà speranza. Invece no. Il palco è oscuro, ma non nel modo in cui potrebbe ricordare le zucche nella macabra e giocosa notte di Halloween; in un modo del tutto nuovo. 
Ho capito. Gli Smashing Pumpkins stanno percorrendo quell'eterna curva che chiude il cerchio, stanno quasi ritornando alle loro origini e lo stanno facendo diventando o ridiventando psichedelici. La musica è lisergica, le luci sono abbacinanti, gli effetti sonori tra una canzone e l'altra ricordano i Black Sabbath. Lo so perchè, sono sempre stati i miti di Billy. Seguono canzoni note e meno note come 'Muzzle', 'Lightning strikes', 'Soma', 'Siva', 'Oceania', 'Frale and beduzzled'. E' sempre più evidente che il messaggio di Billy è quello di rompere con il passato, ma di continuare a spaccare con la sua chitarra. Eccolo lì, con la sua zucca pelata rivolta verso le sue sei corde, la chitarra bianca, gli stivali e quella tipica posa da atleta in spaccata: le gambe divaricate, una di fronte all'altra, ben piantate per terra, una postura aggressiva, hard rock, la posa di Billly Corgan. Al suo fianco la bassista, una donna come nelle migliori tradizioni.
E' sempre più chiaro, i grandi successi che il pubblico conosce arriveranno tutti in fondo. Ma so già che rinunceremo a qualcosa di forte. Seguono 'Silverfuck', 'Pinwheels', 'Pale horse', 'Thrugh the eyes of Ruby', della quale riconosco lo stile cattivo dell'Infinita Tristezza e poi 'Cherub rock' prepara gli animi che esplodono in un rombo magico e finalmente abbiamo tutta per noi - e ho tutta per me- 'Tonight, tonight'.
Ho gridato le parole di quella canzone, come se le dovessi cantare per l'ultima volta. Magnifica.
Il bis ci regala ciò che non poteva mancare: 'For Martha', dedicata alla madre scomparsa, 'Zero' e 'Bullet with butterfly wings' che chiude lo show. Ho la gola rotta.
Immenso Billy. Intoccabile. La sua voce poteva cantare anche senza gli strumenti, il timbro è sempre e sempre sarà quello di un vagito commovente, di un bambino abbandonato, che ha vissuto da solo.

Saluta la folla, annuncia il nuovo album 'Oceania' per il prossimo anno , si intrattiene con il pubblico delle prime file e poi scompare, come sono scomparsi gli Smashing Pumpkins degli anni 90.

martedì 29 novembre 2011

U2 - Achtung Baby

Già il fatto che gli U2 avessero scelto un titolo mezzo tedesco, all'epoca, mi attirava parecchio.
Sarà poi che la Trabi in copertina mi faceva molto Berlino Est, che all'indomani della caduta del più grande Muro della storia, era sulla bocca di tutti e nella mia più fervida immaginazione. Le atmosfere erano intrise di est europeo, il disco ospitava musicista aggiunti alla band come Brian Eno e alcuni brani erano stati registrati proprio a Berlino. Si parlava di 'Zoo TV tour' e per me quel 'Zoo' era solo la parola del titolo di un film che aveva sconvolto la generazione degli adolescenti negli anni 80: 'Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino'.
Tutto questo fu sufficiente a convincermi nell'aprile del 1992 a farmi acquistare il mio primo CD, con i miei soldi della paghetta settimanale. Ero scettica, allora. Era difficile accettare il passaggio dal vinile o dal nastro registrato, ad un dischetto di plastica compatto, che ti potevi portare in giro comodamente. Non saprei dire se fossi più scontenta o più meravigliata, ricordo solo che il settimo disco degli U2 'Achtung Baby', stava occupando tutte le classifiche mondiali e alla radio alla mattina, prima di andare a scuola, suonavano sempre 'The Fly'.
'The Fly' non era che il modesto antipasto, confronto agli altri brani, di un disco grandioso.
Ancora oggi, si dice che gli U2 stessi non si siano mai ripresi da quell'ubriacatura di successo.
Io sono ferma lì, guardo Bono seduto al tavolo di un bar con un sigarillo tra le dita che canta 'One'. 'One' non ha bisogno di essere presentata; è solo un capolavoro, un brano immortale, immenso.
Altrettanto immenso fu Wim Wenders, che per il suo film 'Fino alla fine del mondo' scelse 'Until the end of the world' come canzone per la colonna sonora. 
Personalmente ho amato più di tutte la lunghissima e profonda 'So cruel', con una metrica perfetta e una musica che sembra suonare a rallentatore. Ricordo la carica di 'Mysterious ways' che all'epoca era ballabile ed energetica e che adesso magari sente un po' il tempo, ma è bella perchè ricorda proprio quei tempi.
In chiusura arrivano poi due pezzi potentissimi 'Acrobat' e 'Love is blindness'.

Considero quest'album, un'opera che ha dato inizio alla concezione del disco come evento mediatico. Penso che Bono e soci abbiano prodotto ottima musica, ma che abbiano anche saputo sfruttare temi e momenti storici dell'epoca, in un modo in cui solo grandi band sono riuscite a fare.
Sono riusciti a infilare il tema della caduta del Muro e l'apertura dei paesi est europei in maniera sottile, hanno iniziato un tour in cui si trovavano echi di 'Ziggy Stardust', quando Bono si travestì da MacPhisto allo show di Sidney; sono riusciti a fotografare idealmente un momento e lasciarlo fermo lì per sempre, come un immagine preziosa, come un dipinto che rimane appeso nella nostra memoria.

sabato 26 novembre 2011

L'insostenibile leggerezza dei libri

Se ricordo bene, tutto è cominciato con la mia prima lettura 'letteraria', dopo il mio primo viaggio in Russia.
Tornando, decisi di fare conoscenza con Dostoevskij e presi in prestito, nella biblioteca comunale del mio paese, uno dei suoi capolavori assoluti: 'Delitto e Castigo'. Fu così che, nell'estate del 1994, ebbe inizio la mia passione per la lettura.
Stavo seduta sulla sedia di vimini dello mio balcone e leggevo Dostoevskij e dopo di lui Kafka, Hesse, Turgenev, Tolstoj. Da allora, nonostante non sia più seduta su quella sedia di vimini, la mia passione è continuata nel tempo. Nel tempo dell'università, quando leggevo alle 7 del mattino seduta nell'autobus e poi in piedi in metropolitana, dove era impossibile trovare un posto a sedere e, mentre uno sconosciuto mi alitava di fianco, io mi figuravo le mirabolanti avventure di Cicikov ne 'Le Anime Morte' attraverso la campagna russa e la sera, tornando, questa volta in piedi sull'autobus rileggevo 'Il Processo' di Kafka e poi alla sera, prima di addormentarmi nel letto, ricordo le notti insonni mentre divoravo 'Il Dottor Zhivago'. Non smettevo mai di leggere, nemmeno quando l'oculista mi diceva di riposare gli occhi perchè continuavo a perdere diottrie. Sono diventata miope. Forse è stata un po' colpa anche della letteratura tedesca, di Isaac Singer, di Heinrich Boell, di Goethe e di nuovo di Kafka con il suo 'Castello' e il suo 'America'. Quando passavo gli esami, il mio personale premio era andare a comprare un libro alla libreria dell'università. Mi aspettavano i poeti russi, gli autori cechi e di nuovo Dostoevskij con i suoi 'Demoni', 'I Fratelli Karamazov' e 'Umiliati e Offesi'.
Durante le vacanze di Pasqua e di Natale sceglievo dei libri che si addicessero alle atmosfere: 'Anna Karenina' o 'Il Maestro e Margherita'. C'era sempre un modo per leggere. Di notte con le braccia scoperte al freddo o d'estate tormentata dall'afa cittadina e dalle lenzuola troppo calde.
Anche quando ho iniziato a lavorare avevo con me sempre un libro. Di musica, o che parlasse di Russia, di viaggi, di poesia. Durante i turni serali all'aeroporto di Malpensa, nel silenzio delle hall ormai desolate portavo con me i pensieri di Pessoa e la sua inquietudine; tra un lavoro e un altro, in ufficio, approfittavo per leggere qualche pagina di Pelevin.
A volte ho addirittura deciso di rifiutare degli inviti a uscire, per stare a casa a leggere. In quel caso forse si trattava di 'roba davvero forte'; forse era Murakami, che pure lui quand'era giovane rimaneva chiuso nella sua stanza a leggere anzichè uscire con gli amici.
Ancora adesso, questa passione non mi abbandona. Direi che è diventata quasi un'ossessione, soprattutto da quando con un amico, facciamo a gara a chi legge più libri. Sono arrivata ad un record di 50 all'anno. Quest'anno proverò a superarlo.
D'altronde leggo sempre, leggo in macchina mentre sono in coda ai lunghissimi semafori rossi, leggo mentre aspetto i miei studenti a lezione, mentre aspetto di mangiare, mentre sono in bagno, prima di dormire, mentre sono in attesa dal dottore e da molto tempo ho sviluppato anche una certa capacità a leggere anche mentre ascolto la musica o guardo un film. Sì anche davanti alla televisione.
Lo so, sono malata. Ma è una malattia stupendamente incurabile. Ora il problema è diventato soltanto dove mettere i libri in casa. Non ci stanno più e come una sorta di enorme cerchio che si chiude, sto tornando a prendere in prestito dei libri in biblioteca come facevo da studente.
Quanto mi sono costati tutti questi libri! Li ho tenuti così bene che potrei rivenderli e nessuno si accorgerebbe che sono stati già letti. Alcuni li ho foderati, in altri sono rimasti vecchi segnali libri, di alcuni ho sottolineato, in matita, dei passaggi irresistibili e certi versi li ho voluti imparare a memoria per non dimenticarli più.
Altri li ho persi per sempre nel vuoto della dimenticanza, altri ancora li ho maledetti, me li sono trascinati per mesi, li ho maltrattati per dar loro una personalità - ma sono pochi -, li ho quasi sempre scelti con cura, come  dei pezzi di una preziosa collezione, ho prestato attenzione alle copertine, all'odore della carta, alla piacevole sensazione che provoca toccare i nomi in rilievo sul frontespizio.
Ho letto libri in ogni parte del mondo. Negli aeroporti di Mosca, Osaka, Boston, L'Havana, Chicago, New York. Ho letto sulle panchine di Lisbona, sulle spiagge di Zanzibar, della Tailandia e negli hotel di Washington D.C., di San Pietroburgo, di Dubai e di Istanbul. Ogni libro che ho portato in viaggio con me era un pezzo di quel paese, per derivazione o per adozione, per capire e per imparare.
Non avrei mai potuto essere ciò che sono senza quei libri nelle valigie, nelle borse, negli zaini, sotto le braccia, nelle mie mani. Ancora adesso non vado da nessuna parte se non ho un libro con me.
Quando ero una lavoratrice dipendente godevo di questo pensiero: 'ora leggo dieci minuti, così mio caro datore di lavoro, ti frego dieci minuti dei tuoi soldi e mi avrai pagato per leggere'.
Ora il mio pensiero è: 'non voglio i soldi di nessuno per leggere, voglio solo avere la libertà di continuare a farlo'.

mercoledì 23 novembre 2011

Nirvana - Nevermind

A proposito di anni 90, che pochi post fa ho tirato in ballo quando parlavo di Smashing Pumpkins, vorrei dire la mia su IL disco simbolo di quel decennio. Simbolo poichè la stampa musicale lo ha assurto a ciò, all'unanimità, e ne ha celebrato, insieme al mito di Kurt Cobain, ancor più che in vita, post mortem tutta la sua spropositata grandezza. Ovviamente parlo di 'Nevermind'.
Nonostante sia stata adolescente in pieno decennio anni 90, non ho vissuto il fascino dei Nirvana. Ricordo appena le loro canzoni più famose passare alla radio, ricordo che alcuni ragazzi del mio liceo indossavano la maglietta che riproduceva la copertina del bimbo arrapato - per giunta disgustoso- che tenta di acchiappare il dollaro americano. Ricordo benissimo il pullover infeltrito e le camicie a scacchi della moda grunge, ma non ricordo che Cobain fosse così tanto amato quando era ancora vivo. Come sempre la morte azzera le malefatte di ognuno, chicchessia. 
Lo so, sarò dissacratoria, ma io vivevo piuttosto il mio personale idillio con band un pochino più sofisticate come i Rem e ancora ci si poteva permettere di amare gli U2, che avevano tirato fuori niente po' po' di meno che 'Achtung Baby'. Non ho nemmeno mai comprato 'Nevermind' o neppure ci sono andata vicina, fino a molti anni dopo, diciamo agli inizi degli anni zero.
Insomma, lo confesso, non ho mai capito la grandezza di quell'album. Ancora adesso, ogni volta che lo metto su, mi riprometto di impegnarmi nell'ascolto e di rileggere le parole disperate di Cobain. Lo faccio, lo rifaccio, lo ascolto e lo riascolto cercando di capirlo, cercando di trovare quella magia così tanto osannata dalla critica musicale. Ma sempre mi chiedo: 'perchè mi dimentico che esista?'. Se non lo ascolto per un po', magari poi mi  va di rifarlo, ma manca sempre quel qualcosa, quell'alchimia, quel click di quando il tuo orecchio musicale si incastra perfettamente con il cuore e senti che tu avresti voluto dire esattamente quelle stesse cose che ha detto un cantante che ami.
Intendiamoci, le canzoni sono stupende, lo stile era e rimane unico, il genere pure. Ci sono hit ineguagliabili come 'Smell like teen spirit', 'Come as you are', 'Lithium', 'Breed' e ci sono canzoni di pura qualità come 'Polly', 'Something in the way', 'Lounge Act'. Insomma, ogni canzone è un singolo successo. Un vero capolavoro, eppure c'è sempre qualcosa che manca e penso che oggi, mentre in macchina l'ho riascoltato per l'ennesima volta, ho capito cosa c'è che non. Il rumore.
La musica dei Nirvana è rumore, un rumore che soffoca, che soffoca le parole stesse di Kurt Cobain. Forse era voluto o forse addirittura intrinseco, fisiologico all'arte del biondo cantante rock più triste della storia. Peccato, perchè la capacità lirica di quest'uomo, di questo ennesimo maledetto del rock è davvero buona. Forse quella musica era già un suicidio per lui, una morte per annegamento, un annegare in un mare di rumore e di urla, che lo hanno fatto rimanere un ragazzino di 27 anni per sempre.
Mi dolgo davvero molto di non riuscire a far mia la musica del decennio che ha segnato in modo vetriolico la mia adolescenza, eppure spero che un giorno di questi, rimettendo su quel disco riuscirò a sentire meglio la voce di Cobain, a rischiararmi un po' le idee, a cadere colpita dalla folgore di questo mito del rock, che sono ormai da tempo i Nirvana.

martedì 22 novembre 2011

Franz Kafka e il mio processo

Vorrei dedicare il mio centesimo post ad una parte importante della mia formazione culturale.
Essa ha un nome e un cognome. Franz Kafka. Scrittore ceco di lingua tedesca e di etnia ebraica, nato a Praga il 3 luglio del 1883 e morto a Kierling il 3 giugno del 1924. Egli è ancora oggi uno dei miei idoli letterari.

'Qualcuno doveva aver calunniato Josef K., poichè un mattino, senza che avesse fatto nulla di male, egli fu arrestato.'
Si può resistere ad un incipit di questo genere? Io non ho potuto. Nè la prima volta che lo lessi e allo stesso modo, nemmeno tutte le successive. La mano di Kafka, come l'artiglio di quella cornacchia, che il suo nome nella lingua ceca significa, ebbe una presa talmente forte che mi arrivò fin nel cervello.

Si trattava dell'incipit de 'Il Processo'.
Che cosa aveva fatto quel certo signor Josef K.? E perchè poi nascondere il cognome dietro quella K.? Perchè nessuno accorse mai in aiuto di questo inetto, sparuto, passivo impiegato di banca? E perchè quel tribunale non dichiarò mai quale fosse la sua colpa?
A 18 anni tutte queste domande mi tormentavano come un malanno. Come dice Primo Levi, per lui completare la traduzione di questo romanzo fu come uscire da una malattia. Anch'io mentre leggevo, ogni volta, in ogni momento dell'anno sentivo la ricaduta in quello stato d'animo simile ad un'influenza. 
Forse era la famosa 'dasein schuld' (la colpa dell'essere), quello stato in cui l'angosciato Franz Kafka visse tutta la sua vita, sentendosi inadatto. 
Ora quelle stesse domande si sono chiarite nella mia mente e le risposte hanno assunto una portata dirompente. Aver trovato il senso di un libro come 'Il Processo', aveva aperto una strada abissale davanti a me e aveva automaticamente chiuso tutte le altre. Non c'è via di scampo alle parole di Kafka, una volta che ti trafiggono, te le porti appresso come cicatrici invisibili sul corpo, nell'animo, nella coscienza. Si insinuano laddove vorresti trovare un po' di pace e invece Kafka vi ha riposto tutta la sua inadeguatezza, che è diventata la tua.
Dunque, quando sei nei trentanni inoltrati, che poi è l'età in cui Kafka stesso iniziò a scrivere il suo più conosciuto romanzo, non hai più bisogno di chiederti il perchè, poichè temi già di sapere perchè un tribunale dovrebbe condannare qualcuno, senza dichiararne il motivo. Vigliaccamente allontani le risposte. Ne temi le conseguenze.
Il processo mi attanaglia ancora oggi. I suoi artigli sono diventati tentacoli. Condivido idealmente la sorte di Kafka che scriveva

                                      ' Le norme della quadriglia sono chiare, tutti i ballerini le conoscono, sono
                                       valide per tutti i tempi. Ma uno di quei casi fortuiti della vita che non
                                       dovrebbero mai accadere, e che pure accadono di continuo, ti isola, solo
                                       soletto, in mezzo alle righe. Può darsi che questo provochi uno scompiglio
                                       nelle righe stesse, ma tu non lo sai, non pensi ad altro che alla tua infelicità'

Chiunque sia prigioniero di se stesso, capisce il Processo. La figura di Kafka è tutta intera nella sua stessa  letteratura, non solo nel Processo, ma anche negli altri romanzi più noti come 'America o il disperso' e 'Il Castello', come pure nei racconti, che sono pregni di tematiche quasi profetiche. In lui si vide a livello storico-sociale, l'antesignana vittima sacrificale dell'Olocausto e da un punto di vista letterario l'uomo inetto del novecento. L'uomo che non riusciva a rapportarsi alle donne, alla sua fisicità e alla propria appartenenza etnica e religiosa.
Il segreto di Kafka sta in un confine sconosciuto tra il suo torvo sguardo e le sue parole di pietra, che continuano a non chiedersi 'perchè', poichè già sanno.
Quando più tardi comprai i 'Quaderni in ottavo', che è una magnifica raccolta di aforismi e pensieri dello scrittore, trovai queste parole e compatii quell'uomo ossuto e 'disperso' in una breve frase, che Franz Kafka sembrava crudelmente urlare a se stesso

                                'Ti sei bardato in modo ridicolo per questo mondo.

Ecco che cos'era il processo. Un punto messo ad una vita. Un'autoanalisi che non ha lasciato scampo allo scrittore-uomo, perso in un eccellente mal di vivere.
Leggere 'Il Processo' è come staccare un intero costone di roccia alla monolitica costruzione dello scibile letterario, non rimarrà molto altro intorno. Ne sarete sopraffatti.